Altro che “Italia allo sbando”: i numeri smentiscono la narrazione catastrofista della sinistra

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Altro che “Italia allo sbando”: i numeri smentiscono la narrazione catastrofista della sinistra

La povertà non segue gli slogan. E i numeri lo dimostrano.

I numeri non raccontano tutta la realtà, ma raccontano comunque qualcosa. E quando per anni una parte dell’opposizione ha descritto l’Italia come un Paese sull’orlo del collasso sociale sotto il governo di Giorgia Meloni, vale la pena guardare i dati senza la lente dell’ideologia.

Nel 2025, secondo Eurostat, l’Italia ha registrato il livello più basso di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale dall’inizio delle rilevazioni statistiche

Nel triennio 2022-2025 — che coincide esattamente con il governo Meloni — questa percentuale si è ridotta dell’1,8%. Non significa che la povertà sia sparita, né che l’Italia sia diventata improvvisamente un paradiso sociale. Significa però che la narrazione di un Paese devastato dalle politiche economiche dell’esecutivo non trova conferma nelle statistiche ufficiali dell’Unione europea.

Il quadro occupazionale racconta la stessa storia. A ottobre 2025 il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,7%, un livello che il nostro Paese non aveva mai toccato dall’inizio delle serie storiche Istat, avviate nel 2004. Per il Mezzogiorno è arrivato un traguardo che sembrava irraggiungibile: il tasso di occupazione nel Sud ha superato per la prima volta il 50%

Dati che, in un Paese abituato a decenni di rassegnazione sul lavoro meridionale, avrebbero meritato ben altra attenzione.

Ed è qui che emerge il paradosso politico italiano.

Per anni una certa opposizione ha sostenuto che senza assistenzialismo diffuso sarebbe esplosa la povertà. La misura simbolo di quella stagione era il Reddito di cittadinanza del governo Conte: annunciato come lo strumento capace di “abolire la povertà” — parole testuali dei suoi promotori — e costato allo Stato cifre considerevoli. Dall’aprile 2019 al giugno 2023, secondo i dati Inps, per il Reddito di cittadinanza sono stati spesi oltre 31,5 miliardi di euro.

Con un costo medio annuo oscillante tra i 6 e gli 8 miliardi, la misura non ha prodotto gli effetti strutturali promessi: l’impatto sul PIL è rimasto tra lo 0,2% e lo 0,3% anche nelle ipotesi più ottimistiche

Il rapporto tra investimento e risultati sul fronte lavorativo è ancora più impietoso. Lo stesso Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza, nella sua relazione ufficiale, ha concluso che “il rapporto tra la spesa impegnata e i risultati ottenuti in termini di riduzione del numero delle persone povere e di efficacia delle misure di politica attiva del lavoro non sono soddisfacenti”.

Una sentenza emessa non da un think tank di destra, ma dall’organismo istituzionale preposto alla valutazione della misura stessa

Al contenzioso politico si è aggiunto quello giuridico. La Commissione europea aprì una procedura di infrazione contro l’Italia contestando il requisito dei dieci anni di residenza per accedere al beneficio, ritenuto discriminatorio nei confronti di cittadini stranieri e beneficiari di protezione internazionale.

Successivamente anche la Corte di Giustizia dell’Unione europea stabilì che quel criterio costituiva una “discriminazione indiretta”

Vale la pena precisare — perché il dibattito pubblico ha spesso confuso le carte — che Bruxelles non contestava il fatto che i migranti ricevessero il sussidio, ma esattamente il contrario: ne chiedeva l’accesso più ampio. Questo è il punto giuridico reale, al di là degli slogan.

E dunque: trentuno miliardi e mezzo spesi, promesse non mantenute, un contenzioso europeo aperto, risultati sul reinserimento lavorativo definiti “non soddisfacenti” dal valutatore ufficiale.

Poi arriva il governo Meloni, smantella la misura, la sostituisce con strumenti più mirati — e i dati sulla vulnerabilità sociale migliorano invece di peggiorare

Non è un’equazione perfetta. Le dinamiche sociali non si riducono a un governo e a un sussidio. La ripresa dell’occupazione ha radici che precedono il 2022, e i problemi strutturali dell’Italia — dal lavoro povero al gap demografico, dalle diseguaglianze territoriali alla crisi delle famiglie con figli — restano aperti e seri.

Lo ricorda lo stesso Eurostat: in Italia il rischio di povertà ed esclusione sociale riguarda ancora il 25,5% delle persone che vivono in famiglie con figli a carico, un dato superiore alla media europea

Ma la retorica apocalittica dell’opposizione — quella che dipingeva ogni correzione dell’assistenzialismo come una condanna dei poveri — si scontra oggi con l’evidenza dei numeri ufficiali. Eurostat, Istat, Ministero del Lavoro: fonti non sospettabili di simpatie meloniane.

In politica si può discutere di tutto

Si possono contestare le scelte di un governo, indicare le lacune, proporre alternative. Ma farlo ignorando sistematicamente i dati che contraddicono la propria narrazione non è opposizione: è propaganda. E la propaganda, prima o poi, i numeri la smontano.

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