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Separazione delle carriere: per restituire il Pubblico Ministero al controllo democratico

di Laura Lodigiani
26 Febbraio 2026
In Politica
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Separazione delle carriere: per restituire il Pubblico Ministero al controllo democratico
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Separazione delle carriere: per restituire il Pubblico Ministero al controllo democratico

Il Vicepresidente emerito della Corte Costituzionale Luigi Mazzella, scrittore e saggista, intervistato dalla giornalista laura Lodigiani sullo scottante tema della “prossimo referendum sulla riforma della magistratura

“SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE

D. A differenza di altri sostenitori del SI, lei afferma che ricondurre il P.M. sotto il controllo del Ministro della Giustizia sarebbe l’unico modo per eliminare dal nostro ordinamento democratico una sacca di autocrazia. E’ così ?

R. Sì! Perché pensa diversamente solo chi ha perso (e non dico che non abbia le sue ragioni) ogni sia pur minima fiducia nella Democrazia italiana e, segnatamente, nel nostro Parlamento che, fino a prova contraria, rappresenta l’espressione del potere del demos (che in greco significa popolo).

D. Perché?

R. I rappresentanti eletti alle Camere oltre alla funzione di fare le leggi sono tenuti, in una democrazia efficiente, a indirizzare e a controllare l’operato del governo per il buon funzionamento dell’Amministrazione statale e per l’imparzialità nella conduzione degli affari pubblici.

E ciò avviene attraverso gli strumenti parlamentari, costituzionalmente previsti, dell’interrogazione, dell’interpellanza e della mozione. In tutte le democrazie. “liberali” dell’Occidente, il Parlamento, valutando (a richiesta, come si è detto) l’operato dei Ministri fa sì che l’attività dei Pubblici Ministeri, dipendenti statali inquadrati nell’Amministrazione della Giustizia, non sfugga al controllo popolare.

D. Il recente dibattito sul referendum ha evidenziato, però, che un tale meccanismo, che lei definisce “democratico”, sia visto dagli Italiani come il fumo negli occhi.

R. E’ purtroppo molto vero. Gli abitanti di Enotria, pur sobri e lontani dagli effetti del vino, preferiscono che in materia di accuse per la punizione dei reati “l’autocrazia” del Pubblico Ministero (che di questo si tratta) creata in materia dal fascismo persista, e sopravviva.

D. Perché lei parla di “autocrazia”?

R. Perché il giudizio di riprovazione dell’eventuale comportamento scorretto del P.M. resta, comunque un fatto interno alla Corporazione. Il Parlamento, organo che dovrebbe essere sempre a conoscenza di tutto resta fuori dall’uscio.

D. Mi sembra che lei distingua fortemente il Giudice dal P.M. Nei suoi scritti ammette che il Giudice non debba rispondere di nulla ed a nessuno. Non è, anche questa, autocrazia?

R. Sì ma giustificatissima ed eccezionale perché si tratta di un Potere dello Stato che se non fosse autonomo e indipendente non potrebbe garantire una vera giustizia! Ciò, però, vale solo per chi “giudica” non per chi solo chiede di giudicare. I giudici che decidono ed emettono sentenze inevitabilmente non devono essere soggetti o “rispondere:” a nessuno. Occorre necessariamente una deroga alla norma democratica secondo cui il potere massimo spetta al popolo attraverso i suoi rappresentanti eletti (facenti parte del Parlamento) i quali devono, quindi, sempre dire, su ogni evento o fatto, l’ultima parola.

L’eccezione, però, deve restare tale! Solo chi giudica e determina quale sia il diritto da applicare in casi concreti non deve dar conto del proprio operato a nessuno se non a giudici di grado superiore (ultimo: Corte Suprema di Cassazione). Chi, per il suo compito, continua a servire il potere Esecutivo, perseguendo l’intento di punire gli autori dei reati, è ben altra situazione!

D. I giudici e i pubblici ministeri, però, sono indicati gli uni e gli altri con il termine unico di “magistrati”.

R. Fu una scelta di Grandi e del fascismo, che sull’autoritarismo aveva eretto tutta la sua dottrina dello Stato, nel suo intento “inquisitorio” tipico di tutti gli assolutismi (la Santa Inquisizione della chiesa Cattolica ne era stato un esempio). Egli pensò bene di unificare in una sola carriera giudici e pubblici inquisitori, dando a entrambi il potere autocratico di rispondere solo alla legge (osservandola, secondo il loro esclusivo giudizio) e a nessuna altra autorità. La Costituzione della Repubblica italiana, pur nata dall’antifascismo, mantenne e rafforzò questa idea fascista, inserendo nell’ordine giurisdizionale (che a stretto rigore doveva essere solo quello di chi ius dicit…

D. Capisco: giurisdizionale deriva da iurisdictio.

R. Esatto! E fu un errore ritenere che chi richiedeva, proponeva e forniva le prove per ottenere sentenze di condanna dei giudici poteva ritenersi a buon diritto anch’egli “autocratico” (e non sottoponibile ad alcun controllo democratico) così come chi giudica. Chi meramente “accusa” deve fare i conti con il fatto che tale collocazione lo pone fuori dell’ordine giurisdizionale: egli non ha il compito, come il giudice, di dicere ius (iuris dictio) ma solo quello di rappresentare l’esigenza di buona amministrazione che i rei siano sottoposti a giudizio penale e, se del caso, condannati.

Svolgendo compiti latamente “amministrativi”, il Ministro della Giustizia che gli corrisponde lo stipendio, dovrebbe rispondere in Parlamento per un suo operato “aberrante” ed invece non è così. Allo stato, il Pubblico Ministero gode, senza alcuna comprensibile e accettabile giustificazione della stessa “autocrazia” del giudice (id est: non risponde per niente ed a nessuno anche degli errori più madornali), del tutto assurda in un ordinamento democratico, siede in udienza nell’alto scranno dei giudici (laddove dovrebbe trovare posto, invece, nella parte bassa dell’emiciclo, accanto a tutti gli altri avvocati portatori di istanze da sottoporre a giudizio), non si riesce a tenere il conto dei suoi “svarioni” in questi anni di deformata democrazia italiana (in nessun altro ordinamento civile l’accusa ha la stessa posizione autocratica).

D. In altre parole, lei dice: non era giusto ritenere che il pubblico ministero, pure essendo un semplice impiegato dello Stato, inquadrato organicamente in un Ministero, non rispondesse del proprio operato a nessuna autorità superiore!

R. E segnatamente al suo Ministro e in ultima istanza al Parlamento, espressione del potere del demos cui lo stesso Ministro doveva dare conto circa l’attività dei propri sottoposti.

D. In uno dei suoi scritti lei afferma che la situazione le era apparsa tanto aberrante che negli anni Ottanta lei aveva denunciato sulla stampa di partito …

R. Sì: esattamente, nel 1982, su Mondoperaio, rivista del Partito Socialista italiano, fondata da Pietro Nenni. Posso aggiungere che il consenso che ne avevo avuto proveniva tutto e solo dai partiti della Sinistra dell’epoca.

Ripresi il tema in “Cinquanta proposte di buon governo”, libro edito da Marsilio nel 1992, riproducendo la tesi esposta, su “Mondoperaio”, dieci anni prima e sostenendo anche la mia preferenza per la tesi della discrezionalità dell’azione penale unitamente a quella della stretta correlazione del suo esercizio con una necessaria riconduzione del pubblico ministero in seno al potere politico. E ciò, per consentire la possibilità di chiamare sempre l’Esecutivo a rispondere al Parlamento dell’operato di suoi pubblici impiegati, quando muovevano accuse a privati cittadini.

D. Ho letto i suoi scritti. Il ragionamento che lei poneva alla base di tale tesi era chiaro: la natura della funzione esercitata dai P.M. non era certamente giurisdizionale, perché il potere di ius dicere non rientrava tra le attribuzioni di tali organi.

R. Esatto! A mio parere (di allora e di oggi) il Pubblico Ministero doveva (e deve) essere un organo estraneo all’ordine giudiziario in senso stretto svolgendo egli, come è “l’avvocato dello Stato” in campo amministrativo e civile, una funzione di naturale “difensore e propugnatore” delle tesi (nel caso specifico: accusatorie o assolutorie) dello Stato.

D. In altri scritti sull’argomento lei ha notato che un’unica carriera per giudici e pubblici ministeri, non esiste nella maggioranza delle democrazie Occidentali.

R. E ciò risponde a una rigorosa logica. Se davanti a un organo giudicante è portata una causa di natura patrimoniale o amministrativa il difensore dello Stato sta sullo stesso piano e livello del legale della parte privata; se, invece, è in discussione (ipotesi ben più grave) la libertà del cittadino il difensore della tesi (per lo più accusatoria) dello Stato sale, anche visivamente, di livello e si collocava allo stesso piano dello scranno del magistrato giudicante.

D’altronde, il processo penale inquisitorio era un “pallino” di Benito Mussolini che voleva privilegiare, superando i limiti della decenza, il pubblico ministero, facendone un protagonista pari se non superiore al giudice.

D. Solo i socialisti si mobilitarono per cambiare la situazione?

R. Beh! Ai democristiani del Bianco-fiore, eredi “sul piano ideale” degli Inquisitori di qualche secolo addietro, il mio discorso piaceva poco: inquisire era nella loro natura come di tutti i monoteisti, tutti gli assolutisti e tutti gli autoritari, divenuti, giocoforza, più moderati e sotto tono, ma pur sempre, nel profondo, fideisti e politici fanatici intolleranti.

La mia tesi, però, era stata condivisa pienamente e con forte carica di entusiasmo da un senatore socialista che aveva svolto attività forense in campo penale ed era molto stimato per la sua competenza giuridica, Agostino Viviani, avo materno dell’attuale segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein. Con lui avevo lavorato a lungo per una riforma della Magistratura che risultasse rispettosa dell’introduzione del principio accusatorio in luogo di quello fascista di natura inquisitoria.

D) Quale molla la spinse ad affrontare un tema così spinoso?

R. Il sospetto di un uso politico dell’Accusa nel processo derivato dal “caso Montesi”. Negli anni della mia permanenza a Salerno, fui molto interessato a seguire le vicende di quel caso. Si trattava di un fatto di cronaca nera avvenuto in Italia il 9 aprile 1953 e inerente alla morte per annegamento della ventunenne Wilma Montesi.

Il caso ebbe grande rilievo mediatico a causa del coinvolgimento di numerosi personaggi di spicco nelle indagini successive al presunto delitto.

Sorprendeva, soprattutto, l’imputazione di Piero Piccioni, musicista noto e figlio di Attilio Piccioni. Uomo di fiducia di Alcide De Gasperi, Piccioni era stato segretario politico della DC dal 1946 al 1949 e vicepresidente del Consiglio dei ministri nel quinto governo dello statista trentino (1948-1950).

Era stato poi Ministro di grazia e giustizia nel sesto governo De Gasperi (1950-1951) e ancora vicepresidente del Consiglio nei governi De Gasperi VII (1951-1953) e VIII (1953). All’epoca, non fui in grado di comprendere i risvolti politici di quella iniziativa giudiziaria ma, giunto a Roma, dopo il mio ingresso all’Avvocatura Generale, tentai di capire qualcosa di più. Mi ero subito reso conto che quel processo aveva segnato la fine politica di De Gasperi (colpito attraverso la personalità democristiana a lui più vicina) ma non avevo capito chi avesse potuto mettere in moto il tutto, dando inizio alla pratica che in seguito sarà indicata come “uso politico della giustizia” (ben noto, quest’ultimo, agli Statunitensi e nei voti dei fascisti italiani, fautori del processo inquisitorio).

D. Comunque, nulla era, in pratica, avvenuto, e Tangentopoli e Mani pulite avevano segnato il trionfo dei Pubblici Ministeri, id est della Pubblica Inquisizione repubblicana per l’indirizzo da dare alla vita politica del Paese.

R. Certo! Tangentopoli e Mani Pulite impedirono ogni proseguimento del nostro intento riformatore. Oggi le parole dei “moralizzatori” di quel tempo hanno il sapore di una beffa subita dal popolo italiano!

D. Vorrei farle una domanda un po’ più maliziosa: Non ha qualche dubbio sull’esclusiva “anti-democraticità” degli Italiani se considera che un’altra “mala pianta” italica è la “furbizia”.

R. Ha colto nel segno! Chi è all’opposizione di un governo poco gradito o ha, per così dire “un conto aperto” con qualche uomo politico a lui inviso (per certe sue posizioni o perché autore di qualche sgarbo) certamente non gradisce agire contro di lui, chiedendo al Ministro della Giustizia, soprattutto se facente parte della stessa forza politica del suo “bersaglio”, di chiedere o suggerire a un pubblico ministero di emettere uno o più “avvisi di garanzia”. L’ Italiano furbo capisce agevolmente che è preferibile arrivare direttamente o in altro modo al pubblico accusatore competente e chiedergli di agire, stante la sua autonomia e indipendenza (come garanzia della sua impunità). Naturalmente, fornendogli ragionevoli appigli se non prove ed indizi.

D. Non le sembra che il tema, pur sacrosanto, ha incrementato l’odio politico in Italia?

R. Certo! Quel sentimento malefico di cui scrivo nel mio ultimo libro: “D’odio si muore” ha assunto forme parossistiche, provocando interventi ai limiti della decenza e secondo alcuni dell’eversione!

D. Non le sembra che la misura del “casino” mediatico creatosi (e non solo) sia più che colma?

R. Certamente! Hanno scritto e parlato dotti “maestri” del diritto ma anche sedicenti tali, avvocati illustri per carriera e dottrina, ma anche tanti “azzeccagarbugli” manzoniani e “pagliette” di varie, italiche località periferiche; si sono improvvisati giuristi, con sicumera e arroganza, gli esperti di ben altre discipline; senza l’ombra di una sia pur minima e necessariamente consapevole umiltà hanno parlato con spocchia e prosopopea accademica docenti giunti in cattedra per avere giurato in verba di maestri in ben altri interessi affaccendati; hanno messo a rischio una “fama” pur duramente e faticosamente conquistata, alti burocrati rappresentanti dell’élite pubblica, senza tema di dimostrare “al colto e all’inclita” che la loro “non fu vera gloria” ma il probabile frutto di ignobili e spregiudicati compromessi politici.

D. Allora è d’accordo? Gli Italiani hanno ascoltato di tutto: le più raffinate e sottili disquisizioni giuridiche e le panzane più grossolane…

R. Spesso… di “individui a tutto chiamati e a nulla eletti”. Al sorgere del problema, immediatamente l’odio di cui si nutrono abbondantemente religiosi devoti e politici fanatici, invasati delle due ideologie contrapposte e ugualmente aberranti, ha trasformato un’occasione utile per migliorare una Costituzione (che non è affatto la migliore del mondo, come hanno sempre pensato i comunisti “trinariciuti”) in una rissa da trivio tra persone che non intendono ritirare il cervello dall’ammasso in cui l‘hanno depositato! Il livello di ignoranza e di incompetenza che hanno fatto registrare i talk-show sul tema referendario della separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri (eventi televisivi in cui hanno dimostrato di avere idee confuse persino partecipanti prevalentemente lucidi e razionali nei loro interventi.

D. Non le sembra strano che a raccogliere, come suol dirsi, “la palla sia stata” una coalizione capeggiata da “neo-fascisti?

R. Beh! Ciò è avvenuto grazie soprattutto alla stima universalmente goduta da Carlo Nordio, ex magistrato di grande competenza giuridica e professionale. Trovo, invece, più strano che ad avversare e a invitare a votare per il No, siano quelli che erano stati i maggiori fautori della riforma negli anni Novanta, oggi capeggiati dalla scalmanata e rissosa nipotina di uno dei suoi maggiori e più competenti sostenitori.

D. Beh!! Pur nella dilagante follia di un Paese a dir poco schizofrenico, nomi illustri e competenti dell’ex Sinistra non solo socialista ma anche comunista si sono subito schierati per il SI.

R. Sono d’accordo! L’occasione di fare qualcosa di utile è stata compresa più di quanto si potesse immaginare.

D. Lei ha scritto che il problema della separazione delle carriere ha risvolti anche di natura internazionale.

R. Beh! Solo se si abbandona il campo dei fatti provati e si entra nel campo delle congetture che rappresentano la nota distintiva del mondo umano rispetto a quello animale

D. Si richiama a Pasolini e ai suoi Scritti corsari?

R. Certo; lo scrittore scriveva “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so, perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire
tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

” Facendo mie le argomentazioni di Pier Paolo Pasolini sopra citate, potrei dire che io so: che tra gli strumenti utilizzati dai Paesi Anglosassoni per dominarci e orientare la nostra vita politica vi è sempre stato, fin dagli inizi della Repubblica Italiana, il controllo potenzialmente diretto di ogni singolo pubblico accusatore: e ciò sia: a) per spingerlo, all’occorrenza, ad aprire giudizi penali sulla base di documenti raccolti e offerti dai servizi; sia b) per sottrarlo, nel contempo, al controllo del Ministro in nome del “sacro principio” dell’indipendenza e dell’autonomia della Magistratura estesa oltre che ai giudici anche agli accusatori. Basta porsi questa domanda: Se voi foste un alto papavero americano incaricato di demolire un governo italiano poco gradito per certe sue posizioni o colpevole di qualche sgarbo fatto agli anglosassoni, preferireste agire chiedendo al Ministro della Giustizia di quello stesso Esecutivo di indurre un pubblico ministero ad emettere uno o più “avvisi di garanzia” o “bypassare” tutti e chiedere direttamente al pubblico accusatore competente di agire, stante la sua autonomia e indipendenza come garanzia della sua impunità?

Per continuare nella esemplificazione: all’epoca del siluramento di Craxi, deciso, secondo quanto si dice, fuori dai nostri confini, i promotori dell’iniziativa avrebbero preferito rivolgersi al Ministro della Giustizia in carica per utilizzarlo come intermediario al fine di fare effettuare da un pubblico Ministero (suo dipendente) il lancio del siluro o chiedere direttamente di farlo al suo o ai suoi siluratori, sapendo che essi non avrebbero mai dovuto rispondere di niente e a nessuno?

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

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