FINALMENTE DIVISIONE NEL CAMPO LARGO USA. INSULTI TRA PRO-TERRORISTI ISLAMICI E DEMOCRATICI AFRO-AMERICANI
di George G. Lombardi
“Scimmia”, “fattorino”: con queste espressioni la giornalista palestinese Rula Jebreal, con cittadinanza italiana, ha scatenato una bufera politica attaccando Hakeem Jeffries, leader dei Democratici alla Camera e uno dei più importanti esponenti afroamericani del partito.
Criticando Jeffries per il suo sostegno a Israele e per i suoi rapporti con l’AIPAC, Jebreal lo ha definito “AIPAC monkey” e successivamente “errand boy”, cioè “fattorino”
Jebreal ha subito precisato di non avere utilizzato la parola “monkey” in senso razzista. Ma la giustificazione non ha convinto il Congressional Black Caucus, che ha condannato duramente quelle espressioni come razzismo anti-nero.
Jebreal ha poi presentato le proprie scuse, riconoscendo che il termine utilizzato era inappropriato e offensivo. Ma il caso politico era ormai esploso.
FINALMENTE EMERGE LA CONTRADDIZIONE
La vicenda va molto oltre una frase infelice.
Per anni il Partito Democratico americano ha cercato di costruire una sorta di “campo largo” capace di mettere insieme la tradizionale componente afroamericana, la sinistra radicale, movimenti filo-palestinesi, elettori arabi e musulmani, progressisti delle grandi città e, contemporaneamente, Democratici favorevoli alla storica alleanza tra Stati Uniti e Israele.
La guerra in Medio Oriente sta facendo emergere contraddizioni sempre più difficili da nascondere
Da una parte esiste un’ala radicale per la quale la battaglia contro Israele e l’AIPAC è diventata centrale. Dall’altra rimane una parte importante del Partito Democratico che considera Israele un alleato strategico degli Stati Uniti.
Jeffries si trova esattamente nel mezzo di questa frattura: è leader democratico, afroamericano e sostenitore dell’alleanza con Israele.
Ed ecco il cortocircuito.
La comunità afroamericana non sembra disposta ad accettare un linguaggio considerato razzista soltanto perché proviene da qualcuno appartenente a un’altra minoranza o all’area filo-palestinese.
QUANDO LE MINORANZE ENTRANO IN CONFLITTO
Per decenni la sinistra americana ha giustamente sostenuto che determinate espressioni rivolte agli afroamericani non possono essere separate dal loro significato storico.
Il paragone fra una persona nera e una scimmia è una di queste.
Se quel linguaggio è inaccettabile quando proviene dalla destra, deve esserlo anche quando proviene dalla sinistra radicale.
Il razzismo non può cambiare definizione a seconda di chi pronuncia l’insulto.
Ed è questo il vero significato politico del caso.
Il cosiddetto “campo largo” può funzionare quando le sue diverse componenti combattono contro un avversario comune. Diventa molto più fragile quando interessi, identità e valori entrano direttamente in conflitto tra loro.
Non sarebbe corretto attribuire le parole di Jebreal a tutti i musulmani, agli arabi americani o ai sostenitori della causa palestinese. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare la radicalizzazione di alcuni settori del movimento anti-Israele.
Quando l’avversario politico non viene più semplicemente criticato, ma trasformato in un nemico assoluto, il linguaggio può rapidamente superare qualsiasi limite.
Oggi il bersaglio è Hakeem Jeffries. Domani potrebbe essere qualsiasi democratico che rifiuti di aderire alle posizioni più radicali contro Israele.
UNA FRATTURA CHE POTREBBE ALLARGARSI
Non siamo ancora davanti alla dissoluzione della coalizione democratica americana. Ma il segnale è evidente.
Israele, Gaza e il Medio Oriente stanno facendo emergere differenze profonde che per anni sono rimaste nascoste sotto la superficie dell’unità progressista.
E allora la domanda diventa inevitabile:
che cosa succede quando la politica delle identità comincia a mettere le diverse identità una contro l’altra?
Il caso Jebreal-Jeffries ci offre una prima risposta.
Finalmente la contraddizione è diventata visibile.
E potrebbe essere soltanto l’inizio.
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