GIANI è già un’anatra zoppa?
Sette mesi. È il tempo che è bastato a Eugenio Giani per dilapidare buona parte del capitale politico accumulato in cinque anni di primo mandato. La classifica annuale di SWG per ANSA, pubblicata il 13 maggio 2026, lo fotografa all’ottavo posto nella graduatoria nazionale dei governatori: 42% di gradimento, cinque punti in meno rispetto all’anno scorso, superato da De Pascale in Emilia-Romagna e dalla Proietti in Umbria, entrambi al 45%. Non è un tracollo. È qualcosa di più insidioso: è l’inizio di una sfiducia che monta su dossier concreti, quelli che i cittadini vivono ogni giorno.
Partiamo dai numeri delle elezioni, perché raccontano già tutto. Giani ha vinto le regionali del 2025 con il 53,9%, ma l’affluenza si è fermata al 47,73%: il livello più basso nella storia recente delle regionali toscane, quasi quindici punti in meno rispetto al 2020.
Una vittoria costruita sull’astensione, non sull’entusiasmo. Persino a Firenze, città storicamente fortezza rossa, Giani è sceso dal 60,3% al 56,1%. Il centrosinistra tiene, ma non convince più come una volta. E quando il consenso è già fragile al momento del voto, basta poco perché il gradimento sull’operato quotidiano precipiti.
La tassa che nessuno dimentica
Il primo elemento che i toscani non hanno dimenticato è l’addizionale IRPEF. Alzata con una legge del 2023 e operativa dal 2024, è rimasta invariata per l’intero orizzonte di programmazione 2026-2028. Per i redditi tra 28.001 e 50.000 euro l’aliquota supera il 3,3%, più che doppia rispetto alla fascia precedente. Il gettito stimato è di oltre 400 milioni annui.
Artigiani, commercianti, liberi professionisti, piccole imprese: il ceto medio produttivo toscano — quello che crea lavoro, paga tasse e non ha padrini politici — si è trovato a pagare di più senza vedere in cambio miglioramenti tangibili nei servizi.
La giustificazione di Giani è sempre la stessa, ripetuta fino allo sfinimento: «Se il Governo arriva a sciogliere il nodo dei dispositivi medici, noi arriveremo a diminuirla». Una promessa condizionata è, nei fatti, nessuna promessa. I toscani nel frattempo pagano, e la sanità — motivo ufficiale dell’aumento — non migliora. Il disavanzo sanitario appare strutturale: su una spesa che supera gli 8 miliardi, il gettito IRPEF copre 132 milioni di riequilibrio dei conti e 58,5 milioni di mutui per investimenti sanitari. Soldi che entrano ed escono senza che un paziente in lista d’attesa veda la sua situazione migliorare.
La moda affonda, la Regione annuncia
In questo quadro fiscale già pesante si innesta una crisi industriale che la Regione non ha saputo attenuare. La produzione industriale toscana ha segnato un calo del 4,4% tra gennaio e ottobre 2024, peggio della media nazionale. Il settore moda — colonna vertebrale di Prato, Empoli, del distretto della pelletteria — ha perso l’11,4%. Migliaia di posti di lavoro evaporati in pochi mesi in territori che il centrosinistra considera storicamente “suoi”.
La risposta della Regione? Stanziamenti parziali, tavoli di confronto, convegni. Il tipo di risposta che si dà quando non si sa cosa fare ma si vuole sembrare presenti.
Il rigassificatore: commissario senza autorità
C’è poi la vicenda del rigassificatore di Piombino, che ha trasformato Giani in un caso politico quasi comico. Il presidente è anche commissario straordinario dell’impianto — doppio ruolo, doppia responsabilità. Quando il governo ha prorogato la permanenza della nave Italis LNG nel porto di Piombino con un decreto, Giani si è detto contrario: «Il decreto fa riferimento all’autorizzazione del 2022, allora l’autorizzazione è la mia, a firma mia. Meloni deve rispettare quei dieci punti».
Parole dure, posizione netta. Peccato che la proroga sia stata inserita nel decreto infrastrutture senza data di scadenza, contro la volontà esplicita sia del governatore che del sindaco di Piombino Francesco Ferrari. Risultato: Giani protesta, il governo va avanti, Piombino resta col rigassificatore.
Il governatore ha alzato la posta: «Se il decreto prolunga l’autorizzazione, voglio vedere realizzate quelle dieci opere di compensazione. In caso contrario non firmerò». Un ultimatum che suona come la mossa disperata di chi ha già perso la partita.
Il no ai CPR: ideologia al posto delle soluzioni
Ancora più rivelatore è il dossier sicurezza. Il ministro Piantedosi ha comunicato ufficialmente a Giani l’intenzione di aprire un CPR — Centro di Permanenza per il Rimpatrio — ad Aulla, in Lunigiana. La risposta di Giani è stata di netta contrarietà: «Pensare di collocare in questo contesto una struttura come un CPR rappresenta, a mio avviso, un vero e proprio oltraggio a un territorio che va tutelato e valorizzato».
E sul merito dello strumento: «In Toscana i CPR così come sono non li vogliamo. Sono luoghi detentivi impropri, nati come strutture di rimpatrio ma trasformati in simil-carceri».
Tutto legittimo come posizione politica. Il problema è che a questo “no” non segue nessuna proposta alternativa su cosa fare con chi è irregolare sul territorio. Nel frattempo, solo a Firenze, tra fine 2025 e marzo 2026, sono state inoltrate 439 richieste di trasferimento verso CPR di altre regioni, ma solo 98 sono andate a buon fine per mancanza di posti. E secondo un rapporto del Viminale, nel 2025 su 100 arrestati o denunciati in Toscana, 45 sono stranieri. Numeri che fotografano un problema reale, su cui Giani risponde con la retorica dei diritti senza affrontare la sostanza della sicurezza pubblica.
L’attivismo che non produce risultati
Il paradosso di Giani è tutto qui: è un presidente instancabile nell’apparire, ma sempre più in difficoltà nel fare. Inaugurazioni, dichiarazioni, convegni, presenze sui media. Sul rigassificatore fa il commissario che si oppone alla proroga da lui stesso firmata tre anni fa. Sui CPR fa il paladino dei diritti senza proporre alternative ai rimpatri. Sulla moda fa i tavoli mentre le aziende chiudono. Sulla sanità promette di tagliare la tassa che ha aumentato, ma solo se il governo risolve un problema che il governo non ha fretta di risolvere.
Fedriga nel frattempo guida la classifica nazionale al 65%, in crescita di un punto dopo otto anni di governo. Il suo metodo, rivendicato pubblicamente, è il lavoro di squadra e la concretezza amministrativa. Meno palchi, più risultati percepibili. È uno stile opposto a quello di Giani, e i numeri del sondaggio dicono chiaramente quale dei due funzioni meglio agli occhi dei cittadini.
Il 42% non è ancora la fine. Ma è il punto in cui un governatore deve scegliere: continuare a galleggiare tra annunci e polemiche, oppure cambiare marcia. Se Giani non inverte la rotta su fisco, sanità, industria e sicurezza — con fatti e non con comunicati — il centrodestra toscano avrà nel 2030 un’occasione storica. E questa volta, con un avversario così indebolito, potrebbe non sprecarla.
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