La vittoria del No: riflessioni e amarezze sulla mancata riforma della giustizia

La vittoria del No: riflessioni e amarezze sulla mancata riforma della giustizia

Riceviamo e pubblichiamo l’articolo di Roberto Valerio

I numeri hanno parlato chiaro: al recente referendum i No hanno prevalso sui Sì, sebbene non con un margine “bulgaro”. A mio avviso, l’esito è stato influenzato dalla convinzione diffusa, alimentata da una comunicazione allarmistica, che la Costituzione fosse in pericolo a causa delle intenzioni del Governo Meloni di mettere sotto controllo la magistratura, paventando l’ombra di una dittatura incombente.

La retorica e il ruolo politico della magistratura

Il dibattito è stato spesso caratterizzato da un linguaggio basato su artifici retorici, mistificazioni e slogan semplicistici, che hanno evitato il merito della riforma, seguendo lo schema di frasi ripetute come: “È in atto un attentato alla nostra Costituzione” o “La Costituzione non si cambia”.

In questo contesto, ho assistito a un intervento attivo dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), che, pur essendo un’associazione interna alla magistratura, ha cercato di delegittimare la riforma, insinuando una prevaricazione del Governo sul potere giudiziario. Ciò nonostante la riforma avesse seguito l’iter costituzionale previsto (art. 138) e sebbene la magistratura non sia legittimata a contrapporsi agli altri due poteri dello Stato, poiché il potere di legiferare spetta unicamente al Parlamento.

D’altro canto, giuristi insigni, come Sabino Cassese, si sono schierati per il Sì, valutando il merito in modo pragmatico e non ideologico

Anche all’interno della magistratura si è verificata una spaccatura, con la nascita di un comitato di magistrati per il Sì che, a differenza dell’ANM, ha goduto di scarsa visibilità mediatica. È degno di nota come numerosi avvocati, alcuni dei quali militanti nella politica attiva di sinistra, abbiano pubblicamente sostenuto la riforma, discostandosi dalle indicazioni di partito.

Tutto ciò deve far riflettere su come la propaganda abbia prevalso su una riforma che ritengo fosse a favore di tutti i cittadini, mirando a migliorare un sistema giudiziario che, insieme alla sanità, rappresenta uno degli ambiti in cui nessuno vorrebbe mai trovarsi.

Molti cittadini che hanno votato No, forse per mera appartenenza partitica, si sono assunti la responsabilità di non cambiare l’attuale sistema giudiziario, come se questo fosse privo di lacune e storture rispetto ai valori enunciati nella Costituzione

I tre obiettivi della riforma bocciata
La riforma costituzionale, appena respinta, mirava a tre obiettivi principali: scardinare le ambiguità del modello attuale e attuare pienamente il principio del “giusto processo” (riforma Vassalli del 1999):

Alta Corte disciplinare: inserire in Costituzione l’organo disciplinare della magistratura, la cosiddetta Alta Corte. Questo organo avrebbe avuto esclusivamente competenze disciplinari, separando tale funzione dalla gestione delle carriere dei magistrati.
Separazione funzionale (PM e giudice): rendere effettiva la separazione tra chi sostiene l’accusa nei processi (pubblico ministero) e chi deve emettere le sentenze in nome del popolo italiano (giudice), affinché quest’ultima figura non risultasse più appannata.

CSM separati: istituzione di CSM distinti, uno per i PM e uno per i giudici

L’obiettivo era rafforzare la figura del giudice, unico detentore del potere di assolvere o condannare un altro cittadino.
Questa proposta rispondeva all’esigenza di superare un modello che accentra nello stesso organo l’autogoverno, la gestione delle carriere, il trasferimento e l’applicazione delle sanzioni disciplinari (il CSM finisce per giudicare se stesso). Questo sistema ha portato alla degenerazione del dibattito, con il correntismo — che alcuni insigni giuristi, come Leone, Pisapia e Vassalli, avevano paventato — che ha finito per pilotare nomine e promozioni. Il sorteggio, previsto per la nomina di alcuni membri togati dell’Alta Corte, non era una misura punitiva, ma un metodo neutro per prevenire le degenerazioni di autoreferenzialità e accentramento.
Il prezzo della giustizia negata: una testimonianza personale

La mia esperienza personale mi ha profondamente segnato e mi ha convinto a sostenere la riforma, poi bocciata, anche a causa della cattiva propaganda

Anni fa, dopo essere stato eletto consigliere comunale a Campi Bisenzio per Alleanza Nazionale, rilasciai un comunicato stampa che divenne il pretesto per una causa di presunta diffamazione a mezzo stampa. Nonostante avessi smentito l’articolo erroneo pubblicato da un solo quotidiano e avessi prodotto copiosa documentazione a mia difesa, fui condannato in primo grado.

Il processo fu trasferito da Firenze a Perugia in un periodo delicatissimo, in cui tutte le mie energie erano assorbite dalla grave malattia di mio figlio Riccardo, che purtroppo ci avrebbe lasciato di lì a poco

Fidandomi della terzietà del giudice, rimasi perplesso, ma non scettico rispetto al trasferimento. L’esito, tuttavia, fu inaspettato: la condanna. Ricordo di aver chiesto al giudice perché fossi stato condannato, e la risposta fu concisa: “Può sempre fare ricorso”.

In quel frangente, scoprii che la Costituzione, nel prevedere il “giusto processo” (art. 111), di tipo accusatorio e di ragionevole durata, richiede che il giudice consideri tutta la documentazione già in primo grado.

Tuttavia, in Italia è rarissimo essere assolti in primo grado e i ricorsi estenuanti durano anni.

A Perugia, a sentenza non ancora letta, fui testimone di una scena inverosimile: il pubblico ministero che sosteneva l’accusa e il giudice che avrebbe dovuto emettere la sentenza pranzavano insieme in un ristorante a poca distanza da me.

Questo episodio contraddice quanto autorevolmente afferma la Corte costituzionale: il giudice non solo deve essere imparziale, ma deve anche apparire imparziale nella condotta pubblica e privata.

Pranzare con il PM prima di pronunciare una sentenza non risponde certo a tale principio

Scoprii anche l’esistenza delle “correnti” nella magistratura. Il giudice in questione era il presidente provinciale di Magistratura Democratica, una corrente di esplicita ispirazione ideologica opposta al partito politico (Alleanza Nazionale) di cui ero consigliere comunale. È legittimo dubitare dell’imparzialità di un giudice palesemente schierato politicamente, che non si attiene al dettato costituzionale di terzietà.

La mia vicenda si concluse con un ingente risarcimento da parte dell’assicurazione del mio avvocato, i cui legali, dopo aver letto il dispositivo della sentenza, riconobbero un caso di “negata giustizia” senza neppure adire una causa civile.

A proposito di risarcimenti, i dati ufficiali indicano che dal 1991 al 2023 lo Stato (ovvero noi cittadini) ha speso complessivamente 1 miliardo di euro per indennizzi da ingiusta detenzione, di cui ben il 75% per “accertata estraneità ai fatti”.

La vittoria del No, promossa anche dall’ANM — che brinda, nei tribunali, a questo risultato — lascia l’amaro in bocca. Tutti abbiamo perso qualcosa nel mantenere lo status quo

Abbiamo perso l’opportunità di affrontare un problema strutturale per il timore che la riforma potesse minare l’indipendenza della magistratura, dimenticando che solo il Parlamento ha il potere di legiferare, mentre la magistratura deve rispettare e far rispettare le leggi.

Come ricordava l’avvocato Pansini al sostituto procuratore Spadaro, all’indomani della riforma del processo da inquisitorio ad accusatorio:

“Desidero che i banchi restino separati, perché anche visivamente si percepisca che io, avvocato, sono il difensore della libertà”.

Leggi anche:

Exit mobile version