Tra ideologia e realtà: la nuova flotilla per Cuba e le contraddizioni della sinistra fiorentina

Di Cuba

Tra ideologia e realtà: la nuova flotilla per Cuba e le contraddizioni della sinistra fiorentina

L’ennesima iniziativa partita da una Firenze anacronisticamente ideologica – una “flotilla” diretta verso Cuba con il coinvolgimento di attivisti, esponenti politici locali e realtà come il Collettivo di fabbrica ex GKN – viene presentata come missione umanitaria, con l’invio di circa 100 chili di medicinali.

Un’operazione simbolica che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe rappresentare un gesto di solidarietà verso il popolo cubano

Tuttavia, al di là della narrazione ufficiale, questa iniziativa solleva interrogativi politici e morali ben più profondi.
Non è la prima volta che dalla galassia della sinistra fiorentina partono mobilitazioni di questo tipo. Negli ultimi mesi si è assistito a una costante attivazione su fronti internazionali, dalle iniziative legate alla “Global Sumud Flotilla” per Gaza fino a cortei e manifestazioni cittadine, spesso sostenuti da collettivi e associazioni locali

Un attivismo che si muove con coerenza ideologica sempre verso chi si ritiene “vicino” a certi regimi autoritari o autocrazie che certo non si sono distinte per l’utilizzo di mezzi e strumenti certo non umanitari, arrivando a manifestare per Maduro contro l’opinione dei migranti Venezuelani o ad essere contestati da un esiliata Iraniana in un corteo per la pace che in realtà sembrava una richiesta di cessate il fuoco contro il regime degli ayatollah. Iniziative ammantate di apparente ingenuo buonismo missionario ma che rischia di ignorare o minimizzare la complessità dei contesti in cui interviene

Sul quotidiano on line
055 Firenze ad esempio si descrive
il caso cubano in modo emblematico. Cuba attraversa una crisi economica e sociale gravissima, probabilmente la più acuta dalla fine della Guerra Fredda. Una crisi che certamente risente dell’embargo statunitense, ma che affonda le proprie radici in un sistema economico inefficiente e rigidamente controllato dallo Stato.

Da decenni l’isola sopravvive grazie a sostegni esterni: prima i finanziamenti sovietici, poi il petrolio venezuelano, quindi il turismo occidentale e le rimesse della diaspora. Un equilibrio precario che oggi mostra tutte le sue crepe

A questo si aggiunge il nodo politico: la mancanza di libertà civili, la repressione del dissenso e l’assenza di un reale processo di democratizzazione. Negli ultimi anni non sono mancati segnali di tensione crescente, con proteste popolari e atti simbolici contro il potere, sintomo di un malcontento ormai diffuso. In questo contesto, iniziative come quella della flotilla rischiano di apparire più come atti di solidarietà ideologica verso il regime che come reale sostegno alla popolazione.

È giusto aiutare chi soffre, ma è altrettanto necessario interrogarsi su come e perché lo si fa. Inviare aiuti senza mettere in discussione il sistema politico che ha contribuito a generare quella crisi significa, di fatto, legittimarlo

E questo è il punto critico: la solidarietà selettiva, che si attiva solo verso regimi “amici”, perde credibilità e si trasforma in propaganda e sospetto di complicità interessata verso questi regimi arrivando spesso ad ignorarne o sotttostimarne volutamente la natura autoritaria e repressiva.

C’è poi un ulteriore elemento di criticità

La Cuba di oggi non è più la destinazione esotica e relativamente stabile conosciuta negli anni passati, ma un Paese attraversato da tensioni profonde e imprevedibili. Inserirsi in questo scenario con iniziative simboliche e mediatiche non è solo ingenuo, ma potenzialmente rischioso e il rischio di una missione di salvataggio da parte della Farnesina potrebbenon essere ipotetica.

Il risultato è una distanza crescente tra la realtà e la rappresentazione che certa sinistra continua a proporre

Da un lato un sistema che mostra evidenti segni di fallimento economico e politico; dall’altro una narrazione che insiste nel difenderlo o giustificarlo. In mezzo, un popolo che paga il prezzo più alto.

La sensazione è che queste iniziative servano più a rassicurare le coscienze di chi le promuove che a incidere concretamente sulla situazione cubana.

E in questo scarto tra intenzioni dichiarate e effetti reali si consuma tutta la fragilità di un approccio che, ancora una volta, sembra incapace di fare i conti con la complessità del mondo reale.

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