Il Governo è giunto al capolinea. Conte annuncia le dimissioni in un discorso al Senato in cui non risparmia niente a Salvini, e non nomina Di Maio; lo scolaretto gli sta accanto seduto composto, con l’aria di chi non c’ha capito un bel niente. Giuseppe Conte nell’ora più buia dimostra carattere, parla a testa alta. Del resto ha qualcosa che gli altri non hanno. Un mestiere al quale tornare. E’ un professore universitario, ha un ruolo nella società. 

Renzi, Salvini, Di Maio e compagnia bella di mestiere fanno i politici. Che un mestiere non è. A Salvini diamo lo stipendio da 29 anni, a Matteo Renzi da 14, Di Maio dallo stadio San Paolo di Napoli è andato diretto in Parlamento, senza passare dal via. Non mi è mai piaciuto il premier Conte, e continua a non piacermi. Oggi è stato una spanna avanti a tutti, però.

A Salvini l’afa ha decisamente offuscato idee e gesti: è diventato Don Matteo, sempre col “buon Dio” sulle labbra. Il rosario a portata di mano, ovunque. Nemmeno dovesse dire messa. Della Madonna di Pontida, onestamente, ne avremmo fatto volentieri a meno. Certo, la storia insegna. Il Duce grazie al matrimonio con la Chiesa cattolica ha legittimato il proprio ruolo e reso solido un potere vacillante. Ma sono passati 90 anni. L’Italia è simile, ma non è più la stessa. Nell’ultimo mese il Capitano è rimbalzato come una pallina da flipper andando dalle dirette Facebook nell’orto di villa Verdini alle invocazioni divine, con una sosta per ammirare le tette oscillanti delle cubiste al Papeete Beach. 

L’altro Matteo, il bomba Renzi – uscito dalla porta e rientrato dalla finestra – già vede la poltrona bella larga di Palazzo Chigi su cui poggiare il deretano. In Senato l’abbiamo visto piuttosto ringalluzzito, c’è da capirlo, ha perso tutto con ignominia, dalla leadership del Pd alle elezioni – ma da buon miracolato di Banana Republic si trova ad un passo dalla stanza dei bottoni.

Guardando i Matteo nazionali, tanto diversi eppure così simili, è difficile non notare quanto siano uniti da un legame spazio-temporale. Entrambi invecchiano di 7 anni ogni anno che passa, come i cani. Nemmeno FaceApp riesce a stargli dietro. Forse Andreotti non aveva poi tanto ragione. Direi che il potere logora chi non ce l’ha, chi ce l’ha, e chi è dominato dalla brama per averlo. I nostri narcisi perennemente in vetrina ne danno ampia dimostrazione.