Sanità toscana, il buco non è un’opinione: tasse, obblighi e conti che non tornano

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Sanità toscana, il buco non è un’opinione: tasse, obblighi e conti che non tornano.

Quando Eugenio Giani dice “se servono 100 milioni, ce li metto”, il messaggio è studiato per suonare rassicurante.

Ma dietro lo slogan politico si nasconde una realtà molto meno eroica e molto più contabile

Perché, anzitutto i 100 milioni non sono suoi anche se questo non sembra essere molto chiaro a chi ci amministra, ma di noi contribuenti e pii perché nella sanità pubblica non esistono atti di generosità: esistono obblighi di legge, flussi fiscali e numeri che non si possono aggirare.
Partiamo dal punto centrale. Il disavanzo delle Asl toscane viene quantificato dal presidente della Regione in circa 100 milioni di euro.

Una cifra che, isolata, può sembrare gestibile

Peccato che i dati ufficiali della Ragioneria dello Stato raccontino altro: nel 2024, per chiudere il bilancio sanitario regionale in pareggio, sono stati necessari circa 244 milioni di euro aggiuntivi. Non una stima politica, ma un dato certificato.

La differenza tra le due cifre non è un dettaglio tecnico: è il segnale di un problema strutturale più ampio rispetto al “buco” evocato negli annunci

E questa volta il buco non potrà essere ripianare semplicemente aumentando l’aliquota irpef regionale, semplicemente perché è già stata aumentata al massimo consentito ( fortunatamente esiste un limite ) dalla legge.

Secondo elemento inconfutabile: i soldi non “li mette” la Regione, come detto li mettono i cittadini. Negli ultimi tre anni la Toscana ha aumentato l’addizionale Irpef regionale proprio per finanziare la sanità

Un aumento che genera entrate comprese tra i 200 e i 240 milioni di euro l’anno. È questo il bacino da cui arrivano le risorse per tappare i disavanzi. Parlare di intervento straordinario, dunque, è fuorviante: si tratta di un giro di partita interno tra fiscalità regionale e spesa sanitaria, pagato direttamente dai contribuenti.

Terzo punto: il pareggio di bilancio non è una scelta politica, ma un obbligo normativo. Le Regioni non possono chiudere i conti della sanità in rosso senza rischiare piani di rientro o commissariamenti

Coprire il disavanzo non è un atto di visione, ma una necessità tecnica per restare dentro le regole. In questo quadro, la promessa di “mettere i soldi” perde ogni connotazione straordinaria e diventa semplice amministrazione ordinaria.

C’è poi un dato che alimenta ulteriori interrogativi. Nel bilancio regionale, a fronte di entrate fiscali aggiuntive consistenti, il 2026 prevede per la sanità 132 milioni di euro in meno rispetto al 2025. Un taglio che stride con la narrazione dell’investimento e che rafforza la critica dell’opposizione: le risorse servono più a chiudere i conti che a migliorare i servizi. Liste d’attesa, carenza di personale e pressione sugli ospedali restano, mentre i numeri tornano solo sulla carta

Infine il contesto nazionale. Gli stanziamenti statali per la sanità sono aumentati in valore assoluto, ma il rapporto tra spesa sanitaria e PIL è rimasto sostanzialmente stabile. Lo hanno ricordato più volte la Corte dei Conti e diversi osservatori indipendenti. In altre parole, il sistema regge grazie a maggiori entrate nominali, non a un reale rafforzamento strutturale.
Alla fine, il vero nodo non è se manchino 100 o 240 milioni, ma la trasparenza con cui si racconta il problema. Finché i numeri della Regione e quelli dello Stato continueranno a muoversi su piani diversi, il dibattito resterà prigioniero degli slogan. E il buco più difficile da colmare non sarà quello di bilancio, ma quello di chiarezza verso i cittadini che, comunque, continuano a pagare.

Come ammoniva Margaret Thatcher, la “Lady di ferro”

«La politica è l’arte di prendere decisioni difficili, non di nascondere i costi di quelle facili».

Ed è proprio sui costi, oggi, che la sanità toscana chiede verità più che annunci.

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