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Home Economia

Conti pubblici, salari e polemiche da italietta

di Simone Margheri
1 Maggio 2026
In Economia
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Gli stati europei dove si pagano meno tasse
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Conti pubblici, salari e polemiche da italietta

Nel dibattito politico italiano il confine tra critica legittima e ricostruzione parziale è sempre più sottile — e le recenti dichiarazioni di Matteo Renzi sui conti pubblici e sull’andamento dei salari ne sono un esempio abbastanza tipico. Osservazioni che partono da elementi reali, ma che finiscono per restituire un quadro cucito su misura.

I numeri, per chi vuole guardarli senza paraocchi, dicono cose precise. Il deficit italiano nel 2025 si attesta intorno al 3,1% del PIL, in calo rispetto all’anno precedente: un miglioramento evidente, soprattutto se si tiene a mente da dove venivamo dopo il periodo pandemico. Non basta ancora per rientrare sotto la soglia europea del 3%, e l’Italia rimane sotto osservazione. Il debito pubblico si aggira attorno al 137% del PIL, tra i più alti dell’Unione. La fotografia è quella di un paziente che sta migliorando, non di uno guarito.
Sul Superbonus 110% il discorso è più sottile. È vero che i crediti d’imposta generati da quella misura hanno pesato sui conti: i dati lo confermano. Ma trasformarlo nell’unico imputato della situazione attuale è un’operazione che non regge: pesano anche una crescita economica strutturalmente modesta e dinamiche di spesa difficili da comprimere nel breve periodo.
Stesso ragionamento vale per i prezzi. L’inflazione è rientrata su livelli relativamente contenuti nel corso del 2025, dopo il picco legato allo shock energetico e alla guerra in Ucraina. Ma rallentare non significa tornare indietro: molti beni costano ancora sensibilmente più di prima, e i salari non hanno recuperato integralmente il terreno perso. Le misure del governo Meloni — taglio del cuneo fiscale, riforma dell’IRPEF — hanno aumentato il reddito disponibile, ma il recupero resta parziale. Presentarlo come risolto sarebbe un’altra forzatura, speculare a quella di chi descrive la situazione come catastrofe.
Ed è qui il problema delle critiche di Renzi: non che siano false, ma che selezionino. Prendono elementi reali, li isolano dal contesto e li trasformano in un atto d’accusa più severo di quanto i dati giustifichino. Non è un errore di analisi, è una scelta retorica. E questa selettività abbassa il livello del confronto e rende più difficile discutere seriamente di problemi che restano aperti.
Perché i problemi restano aperti, eccome. Ma la direzione intrapresa è quella giusta, e i dati lo confermano. Un giudizio complessivo sull’operato di questo governo non può ignorarlo: chi governa in un contesto di eredità pesanti e turbolenze internazionali, e riesce comunque a correggere la traiettoria, merita un riconoscimento che il dibattito corrente tende a negargli per ragioni che con l’analisi hanno poco a che fare. Interrompere quella correzione sarebbe un errore.
Detto questo, tre critiche rimangono sul tavolo — legittime proprio perché mosse da chi non fa il tifo contro.
La prima riguarda l’energia. Non è più accettabile che un paese a vocazione industriale come il nostro paghi l’energia il 40% in più rispetto ai vicini europei. Il nucleare andava rimesso in agenda con più coraggio e più anticipo: il ripensamento della Germania sul tema parla da solo, e ogni anno perso è un anno in cui l’industria italiana finanzia quella francese o tedesca.
La seconda riguarda la sicurezza. Il governo ha impiegato troppo tempo prima di affrontare il problema con strumenti adeguati, e i decreti arrivati in ritardo rischiano di produrre effetti concreti solo a ridosso della scadenza della legislatura — che è esattamente il modo peggiore per affrontare una questione strutturale.
La terza, forse la più sottovalutata, riguarda due parole che sembrano sparite dal vocabolario politico italiano: deregolamentazione e spending review. Meno norme, meno burocrazia, meno spesa pubblica inutile. Dal 2011 facciamo finta di essercene dimenticati, ma sono proprio questi i fattori che, in ogni fase di crisi, rendono l’Italia fragile e aprono la porta ai populismi. Reddito di cittadinanza e Superbonus non sono stati un incidente di percorso: sono stati il prodotto prevedibile di un sistema che non ha mai fatto davvero i conti con se stesso.

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Tags: Conti pubbliciFINANZIARIAIN EVIDENZASOLDITASSE
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