Campo Largo in Toscana , il teorema della incompatibilità
C’erano una volta 23 punti programmatici, un’estate di sorrisi forzati e l’illusione che il “modello Toscana” potesse diventare il laboratorio nazionale del campo largo. Oggi, quell’esperimento somiglia sempre più a un castello di carte investito dal libeccio.
Le indiscrezioni sulla rottura, rilanciate con forza dalle cronache de Il Tirreno, non sono semplici scaramucce di quartiere
Sono la certificazione di un fallimento politico che rischia di consegnare la Regione più rossa d’Italia a un’incertezza senza precedenti. L’alleanza tra PD e Movimento 5 Stelle in Toscana vacilla sotto i colpi dei veti incrociati e delle incompatibilità genetiche.
Il problema non è mai stato “se” si sarebbero divisi, ma “quando”.
La Toscana, con le sue infrastrutture strategiche e la sua gestione dei servizi, è il terreno meno adatto per un’alleanza tra chi vuole governare la complessità (il PD) e chi ha costruito la propria identità sul “No” a prescindere (il M5S)
I nodi sono venuti al pettine simultaneamente. Aeroporto di Firenze, per il PD di Giani è il volano dello sviluppo, per i 5 Stelle è lo scempio ambientale da fermare a ogni costo. Multiutility, il progetto di aggregare i servizi idrici e i rifiuti per quotarli in borsa è il fumo negli occhi per Irene Galletti e la base grillina, che invocano una “pubblicizzazione” che sa di ritorno agli anni ’70.
E infine la questione Matteo Renzi. Il M5S non accetterà mai di stare in una coalizione che ospiti Italia Viva. Il PD, d’altro canto, sa che senza il centro si perde.
Risultato? Uno stallo da far west dove tutti tengono il dito sul grilletto
Non è solo una questione di vertici. Come riportato dalle cronache locali, la base del Movimento 5 Stelle in Toscana è in fiamme. A Pisa, Livorno e Carrara, gli attivisti accusano i propri leaders di essersi venduti al “sistema PD” per un pugno di candidature sicure. Questa spaccatura interna rende il Movimento un partner inaffidabile.
Che valore ha un accordo siglato a Firenze se poi i territori remano contro o, peggio, si rifugiano nell’astensionismo?
In mezzo a questo caos c’è Eugenio Giani.
Il Governatore, che puntava a una riconferma “tranquilla” sotto l’ombrello del campo largo, si ritrova ora a dover gestire un Pd toscano mai così diviso tra Schleiniani (favorevoli all’asse con Conte) e l’ala riformista (che guarda a Renzi e Calenda)
La rottura del campo largo non è solo un problema aritmetico, sebbene i voti del M5S siano pesanti, ma è soprattutto un problema di narrazione. Senza un’alleanza solida, la narrazione della “Toscana baluardo del progressismo” svanisce, lasciando spazio all’immagine di un centrosinistra rissoso e privo di una visione comune.
Se la rottura dovesse formalizzarsi, torneremmo allo scenario del 2020, ma con un centrodestra molto più strutturato e “affamato”
Il campo largo in Toscana sta morendo prima ancora di nascere, vittima delle proprie contraddizioni e di una presunzione fatale, ovvero quello di pensare che la paura della destra bastasse a cancellare decenni di scontri ideologici.
Per Giani e il PD, la strada non è più una passeggiata sulle colline del Chianti, ma un’arrampicata libera su una parete di vetro
E sotto, i grillini stanno già preparando il materasso… ma solo per loro stessi.
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