Trump ha fatto a Meloni il favore che non si aspettava
C’è un momento, in politica, in cui continuare a far finta diventa più dannoso che dire la verità. Per Giorgia Meloni quel momento è arrivato. E, ironia della sorte, a costringerla è stato proprio Donald Trump.
L’attacco al Papa non è l’ennesima uscita sopra le righe. È la certificazione di un problema politico enorme: Trump non è più un alleato ingombrante. È un alleato tossico
E Meloni questo lo sa. Per settimane ha tenuto una linea prudente, quasi silenziosa. Ma quando si attacca il vescovo di Roma non esiste più equilibrio che tenga: o stai da una parte, o stai dall’altra. Stavolta ha scelto. Bene.
Ma la verità più scomoda è un’altra: Trump le ha fatto un favore. Le ha tolto ogni alibi. Le ha consegnato la copertura politica perfetta per prendere finalmente le distanze da un’amministrazione americana che, giorno dopo giorno, si rivela confusa sul piano internazionale, aggressiva verso l’Europa, ambigua — quando non apertamente morbida — verso la Russia. Un’America così non è un punto di riferimento. È un’incognita.
E qui crolla tutta la narrazione di quel sovranismo europeo che per anni ha guardato a Trump come a un faro. Un faro che oggi illumina poco e acceca molto.
Trump resta quello che è sempre stato: un imprenditore prestato alla politica, convinto che la geopolitica si gestisca come una trattativa immobiliare
Dazi come minacce, alleanze come contratti, crisi internazionali da gestire in diretta social. Zero visione, massimo rumore. E un consenso sempre più fragile, sempre più esposto al rischio di trasformarsi, nel giro di pochi mesi, in una lenta agonia da anatra zoppa.
Il punto più preoccupante, però, è un altro: negli Stati Uniti non si vede un’alternativa credibile. Né nel campo di Trump, né tra i democratici. Un Occidente che dipende da una leadership così fragile è un Occidente più debole. E allora per Meloni la scelta è vera: continuare a inseguire un rapporto ormai logoro, oppure fare quello che finora ha evitato — costruire una postura europea più autonoma, più adulta, meno subalterna
Paradossalmente, Trump un merito ce l’ha: ha svegliato l’Europa dal torpore. Ha reso evidente che la delega totale agli Stati Uniti sulla sicurezza è finita. E allora ben venga anche questo scontro, perché chiarisce, costringe a scegliere, smaschera.
Bene ha fatto Meloni a rispondere senza ambiguità
Bene, per una volta, anche quella parte delle opposizioni che ha capito che su certi temi non esiste convenienza politica, ma solo dignità istituzionale. Molto meno bene chi continua a vivere di provocazioni: le uscite di Matteo Renzi sono l’esempio perfetto di una politica ridotta a rumore di fondo. Nichilismo, visibilità a tutti i costi, zero credibilità. Dal 40% al 2% non è sfortuna. È traiettoria.
Il paradosso finale resta tutto americano.
Gli Stati Uniti si sono consegnati a una scelta tra due leadership deboli, entrambe inadatte alla complessità del presente
Una superpotenza che appare improvvisamente meno solida, meno prevedibile, meno autorevole.
A Firenze si direbbe senza troppi giri di parole: se non è zuppa, è pan bagnato.
Quando l’America diventa un problema, per l’Europa smette di essere una protezione. Diventa una responsabilità.
Leggi anche:

