COSA C’È DIETRO ALL’ATTENTATO A RANUCCI?
L’attentato a Sigfrido Ranucci continua a sollevare più dubbi che certezze. Dal mistero dell’innesco alle modalità con cui sono stati individuati i presunti autori materiali, l’inchiesta lascia ancora aperti interrogativi fondamentali.
L’attenzione mediatica si è concentrata sull’arresto dei presunti autori dell’attentato contro il giornalista Sigfrido Ranucci
Eppure c’è un elemento che gli investigatori continuano a tenere rigorosamente riservato e che potrebbe rivelarsi decisivo per comprendere quale fosse il reale obiettivo dell’azione: il tipo di innesco utilizzato per l’ordigno.
Dalle informazioni ufficialmente confermate emerge soltanto che la bomba era dotata di un detonatore e che gli artificieri hanno rinvenuto un ordigno artigianale contenente circa un chilogrammo di esplosivo.
Nulla è stato invece reso noto sulla natura dell’innesco, una scelta che appare comprensibile sotto il profilo investigativo, ma che inevitabilmente alimenta interrogativi
Il motivo è semplice. In criminologia e nell’analisi degli attentati, il sistema di innesco rappresenta spesso uno degli elementi più importanti per comprendere l’intenzione dell’autore.
Un ordigno azionato a distanza, tramite radiocomando o altro sistema di attivazione remota, permette infatti a chi lo aziona di scegliere il momento esatto dell’esplosione, verificando la presenza del bersaglio.
È il principio utilizzato negli attentati mirati, nei quali l’obiettivo è colpire una persona specifica, riducendo il margine di casualità, come avvenne nella strage di Capaci contro Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta.
Diverso è il caso di un innesco a tempo o comunque automatico. Una volta attivato, l’esecutore non ha più alcun controllo sull’esplosione. Il bersaglio potrebbe trovarsi sul posto come potrebbe non esserci, e gli eventuali danni a persone o cose dipenderebbero in larga misura dal caso
Naturalmente, la realtà investigativa è più complessa di una semplice distinzione tecnica. Anche un timer può essere impiegato con finalità omicidiarie se le abitudini della vittima sono conosciute con precisione, così come un comando remoto può essere scelto per motivi diversi dalla volontà di colpire. Tuttavia, la tipologia dell’innesco costituisce uno degli elementi che gli investigatori valutano per ricostruire intenzioni, capacità operative e livello di pianificazione.
Nelle ultime settimane è emerso anche il nome dell’imprenditore Valter Lavitola, indicato dagli inquirenti tra gli indagati come presunto mandante
Lavitola respinge ogni accusa e, allo stato attuale, la sua posizione dovrà essere accertata nelle sedi giudiziarie competenti. Proprio per questo motivo, conoscere il tipo di innesco potrebbe contribuire a chiarire se chi avrebbe eventualmente organizzato l’azione intendesse provocare un attentato potenzialmente letale oppure mettere in scena un gesto prevalentemente intimidatorio. Al momento, però, non esistono elementi pubblici che consentano di trarre conclusioni in un senso o nell’altro.
Ad alimentare ulteriori interrogativi sono anche le osservazioni formulate dal direttore de Il Fatto Quotidiano, Pietro Gomez, che si è chiesto pubblicamente come gli investigatori siano arrivati così rapidamente a individuare i sospettati. Secondo quanto riportato da diverse ricostruzioni giornalistiche, una comunicazione anonima avrebbe fornito agli investigatori indicazioni sui presunti responsabili.
È un particolare che apre inevitabilmente nuove domande
Chi disponeva di informazioni tanto dettagliate? Per quale motivo ha deciso di trasmetterle proprio in quel momento? Si tratta di qualcuno interno al gruppo? Di una persona interessata a indirizzare le indagini? Oppure di un soggetto che, per ragioni ancora sconosciute, voleva evitare che gli investigatori continuassero a seguire piste rivelatesi infruttuose? Al momento non vi sono risposte pubbliche a questi interrogativi.
Anche un’altra ipotesi circolata nel dibattito pubblico, quella secondo cui Ranucci avrebbe potuto concordare un falso attentato per ottenere visibilità, non trova alcun riscontro negli atti finora conosciuti e rimane una mera speculazione.
Anzi, considerando il profilo dei presunti esecutori e i rischi connessi a un simile piano, appare un’ipotesi che, allo stato delle informazioni disponibili, non poggia su elementi concreti.
Più domande che risposte
È forse proprio questo il punto centrale dell’intera vicenda. Più emergono dettagli dall’inchiesta, più il caso sembra lasciare aperte numerose zone d’ombra. Il tipo di innesco, il reale obiettivo dell’azione, le modalità con cui gli investigatori sono arrivati ai sospettati e il ruolo dei vari protagonisti sono aspetti che potranno essere chiariti solo con il prosieguo delle indagini e dell’eventuale processo.
Per ora esistono alcuni fatti accertati e molte domande ancora senza risposta
L’attentato a Ranucci, vero progetto omicida o gesto intimidatorio, continua a presentare più dubbi che certezze. E forse proprio il particolare che oggi resta coperto dal massimo riserbo, la natura dell’innesco, potrebbe essere uno degli elementi destinati a chiarire, un domani, quale fosse davvero l’intenzione di chi ha organizzato quell’azione.
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