Venezia, nel Settecento, viveva in un eterno carnevale, sospesa nel tempo e nello spazio. Era un pianeta avulso dal resto dell’universo, con le sue leggi bislacche che imponevano alla nobiltà di coprirsi il viso con maschere la cui inespressività era lo specchio dell’indifferenza, dell’ottusità, della morte cui si era auto condannata intestardendosi nel suo caparbio isolamento, pensando di poter continuare a vivere di rendita sulle glorie del passato.

Il libertinaggio era la normalità. A mariti patrizi cornuti facevano da contraltare nobildonne altrettanto cornute. Gli uomini amavano andare a caccia di servette, mentre le mogli si intrattenevano con l’amante di turno.

Se la caccia non dava frutti, i nobili andavano nel sestiere di San Polo, al “ponte delle Tette“, così chiamato perché vi si affacciavano luride case con alle finestre prostitute di infimo rango che mostravano la bianca e morbida mercanzia, lisciandosela voluttuosamente e soppesandosele con le mani e scrollandola provocatoriamente nel mentre invitavano a gran voce gli uomini a salire nelle loro fetide stanze dove gli odori forti della miseria si mischiavano al tanfo ripugnante degli amplessi.

Alle plebee era lecito prostituirsi (alle nobildonne no, c’era di mezzo la reputazione dell’intero patriziato su cui si reggeva la Repubblica), anzi era lo stesso governo della Serenissima a favorire il meretricio destinandovi la zona in cui si trovava il “ponte delle Tette”. Lo scopo era quello, come diceva la legge, di “distogliere con siffatto incentivo gli uomini dal peccare contro natura”.

Insomma, le tette al vento come antidoto per la sodomia.

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