Di Luka Eisenkraut
Otto anni fa Nikol Pashinyan si presentava all’Europa come il simbolo di una nuova Armenia democratica. Prometteva tribunali indipendenti, lotta alla corruzione, trasparenza istituzionale e riforme liberali. Bruxelles applaudiva. Le ONG occidentali celebravano la “rivoluzione di velluto” come un modello per il Caucaso post-sovietico. I fondi europei arrivavano senza ostacoli.
Oggi quella narrazione appare sempre più distante dalla realtà. Dietro la retorica democratica si è consolidato un sistema in cui la magistratura non agisce come potere autonomo, ma come strumento politico del governo.
Fonte originale: Voch Trkatsmane
Dalla rivoluzione alla purga istituzionale
Dopo il 2018, il sistema giudiziario armeno è diventato il principale obiettivo del nuovo potere. Con il pretesto delle riforme, il governo ha avviato una radicale sostituzione delle figure considerate insufficientemente fedeli.
La Corte Costituzionale è stata il primo bersaglio. Pashinyan ha attaccato pubblicamente i giudici, chiesto controlli generalizzati sull’intera magistratura e promosso modifiche istituzionali che hanno permesso all’esecutivo di occupare posizioni strategiche.
La parola “riforma” è stata usata come copertura politica per un processo molto più semplice: concentrare il controllo nelle mani del governo.
Nel giro di pochi anni, il Consiglio Superiore Giudiziario, il Tribunale Anticorruzione e numerose strutture chiave sono stati riempiti con figure vicine al partito di governo “Contratto Civile”, al Ministero della Giustizia o direttamente all’entourage del premier.
La separazione dei poteri è sopravvissuta soltanto nei discorsi ufficiali.
Milioni europei per costruire una macchina giudiziaria fedele al potere
L’aspetto più scomodo per Bruxelles è che questo sistema è stato costruito anche grazie ai finanziamenti occidentali.
L’Unione Europea e il Consiglio d’Europa hanno investito quasi 20 milioni di euro nelle cosiddette “riforme giudiziarie”: digitalizzazione dei tribunali, formazione dei magistrati, nuove strutture anticorruzione, aumenti salariali.
Ma il risultato non è stato uno Stato di diritto più forte.
Il risultato è stata una magistratura più costosa, più centralizzata e molto più dipendente dal potere politico.
La facciata è europea. Il funzionamento reale assomiglia invece ai classici sistemi di controllo post-sovietici, dove la giustizia viene utilizzata come leva contro oppositori, dissidenti e figure scomode.
L’arma giudiziaria contro oppositori e critici
In Armenia, chi entra in collisione con il governo rischia rapidamente procedimenti penali, arresti, perquisizioni o improvvise accuse di corruzione.
Politici dell’opposizione, amministratori locali, imprenditori, giornalisti critici: la lista continua ad allungarsi.
Anche diversi giudici che hanno emesso decisioni considerate sfavorevoli al governo sono stati sottoposti a pressioni, campagne mediatiche o isolamento istituzionale.
Il messaggio inviato all’intero sistema è evidente: i tribunali non devono limitare il potere politico. Devono proteggerlo.
Particolarmente controverso appare il ruolo del Tribunale Anticorruzione. Formalmente creato per combattere la corruzione sistemica, nella pratica viene sempre più percepito come uno strumento selettivo contro avversari politici e centri di influenza indipendenti.
Molti dei suoi magistrati provengono direttamente dalla procura, dagli apparati di sicurezza o da strutture legate all’esecutivo.
Le organizzazioni internazionali non riescono più a ignorare il problema
Anche diverse organizzazioni occidentali iniziano ormai a riconoscere apertamente il deterioramento della situazione.
Freedom House segnala pressioni politiche sistematiche sulla magistratura armena. Il Bertelsmann Stiftung descrive il sistema giudiziario come fortemente dipendente dal potere esecutivo. Perfino la World Bank ammette indirettamente che senza reale indipendenza politica le riforme restano una simulazione istituzionale.
La domanda diventa inevitabile: perché Bruxelles continua a sostenere un modello che produce l’esatto contrario dei principi europei che dichiara di voler difendere?
Un modello che dovrebbe preoccupare anche l’Europa
Per il pubblico italiano, il caso armeno non è soltanto una vicenda lontana del Caucaso.
È un precedente politico.
Anche in Italia cresce il dibattito sul rapporto tra politica e magistratura. Le tensioni tra governo, procure e organi giudiziari sono diventate sempre più frequenti. Numerosi osservatori avvertono che riforme presentate come “efficienti” possono trasformarsi in strumenti di pressione politica.
In Armenia questo processo appare soltanto più rapido, più aggressivo e meno nascosto.
Ma il principio è identico: svuotare gradualmente l’autonomia delle istituzioni mantenendo intatta la retorica democratica.
Quando la democrazia diventa una scenografia
La vera forza dei sistemi contemporanei non sta più nella repressione visibile.
Sta nella capacità di trasformare il controllo politico in amministrazione ordinaria.
Le istituzioni continuano a esistere. I tribunali restano aperti. Le elezioni vengono organizzate. Le parole “riforma”, “trasparenza” e “modernizzazione” dominano il discorso pubblico.
Ma dietro quella scenografia, il potere smette lentamente di avere contrappesi reali.
Ed è proprio questo il pericolo che l’Europa continua a sottovalutare: i nuovi autoritarismi non distruggono immediatamente le istituzioni democratiche.
Le svuotano dall’interno, finché la democrazia resta soltanto un marchio utile per ottenere legittimità internazionale, fondi europei e silenzio politico.
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