Vannacci se ne va, la Lega torna al Nord e Salvini resta solo con un partito che non lo ama più
La scelta di puntare sul generale Roberto Vannacci avrebbe dovuto rappresentare un colpo di prestigio per Matteo Salvini e per una Lega in cerca di rilancio nazionale.
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Invece, la sua uscita – dopo mesi di tensioni, malumori e divisioni – ha prodotto l’effetto opposto: ha riportato il partito bruscamente alle sue origini settentrionali, lasciando il segretario in balia di una base che, soprattutto al Nord, appare ormai poco innamorata del suo leader attuale
Salvini paga una sequenza di errori politici che hanno progressivamente logorato la sua immagine e quella del partito. Dalla caduta del governo Conte II nel 2021, con la scommessa fallita di elezioni anticipate immediate, all’adesione ambigua al governo Draghi: sì in Consiglio dei ministri (anche sui decreti obbligo vaccinale), no appena usciti dalla porta.
Un’ambiguità che irritò sia i governisti sia i no-vax, riuscendo a scontentare tutti
Memorabile il commento gelido di Mario Draghi su chi approva un provvedimento e poi lo contesta a stretto giro.
Poi il teatrino del Quirinale nel 2022: un candidato al giorno, fino alla freddezza ostentata che favorì la rielezione a sorpresa di Mattarella. Difficile trovare un leghista che abbia davvero apprezzato quella strategia.
Poi il teatrino del Quirinale nel 2022: un candidato al giorno, fino alla freddezza ostentata che favorì la rielezione a sorpresa di Mattarella. Difficile trovare un leghista che abbia davvero apprezzato quella strategia.
Oggi la Lega nazionale è un progetto svanito
L’espansione al Sud, su cui Salvini aveva scommesso tutto spostando il partito su posizioni più marcatamente di destra, si è rivelata un fallimento: consensi crollati al Meridione, mentre il Nord resta il cuore pulsante ma sempre più chiuso e diffidente verso il “Capitano”. Senza Vannacci – che pure era stato pompato come vice e simbolo di un rinnovamento – il partito torna alle sue origini: settentrionale, territorialista, arido di prospettive nazionali.
E in quel recinto, Salvini non è più amato come un tempo
Le Europee hanno certificato il disastro: da potenziale guida della coalizione, la Lega è finita scavalcata persino da Forza Italia per un pugno di voti, relegata al terzo posto. Un sorpasso umiliante, aggravato da errori che ormai nessuno giustifica più.
Intanto Forza Italia si riorganizza e respira: classe dirigente radicata, amministratori sul territorio, capacità di parlare a ceti produttivi e automobilisti. Occupa spazi che la Lega ha abbandonato, soprattutto al Centro-Sud. Salvini cede terreno su ogni fronte: il sogno di una Lega “italiana” è un relitto.
Il Nord tiene, ma non basta più a coprire il declino
La leadership salviniana è ferita, forse irrimediabilmente. La partenza di Vannacci ha tolto l’ultimo velo: il segretario resta solo, con un partito che torna alle sue radici ma che – soprattutto nella roccaforte settentrionale – lo guarda ormai con freddezza e disincanto.
Le lacrime di circostanza non cambieranno una rotta che appare segnata da inerzia e da un’autodistruzione accumulata negli anni
Senza una sterzata netta, la Lega rischia di ritirarsi definitivamente nel suo vecchio guscio, lasciando il campo agli alleati. E a pagare il prezzo più alto sarà proprio chi per anni ha fatto del partito il suo marchio personale.
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