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Francesco Petrarca e Portofino: memoria letteraria e storia di un legame

di Jacqueline Facconti
20 Luglio 2026
In Attualità
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Francesco Petrarca e Portofino: memoria letteraria e storia di un legame
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Francesco Petrarca e Portofino: memoria letteraria e storia di un legame

Chi passeggia sul porticciolo di Portofino incontra, tra le facciate colorate e le barche ormeggiate, una targa commemorativa dedicata a Francesco Petrarca. È un’iscrizione che invita a interrogarsi su un legame più sfumato di quanto sembri a prima vista, e che merita di essere raccontato con onestà filologica: non un semplice aneddoto turistico, ma un interessante caso di storia della memoria letteraria, in cui tradizione locale e testo poetico si intrecciano senza mai comporsi in una prova definitiva.

 

Petrarca e la Superba: un rapporto documentato

Il legame di Petrarca con la Liguria è storicamente solido. Nel 1358 il poeta transitò per Genova e ne lasciò una descrizione entusiastica, definendola una città “regale”, “superba per uomini e per mura”, la cui sola vista basta a proclamarla “signora del mare”. Il rapporto con la città si consolidò soprattutto attraverso un’amicizia d’infanzia: quella con Guido Sette (talvolta italianizzato in “Scetten”), compagno di studi conosciuto a Carpentras già nel secondo decennio del Trecento, quando le due famiglie si erano trasferite in Provenza al seguito della curia papale avignonese. 

Petrarca e Sette condivisero i banchi del maestro Convenevole da Prato, poi gli studi giuridici a Montpellier e a Bologna: un’amicizia che attraversò tutta la vita e che il poeta celebrò in diverse lettere delle Familiares e delle Seniles, chiamando l’amico “il mio Guido” con un’espressione di affetto raro nel suo epistolario. Guido Sette divenne arcivescovo di Genova nel 1358 e resse la diocesi fino alla morte, nel 1368; a lui si deve, tra l’altro, la fondazione del monastero benedettino di San Girolamo della Cervara, presso Santa Margherita Ligure, che l’arcivescovo elesse a luogo di quiete, la sua “cara requies”, e persino come sede della propria sepoltura.

L’invito alla Cervara e la vicinanza a Portofino

È in questo quadro che si colloca la tradizione secondo cui Guido Sette avrebbe invitato Petrarca presso la Cervara nel 1363. Il monastero sorge sul promontorio che domina il golfo, a pochi passi di mare da Portofino: da lì, dal chiostro o dal balcone affacciato sull’acqua, la vista spazia proprio sul suo porto naturale. 

È plausibile — così sostiene la tradizione storiografica locale, raccolta negli studi eruditi liguri e nelle memorie erudite su Sette — che i due amici, uniti da una consuetudine di conversazione e di poesia risalente alla giovinezza, abbiano passeggiato insieme in quei luoghi, e che l’arcivescovo abbia condotto l’ospite illustre fino al borgo, alla chiesa di San Martino o a quella di San Giorgio, che domina la baia. 

 

Va detto con chiarezza, tuttavia, che non esistono documenti che attestino in modo certo la presenza fisica di Petrarca a Portofino: la ricostruzione si fonda sulla contiguità geografica tra la Cervara e il borgo, sulla solidità dell’amicizia con Sette e su un indizio testuale, quello su cui vale la pena soffermarsi.

Il “delfino” di Portofino nell’Africa

L’indizio più concreto viene dal poema epico latino Africa, l’opera con cui Petrarca inseguì per tutta la vita il sogno di eguagliare Virgilio, dedicata alle imprese di Scipione l’Africano e composta essenzialmente tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta del Trecento. Dunque, come si può notare, in un periodo anteriore al presunto soggiorno alla Cervara del 1363. Nel sesto libro compaiono tre versi (Africa, VI, 845-847) che la tradizione locale identifica con un’allusione a Portofino:

Hinc delphinus adest, luco contectus aprico obice qui montis violentos protinus austros reicit, immotoque silens statione quiescit.

Nella libera traduzione italiana circolata a Portofino (dovuta a don Gianni Cogorno, parroco della chiesa di San Martino):

Ecco vicina appare Portofino, recintato di verde luminoso; con la barriera del monte respinge la violenza dei venti e silenzioso riposa nell’estatica quiete.

Il nome stesso “Portofino” — che secondo un’etimologia risalente a Plinio deriverebbe dal latino Portus Delphini, “porto del delfino” — spiegherebbe l’immagine del delphinus usata da Petrarca per descrivere un’insenatura riparata dai monti, silenziosa e immota. È un’immagine coerente con la conformazione reale del golfo, protetto dal promontorio dai venti di libeccio e ostro. 

Resta però un problema cronologico che la tradizione locale tende a non sottolineare: se l’Africa fu scritta prima del 1343 (l’anno in cui Petrarca, insoddisfatto, ne sospese la revisione), il verso sul “delfino” non può essere la registrazione di un’esperienza diretta vissuta alla Cervara vent’anni dopo. 

Ciò non esclude che Petrarca conoscesse la costa ligure — vi era già passato nel 1312, in un viaggio in cui la sua famiglia rischiò il naufragio presso Marsiglia, e vi transitò di nuovo nel 1358 — ma sposta la questione dal piano della testimonianza autobiografica a quello, più interessante dal punto di vista letterario, della reputazione geografica di un luogo, già noto per nome e per morfologia a un intellettuale colto del Trecento anche senza un soggiorno documentato.

Un caso di filologia della memoria

Il rapporto tra Petrarca e Portofino è dunque un esempio istruttivo di come si costruisce, nei secoli, la memoria di un luogo. Tre elementi autonomi — un’amicizia personale ben documentata (quella con Guido Sette), un dato geografico (la vicinanza tra la Cervara e il borgo) e un verso poetico che allude, con buona probabilità, proprio a quella baia — sono stati saldati in una narrazione unitaria dalla tradizione erudita locale, soprattutto tra Otto e Novecento, in un’epoca in cui Portofino andava trasformandosi da villaggio di pescatori in meta di un turismo colto e internazionale. 

La targa commemorativa sul pittoresco porticciolo ligure rappresenta l’esito visibile del desiderio di una comunità di iscrivere il proprio paesaggio nella grande tradizione letteraria italiana, agganciandolo al nome del poeta che più di ogni altro, nel Trecento, seppe fondere osservazione del paesaggio e scrittura in versi.

 

Considerazioni conclusive

Si può dunque affermare, con onestà storiografica, che Petrarca conobbe la Liguria e Genova, che fu legato da profonda amicizia all’arcivescovo Guido Sette, promotore della Cervara a un passo da Portofino, e che nella sua Africa è verosimilmente registrata un’immagine poetica della baia. Non si può affermare con certezza documentaria che il poeta abbia mai messo piede nel borgo. 

È proprio in questo margine di incertezza, tra dato storico e tradizione affettuosa, che si gioca il fascino della targa commemorativa sul porticciolo ligure: una piccola testimonianza alla volontà di un luogo di riconoscersi, anche a distanza di secoli, nello sguardo di un grande poeta.

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Tags: DANTEIN EVIDENZAPetrarcaPoesiaPortofino
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