​”Ué Enrico!” Racconti, sogni e risate con Beruschi: l’impiegato modello che scelse il palcoscenico

​”Ué Enrico!” Racconti, sogni e risate con Beruschi: l’impiegato modello che scelse il palcoscenico

Enrico Beruschi, comico, attore, cantante, cabarettista di successo ma soprattutto un Sognatore con la “S” maiuscola. Ha cominciato come impiegato di banca per poi approdare alla Galbusera, arrivando ad ottenere un ruolo dirigenziale. Posto fisso, azienda solida con prospettive di sviluppo, stima dei titolari, solide opportunità di carriera, appena sposato.

Pochi hanno il coraggio di lasciare il posto fisso per lanciarsi nell’avventura guidati solo dai propri sogni. Ma Enrico Beruschi è un personaggio davvero speciale.

Vi confesso che mi è piaciuto sin da subito. Non solo perché è simpatico, eclettico, per i ricordi bellissimi che si hanno di lui in trasmissioni che hanno caratterizzato la mia adolescenza, una su tutte Drive In; ma perché è un uomo autenticamente genuino. Una persona alla mano, positiva, ottimista.

A 85 anni è la persona più giovanile che abbia mai conosciuto.

L’ho rintracciato nella maniera più semplice del mondo. Su Facebook. O se non nella più semplice, in quella che oggi è la pista più battuta in una società dominata dai social. Ci siamo messi d’accordo subito, e dopo un contatto telefonico lui ha deciso di rilasciare questa intervista.

Da dove è partito Enrico Beruschi, com’era la sua vita prima di diventare un personaggio pubblico?

Mi sono diplomato nel ’60 in ragioneria, me la cavavo piuttosto bene a scuola. Pensi che ho avuto ben 26 offerte di lavoro appena diplomato! Ma non è che fossi particolarmente bravo, era un’altra Italia. L’Italia degli anni Sessanta. C’era il boom economico. Ho trovato subito un impiego in Banca per poi passare alla Galbusera, dove divenni dirigente contabile.

​Insomma, gli esordi non facevano presagire una carriera nel mondo dello spettacolo…

No, anche se pensi che sono andato alle medie con Renato Pozzetto e alle superiori con Cochi Ponzoni, che poi sono rimasti miei cari amici. Quando decisi di lasciare il posto fisso per il mondo dello spettacolo, Cochi  mi consigliò di essere prudente, perché il mio era un posto sicuro e stavo avendo successo, mentre la professione dello spettacolo presentava dei rischi ed era molto particolare.

​Ma come si è deciso a lanciarsi?

Io mi trovavo bene alla Galbusera, ma tutto cominciò per la delusione conseguente ad un mancato aumento di stipendio. Avevo lavorata ad un programma che portò ad applicare delle tecniche innovative grazie a delle consulenze con i tecnici dell’IBM che mi avevano anche rivolto dei complimenti. Avevamo meccanizzato molte cose della contabilità. Il capo mi diede una gratifica equivalente a circa uno stipendio, ma non l’aumento, ed io ci rimasi un po’ male.

​Non mi dica che si licenziò in tronco?

​(Risata) No, non esattamente. Me ne andai al Derby, il famoso locale milanese. Era un locale che frequentavo comunque come cliente. Non facevo chissà che orari strani, solitamente prima della mezzanotte andavo via, anche perché dovevo tornare poi in ufficio il giorno dopo.

Ma in realtà, dopo i primi esordi in cui cercavo di conciliare le cose, arrivò l’opportunità di un piccolo contratto in RAI. Poi non se ne fece niente, però sul momento mi impose la scelta di stare dentro o fuori. Ed io scelsi il cabaret.

​Prima di proseguire debbo chiederle una cosa. Il Derby nell’immaginario collettivo oggi è ricordato come il locale di Francis Turatello e Renato Vallanzasca, però è stato una scuola per tanti ed un punto di riferimento della vita notturna milanese.

Com’era veramente il Derby?

Ah, il Derby era davvero meraviglioso! Era la culla del cabaret. Io non ho fatto alcuna scuola per imparare questo mestiere, però lì ti confrontavi con gente come Gianni Magni, Dino Sarti, Walter Valdi, Cochi e Renato, Gianfranco Funari e tanti altri.

C’erano però anche Turatello e Vallanzasca, però?

Ma io sinceramente ho saputo dopo chi fossero questi personaggi. Anche perché una volta, quando già ero conosciuto, un altro mi invitò al suo tavolo a bere champagne. Solo dopo seppi che era una specie di gangster.

​Mi sembra che il gestore fosse lo zio di Diego Abatantuono?

​Sì, c’era anche Diego che era giovane e faceva il tecnico delle luci, ha imparato molto lì. Suo zio Gianni Bongiovanni, marito di sua zia, era la vera anima del Derby. Quando è morto, il locale ha iniziato il suo declino.

​Quindi, tornando alla sua storia. Deluso per l’aumento va al Derby e che cosa succede?

Il Derby era un ambiente particolare, devi pensare che lì nascevano a volte delle canzoni, in anticamera eri a contatto con dei personaggi eccezionali. A un certo punto, entrando al Derby, incontro Walter Valdi che mi dice in milanese: “Eheh, faccia de merda, se dis che te set bon de fa rid. Domand provom”. E il giorno dopo ho raccontato tre barzellette andando per la prima volta davanti al pubblico.

​Però lei non aveva fatto una scuola per imparare questo mestiere?

No, no, assolutamente. Ancora oggi non mi piace dire che insegno ai ragazzi. Io faccio quattro chiacchiere con loro, non mi metto in cattedra, gli do qualche consiglio. Secondo me conta sapersi immedesimare e fare bene quello che si fa.

​Però, mi scusi, Lei lasciò praticamente un posto fisso per fare un bel salto nel vuoto… ma sua moglie?

Pensi che mi ero sposato il 20 luglio del ’74 ed il 15 settembre ho dato le dimissioni. Mia moglie mi ha sempre appoggiato. E poi mi ha detto che comunque era convinta che, se proprio fosse andata male, in Galbusera mi avrebbero ripreso. Questo me lo confermò anche il mio capo quando andai a dimettermi.

​Senta, però soprattutto in quegli anni girava molta droga in quell’ambiente…

Ho delle cugine giornaliste che mi dicono che sono l’unico uomo che conoscono che non si è mai fatto neanche uno spinello. Però sinceramente non me ne vanto. Dico semplicemente ai giovani che se uno vuol fare queste esperienze le fa, magari ne esce anche indenne, ma non sono queste le cose importanti.

La cosa che mi ha fatto più piacere è che un giorno accompagnai mia figlia di quindici anni in un locale e dei ragazzi totalmente fatti parlarono di hashish con me, senza rendersi conto che ero un genitore. Le dissi: “Vedi come sono rimbambiti?”. Lei l’ha capito, e questo è l’importante per me.

​Comunque la sua carriera è andata avanti anche nel cinema. Ad esempio ha lavorato nel film Un borghese piccolo piccolo, diretto da Mario Monicelli e con il grande Alberto Sordi. Che ricordo ha di loro?

In quel caso fu una cosa strana.

Fui chiamato perché Monicelli e una mia zia che stava a Roma, conoscevano una persona in comune. Ho un grande ricordo sia di Monicelli che di Sordi.

Ricordo quando entrò in scena, subito dopo la sua controfigura, identica a lui,  che era ripresa di spalle. In quei pochi metri si immedesimò nel personaggio. Entrò in quel mondo, in uno spazio, in un tempo, in una dimensione ben precisa.

E come ha deciso di portare il suo lavoro addirittura a Sanremo?

No, Sarà un Fiore, la canzone non l’avevo scritta io, ma era opera di Corrado Conti, Daniele Pace e Mario Panzeri. Fu un’idea del produttore della Baby Records, che poi successivamente sarebbe diventato importante scoprendo personaggi illustri, puntare su di me. Allora aveva bisogno di visibilità e mandò me con questa canzone.

Il Festival di Sanremo è stato un’esperienza veramente interessante.  Mike Bongiorno mi disse riservatamente che ero arrivato terzo, non quinto! Però il podio era precluso ai non cantanti.

​Deve essere stato un momento molto complesso, perché effettivamente si cimentava in qualcosa di particolarmente importante e davanti a tutta Italia…

Sì, ricordo che, per l’emozione, sbagliai le parole della prima strofa. I tecnici si diedero da fare con l’attrezzatura pensando che fosse stato un problema di microfoni! Poi sulla seconda strofa entrai in armonia con il coro che andava avanti perfetto. Ancora oggi mi balena l’idea di cantare.

​Tra l’altro, in quegli anni è diventato un personaggio famosissimo. Fece moltissime trasmissioni: Drive In, Tutto compreso, Studio 5, Conto su di te! Sabato al circo

Drive In fu ideato da Antonio Ricci, ho lavorato con Gianfranco D’Angelo, Margherita Fumero, Ezio Greggio, Giorgio Faletti, Carlo Pistarino; poi Emilio ideato da Zuzzurro e Gaspare, con Athina Cenci, Teo Teocoli, Silvio Orlando, Gene Gnocchi… per citarne alcuni.

​Quindi alla fine il salto nel mondo dello spettacolo, anche sul piano economico, è stato un grande successo?

Beh, insomma, all’inizio – finché non ho preso il via – chiaramente non ho guadagnato quello che prendevo alla Galbusera. Poi, ovviamente, pian piano è migliorato. Il salto di qualità me l’ha fatto fare Silvio Berlusconi.

​Mi racconti un po’ di Berlusconi, com’è andata la vostra collaborazione? Che ricordo ne ha?

Io di Berlusconi ho veramente un ricordo bellissimo. Un giorno mi sento fare: “Ué Enrico!”, e mi fece un bel contratto di esclusiva. Fui uno degli ultimi a poterne usufruire. Era un grandissimo imprenditore, una mente eccezionale.

​Vedo che lo ammira davvero molto, anzi noto anche dell’affetto.

Assolutamente sì. Ha impersonato la persona per bene di Milano. Ha voluto quello spirito dinamico nel suo partito. Guarda, io Milano ce l’ho nel cuore: tra nonni e bisnonni credo di essere uno dei pochi che può vantare un buon 85% di milanesità!

​Se parliamo di politica, lei è stato anche amico di Beppe Grillo, anche se sembra non abbia condiviso la sua scelta di entrare in politica, giusto?

No, ma chi gliel’ha detto?

Io non l’ho mai criticato. Le posso dire che, per quanto riguarda me, in prima persona non sarei mai sceso in politica. Mi ricordo le elezioni addirittura del ’48, quando ero un bambino! Ma non mi sono mai messo in mezzo, non fa parte del mio carattere.

Però non entro nel merito delle sue scelte. Io di Grillo ho tantissimi bei ricordi. Quando andavo verso Bologna ci si vedeva sempre prima all’hotel Jolly per stare un po’ insieme come buoni amici.

​Però è anche autore di libri.

Nove mesi fa è uscito “Enrico Beruschi. Una vita meravigliosa”. Sono costantemente in contatto con una mia amica geniale, una poetessa, Lorena Sambruna, per la quale ho curato la prefazione del libro unitamente a Margherita Fumero, che ha scritto insieme a Marco Fusi, “DIO creò la coppia. Loro si mandarono a quel paese”. Secondo Lorena scrivo delle belle poesie.

​Beruschi, ora mi diventa anche poeta?

(Ride) Boh, vediamo… Oh, lo dice lei!

​Le posso chiedere se ha dei rimpianti?

Senta che le posso dire… sicuramente avrò fatto degli errori, ma non mi piace pensarci. Non mi piace pensare “ma se avessi fatto…”.  A Milano si dice che i “se” e i “ma” sono il patrimonio dei coglioni!

​Finiamo con una nota di gossip. Lei è un personaggio famoso, ma non è stato mai al centro di rotocalchi e cronache scandalistiche.

Ma non avevano detto che ci davamo del tu, proprio non ce la fai.. ( ad essere sinceri è tutta l’intervista che più volte me l’ha detto, ed io glielo do ma mi confondo costantemente tornando al Lei nda)

Di donne ne ho conosciute tante. Anche di donne molto belle in questo ambiente. Ma mi consideravano come un fratello maggiore. Penso ad esempio alle ragazze di Fast Food.

Io non c’ho mai provato con loro! Debbo ammettere che, quando le cose andavano particolarmente bene, qualcuna, nell’ambiente cinematografico, si è anche proposta. Però io ho sempre detto di no. Si vedrà nell’aldilà se ho fatto bene oppure se sono stato un pistola!

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