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Home Firenze

I soliti comunisti

di Simone Margheri
4 Maggio 2026
In Firenze
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Le “testate” del presidente del Q5 Ferraro Il fasciocomunismo nel Q5 non ammette errori narrativi
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I soliti comunisti

Ferraro, la sinistra fiorentina e il privilegio di non doversi giustificare, grazie all’impunità elettiva determinata da un elettorato rigidamente e acriticamente schierato per retaggi ideologici ormai anacronistici.

C’era una battuta che Silvio Berlusconi tirava fuori quasi a ogni polemica: «Sono sempre i soliti comunisti». La ripeteva con quella cadenza stanca di chi sa già come va a finire, e chi lo ascoltava — a seconda della parte — rideva o si indignava

Eppure, guardando la vicenda del presidente del Quartiere 5 Filippo Ferraro, verrebbe da chiedersi se Berlusconi non avesse, almeno in parte, identificato qualcosa di reale insito nell’impunità elettiva. Non nei termini propagandistici con cui lui lo usava, ma come descrizione di un habitus: un modo di stare nel potere che non si sente mai davvero in torto, perché non ne ha mai avuto bisogno.

I fatti sono due, e vanno tenuti distinti prima di essere uniti

Il primo: il 25 aprile, in piazza Magrini a Peretola, Ferraro ha detto in pubblico che la chiusura coatta della sede di Futuro Nazionale «non la può fare», ma che «se ci si mette d’accordo una sera si va a fare qualcosa». Una frase pronunciata davanti a una platea, con un microfono.

Il secondo: Ferraro ha ammesso di aver condotto controlli tecnici «particolarmente invasivi» motivati da «ragioni eminentemente politiche» sulla stessa sede. Quando quei controlli non hanno prodotto nulla di illegale, è arrivata la battuta serale

Nessuno pensa che Ferraro stesse davvero organizzando spedizioni punitive. La frase era infelice, probabilmente sciocca, e lui ha chiesto scusa. Punto. Il problema, però, non è la battuta. È tutto il resto.

Cominciamo dal silenzio di Palazzo Vecchio, che è la cosa più clamorosa e meno discussa. Quando un esponente di Futuro Nazionale ha avvicinato la sindaca Sara Funaro per chiederle un commento, la risposta è stata fredda e rapidissima: «Ferraro è un buon presidente».

Fine

Nel frattempo, in Consiglio Comunale, la maggioranza ha votato contro la semplice discussione della questione, negando di fatto qualunque chiarimento in aula. Non una presa di distanza. Non una parola critica. Niente.

E rientra in quest’ottica lo sfogo del consigliere Locchi di Forza Italia in Consiglio Comunale alla Sindaca Funaro ” quardi io da Governatore della Misericordia mi sono trovato a decidere di un bilancio di un milione, ma quando si discuteva ascoltavo il parere di tutti con attenzione e non dicevo che erano tutte bischerate, vede lei è stata eletta non da quattrocentomina cittadini ma grazie a settantacinquemila e noi dell’opposizione da sessantacinquemila questo non le da il diritto di credere di avere ragione solo lei”.

Ed ecco perché alla domanda se si ritiene se Ferrero sia un buon presidente si risponda indispettiti di si

C’è una logica in questo, e non è quella della lealtà mal riposta verso un collega di partito. È qualcosa di più profondo: la convinzione, sedimentata negli anni, che certe cose non richiedano spiegazioni. Che il potere esercitato dalla “parte giusta” non debba rendere conto nello stesso modo in cui lo dovrebbe fare il potere esercitato dalla “parte sbagliata”. È un privilegio epistemico, prima ancora che politico.

Ferraro, in fondo, è il prodotto di un sistema di selezione che non premia il merito ma l’appartenenza

Non come insulto alla sua persona: è una dinamica strutturale, che si riproduce ovunque ci sia un elettorato sufficientemente fedele e sufficientemente immobile da garantire la rielezione indipendentemente dalle prestazioni. La sinistra fiorentina — e toscana in generale — ha governato abbastanza a lungo da interiorizzare questa sicurezza. Non come arroganza deliberata, ma come postura naturale.

Come il senso di chi ritiene di sapere già cosa è giusto, e quindi non ha molto da spiegare

Da questa postura derivano due cose che nel caso Ferraro si vedono con rara chiarezza. La prima è l’uso degli strumenti pubblici come se fossero strumenti di parte. Usare la macchina amministrativa per “setacciare” permessi e controlli contro una sede politica avversaria, e dichiararlo esplicitamente, non è un errore di comunicazione: è la rivelazione di una concezione del potere in cui la burocrazia non è neutrale, ma orientabile.

Non illegale, per definizione — la discrezionalità esiste e va usata — ma il criterio dichiarato, “ragioni eminentemente politiche”, toglie ogni ambiguità: il filtro non era tecnico, era ideologico.

La seconda cosa che emerge è più sottile ma non meno grave. Quando il tono scivola verso l’allusione — «se ci si mette d’accordo una sera» — il problema non è che Ferraro volesse davvero farlo. Il problema è che non si è sentito abbastanza a disagio da non dirlo. È la disinvoltura del potere consolidato, che si permette scivoloni che nessun esponente di una minoranza politica locale potrebbe mai permettersi senza conseguenze immediate.

La critica più seria non riguarda la singola uscita infelice, ma la confusione tra il ruolo di presidente di tutti i cittadini e quello di esponente di partito

È una distinzione che nella pratica quotidiana della politica locale viene erosa sistematicamente, quasi senza accorgersene. Ma c’è un momento in cui l’erosione diventa visibile: quando chi governa smette di doversi giustificare, perché il proprio elettorato non glielo chiede.

L’elettorato acritico non è uno stereotipo polemico

È una realtà politologica. Dove il voto è fondato sull’identità e non sul merito — dove si vota un partito come si appartiene a una comunità, ad un credo religioso, non come si valuta una performance — il meccanismo del controllo democratico si inceppa. Chi governa lo sa, e si comporta di conseguenza. Non necessariamente con malafede: spesso con quella serenità di chi è convinto di essere nel giusto, e di non avere molto da temere da chi non lo è.

Ferraro, allora, è più un sintomo che un’anomalia

Non è l’eccezione di un sistema sano: è l’espressione comprensibile di un sistema che da decenni non ha dovuto fare i conti con la possibilità concreta di perdere. E quando il potere non si confronta con questa possibilità, tende a diventare esattamente quello che diceva di combattere: autoreferenziale, intollerante al dissenso, convinto di determinare da solo cosa è legittimo e cosa non lo è.

Berlusconi lo chiamava comunismo

Era la sua iperbole preferita, e come tale andava presa. Ma il fenomeno che descriveva — un ceto politico convinto di non dover rispondere a nessuno perché la propria superiorità morale è già stabilita — non aveva bisogno di un’etichetta per esistere. Esiste da molto prima, e probabilmente sopravviverà a molto dopo.

A Firenze, in questi giorni, si chiama semplicemente rimozione

Che è il modo più elegante per non rispondere alle domande scomode.

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Tags: COMUNISTIFerraroFIRENZEIN EVIDENZAIPOCRISIA
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