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COSA STA ACCADENDO IN IRAN?

di Simone Margheri
12 Gennaio 2026
In Esteri
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COSA STA ACCADENDO IN IRAN?
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COSA STA ACCADENDO IN IRAN?

Io abbiamo chiesto alla dott.sa Nilufar Amir Djafari Rezaieh.

Anzitutto grazie per la sua disponibilità Dottoressa Nilufar.

– Prima di entrare nel merito della situazione in Iran, ti chiedo di raccontarti brevemente: chi sei, qual è la tua storia personale e cosa ti ha spinto a pubblicare il video che in questi giorni sta circolando sui social?

Mi chiamo Nilufar di nome e Amir Djafari Rezaieh di cognome.

Mi piace definirmi una persiana, nata a Firenze nel 1978 tra le braccia di una suora, nella clinica Santa Chiara di Firenze.

I miei genitori vennero nel 1972 in Italia e scelsero Firenze per studiare l’università in architettura mio Padre ed accademia delle belle arti mia madre. Ho un educazione cattolica per scelta dei miei genitori, perché non sapendo dove saremmo andati a vivere, pensarono che, vivendo in italia, forse meglio conoscere la religione del Paese per non avere possibili discriminazioni e per comprendere meglio il contesto in cui stavo crescendo.

Ho sentito la necessità di tornare a parlare della situazione iraniana perchè quello che sta accadendo non è finito con la morte di Mahsa Amini. Nel 2022 e nel 2023 ho fatto dei video per dare voce ad una ferita aperta, ma oggi quella ferita è ancora viva.

Come donna persiana, non è corretto come termine dato nel 1935, il governo di Reza Shah Pahlavi chiese formalmente alla comunità internazionale di usare “Iran” invece di “Persia” nel linguaggio diplomatico e sulle mappe, in linea con il nome che la popolazione stessa usava internamente.In ogni caso mi definisco persiana per far capire che non sono iraniana della Repubblica Islamica dell’Iran ma sono cresciuta con la cultura dei miei genitori pre rivoluzione islamica del 1978-1979.

Quindi come donna persiana cresciuta a Firenze, sento la responsabilità morale: continuare a raccontare significa non normalizzare l’ingiustizia e non permettere che il silenzio cancelli ciò che sta accadendo.

Per conoscere meglio l’Iran nel 2006 discussi la tesi “il pensiero economico islamico” in Economia Aziendale vecchio ordinamento all’ateneo fiorentino con il prof. Vinicio Guidi (professore di macroeconomia) e correlatore prof. Marco Fazzini.Non fu facile trovare un professore che accettasse la mia tesi perchè ancora era un argomento non conosciuto.

– Nel video parli di una rivoluzione culturale prima ancora che politica: cosa intendi quando dici che il cambiamento in Iran deve essere prima di tutto culturale?

Quando parlo di rivoluzione culturale intendo che una rivoluzione politica, senza un cambiamento profondo delle coscienze, rischia di essere solo un cambio di potere. Il regime si regge anche su una cultura interiorizzata di obbedienza e controllo imposta e alimentata dagli ayatollah: una struttura invisibile che plasma l’educazione, il rapporto con l’autorità e soprattutto il ruolo delle donne. Smantellare questa cultura, attraverso la libertà di pensiero e una nuova consapevolezza collettiva, è l’unico modo perché un vero cambiamento in Iran possa essere duraturo.

– La tua famiglia ha lasciato l’Iran dopo la caduta dello Shah e tu sei cresciuta in Italia: in che modo questa storia di esilio e migrazione ha formato il tuo sguardo sull’Iran di oggi?

Come ho scritto precedentemente, i miei genitori scelsero di venire in Italia per studiare perché faceva parte di una politica dello Scià di Persia, Mohammad Reza Shah Pahlavi, che incoraggiava i giovani iraniani a formarsi all’estero. Attraverso borse di studio o grazie alle possibilità economiche delle famiglie più abbienti, l’obiettivo era quello di acquisire competenze, conoscenze, lingue e know-how da riportare poi in Iran per contribuire al progresso del Paese.

I miei genitori, come molti altri concittadini, rimasero all’estero anche dopo la laurea, convinti che la Rivoluzione islamica del 1979 sarebbe stata temporanea. Fu una scelta, non un esilio: mio padre tornava spesso in Iran per motivi affettivi, familiari e di lavoro. Tuttavia, mio padre tornò nel 1981 dopo tre anni dalla rivoluzione, rimase profondamente colpito e ferito dal cambiamento del Paese dopo l’ascesa al potere dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini e dall’atmosfera di chiusura e repressione che si era ormai consolidata.

Fortunatamente i miei nonni paterni e la nonna materna sono sempre venuti tutti gli anni a trovarmi dalla mia nascita.

Questa storia di migrazione per scelta e di continui ritorni ha formato il mio sguardo sull’Iran di oggi: uno sguardo sospeso tra appartenenza e distanza, consapevole di ciò che l’Iran è stato e di ciò che avrebbe potuto essere.

Considera che andai la prima volta nell’estate del 1978 e poi nel 1981, per poi tornarci nel 1998, 1999, 2005, 2007…ultima volta per due giorni per lavoro nell’autunno 2019.

– Nel tuo intervento emerge con forza il tema delle donne iraniane: che ruolo hanno oggi le donne nella rivolta e perché il loro protagonismo fa così paura al regime?

Il ruolo delle donne nella rivolta è centrale perché non si tratta solo di protestare contro una legge, ma di rivendicare dignità, libertà e autodeterminazione. Il loro protagonismo fa paura al regime perché sfida una cultura patriarcale e di controllo sociale consolidata da decenni.

Le donne iraniane sono tra le più istruite del Paese: le donne iraniane sono vicine al 99%di alfabetizzazione, e questo potere culturale e intellettuale rappresenta una minaccia simbolica e politica.

Storicamente, già prima della rivoluzione del 1979 le donne avevano conquistato spazi pubblici e istituzionali. Nel 1936, lo Scià Reza Shah Pahlavi emise il Kashf-e hijab, che vietava il velo in pubblico; nel 1941, suo figlio Mohammad Reza Shah Pahlavi abrogò il decreto, permettendo alle donne di scegliere liberamente come vestirsi. Negli anni ’60, donne come Farrokhroo Parsa, prima ministra dell’Istruzione nel 1968, dimostrano che la partecipazione femminile era possibile e fondamentale.

Oggi, le donne che guidano le proteste incarnano quella storia di istruzione, coraggio e libertà: per il regime, questa combinazione di visibilità e consapevolezza è pericolosa, perché non si limita alla politica, ma mette in discussione l’intera struttura culturale della società iraniana.

– Da cittadina italiana di origine iraniana che vive a Firenze, senti di abitare una “terra di mezzo”? È più una ricchezza o una ferita?

Mi ritengo fortunata perché sono cresciuta in una città come Firenze, dove è nata l’abolizione della pena di morte grazie a Beccaria. Vivere tra due culture così ricche e vicine è stata per me una grande ricchezza, anche se al liceo non sempre venivo capita. Avevo altri problemi a cui pensare, come il modo di esprimermi: pur parlando quattro lingue, mi capitava spesso di tradurre frasi dall’azero all’italiano in modo impreciso, che poteva risultare offensivo senza che io me ne rendessi conto.

– Molti in Europa guardano alle proteste iraniane come a qualcosa di lontano: cosa ti ferisce o ti indigna di più nel modo in cui l’Occidente racconta, o non racconta, ciò che sta accadendo in Iran?

Molti in Europa guardano alle proteste iraniane come a qualcosa di lontano, e questo spesso mi ferisce e mi indigna perché la realtà è molto più vicina di quanto si pensi.

Non è vero che in Italia l’Iran sia percepito come lontano: qui c’è sempre stata una certa fascinazione per la storia e la cultura iraniana, dagli anni ’50 ai ’70, con l’ammirazione per lo Scià Mohammad Reza Pahlavi e per eventi come il suo matrimonio e il successivo divorzio da Soraya, e poi la sua vita con Farah Diba. Lo Scià veniva spesso in Italia, godeva della “bella vita” delle nostre città e intratteneva rapporti di amicizia con la famiglia Savoia, rafforzando ulteriormente la vicinanza tra l’Iran e l’Italia dell’epoca. Tutto questo ha fatto sì che molti italiani conoscessero — almeno di nome — l’Iran e la sua élite pre‑rivoluzionaria.

In Europa, però, la narrazione delle proteste è spesso silenziosa o superficiale: si parla poco della brutalità della repressione, degli omicidi e delle violazioni sistematiche dei diritti umani, e si dimentica l’urgenza di una risposta politica e morale forte. Quando la comunità iraniana in Europa ha chiesto alle istituzioni europee di inserire il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), compresa la milizia Basij e altre forze affiliate, nella lista delle organizzazioni terroristiche o di persone responsabili di crimini di guerra, la richiesta non è stata accolta. Il Parlamento Europeo ha discusso risoluzioni per rafforzare la risposta dell’UE contro le violazioni in Iran, comprese proposte per aggiungere l’IRGC alla lista delle organizzazioni terroristiche, ma non sono state approvate nella forma più incisiva possibile nel 2023.

Questo silenzio o questa lentezza politica fa apparire lontana la sofferenza quotidiana del popolo iraniano, come se fosse qualcosa di astratto, lontano e non urgente. In realtà, è una crisi di diritti umani e libertà che dovrebbe essere raccontata con più attenzione, responsabilità e umanità da parte dell’Occidente.

– La diaspora iraniana parla, manifesta, pubblica video come il tuo: pensi che questa voce dall’estero possa davvero incidere sul futuro dell’Iran? E in che modo?

Sì, la diaspora iraniana può avere un impatto reale. Diffondendo notizie, video e testimonianze, rompe il silenzio imposto dal regime e mantiene viva l’attenzione internazionale. Aiuta anche a mobilitare solidarietà, sostegno legale e tecnologico per chi protesta in Iran.

Certo, il cambiamento più profondo deve partire dalle persone dentro il Paese, ma la diaspora amplifica quella voce interna e contribuisce a farla arrivare al mondo, aumentando pressione politica e consapevolezza globale.

– Se potessi parlare direttamente alle ragazze e ai ragazzi iraniani che oggi rischiano la vita nelle piazze, quale messaggio sentiresti urgente di condividere con loro?

Se potessi parlare direttamente alle ragazze e ai ragazzi iraniani in piazza, direi loro che non sono soli. Ogni passo che fanno, ogni voce che si alza, viene vista e ascoltata anche al di fuori dell’Iran.

Vorrei ricordare loro che il coraggio non è mai inutile: anche nei momenti di paura e repressione, il loro impegno sta cambiando il modo in cui il mondo guarda all’Iran e sta seminando un futuro di libertà.

Infine, li incoraggerei a proteggersi e sostenersi a vicenda: l’unità, la solidarietà e la cura reciproca sono fondamentali per resistere a un regime che cerca di dividere e intimidire.

– Alle ultime elezioni amministrative sei stata candidata con Forza Italia nella lista a sostegno di Schmidt. Questa tua scelta nella politica locale ha una relazione con ciò che sta avvenendo in Iran? Mi spiego meglio: il tuo impegno politico, come fiorentina di origini iraniane nel centrodestra, è in qualche modo legato alla tua visione della democrazia e della libertà in Iran, oppure riguarda esclusivamente il contesto amministrativo locale?

Mi sono candidata solo ed esclusivamente perché credevo e credo tuttora che Eike Schmidt fosse il candidato sindaco giusto per Firenze. La sua cultura, la sua esperienza agli Uffizi e la sua visione cosmopolita per la città mi hanno convinta: ho visto in lui la capacità di valorizzare Firenze come città aperta, inclusiva e attenta all’arte e alla cultura internazionale.

La mia scelta non è stata direttamente legata alla situazione in Iran o alle questioni della diaspora, né nasce da una strategia politica collegata alla mia origine: si tratta di un impegno esclusivamente locale e amministrativo, motivato dalla convinzione che Forza Italia, con i suoi valori di libertà di pensiero e rispetto delle istituzioni, potesse contribuire concretamente al futuro della città.

Detto questo, i valori che mi guidano — democrazia, libertà, apertura culturale — sono coerenti con le mie convinzioni personali, ma il mio impegno politico a Firenze resta centrato sulla città e sulla sua comunità.

Nilufar ti ringrazio sia per la tua disponibilità e per la tua intelligenza e preparazione, auguro a te e a tutti gli iraniani tutto il bene possibile, l’iran è un Paese con una storia importante e merita di tornare ai vecchi splendori.
Speriamo che finalmente il popolo iraniano possa trovare la libertà che merita.

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Tags: DEMOCRAZIADONNAIN EVIDENZAIRANLIBERTA'
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