ROMANZO CRIMINALE al Maggio: quando l’opera contemporanea scatena applausi e non… fughe

Superate alcune perplessità della critica, la tragedia in musica di Nicola Piovani convince il pubblico fiorentino grazie a un cast eccellente e a una regia di grande ritmo.

foto di Michele Monasta (Fonte: ufficio stampa MMF)

“Io penso alla forma artistica dell’opera cantata, a quello spettacolo teatrale dove parola, musica, canto e recitazione si coniugano fra loro, creando luminose scintille espressive ancora oggi sorprendenti.” Parola di Nicola Piovani, autore delle musiche di Romanzo Criminale, l’opera andata in scena in prima mondiale assoluta nei giorni scorsi al Maggio Musicale Fiorentino. [1] E in effetti potremmo dire che il melodramma è proprio questo: dalla Camerata Fiorentina in poi se non addirittura da quella tragedia greca che ne costituisce l’indubbio archetipo.

Ed è precisamente questo che si è visto nei giorni scorsi al Maggio. Un’opera dei nostri giorni dal soggetto assolutamente attuale, che parte da un romanzo fortunatissimo e già sceneggiato in tutte le forme possibili per farlo assurgere a quella da sempre considerata la più nobile; il teatro, o se si preferisce la tragedia, e la tragedia in musica.

Missione compiuta? Non sono mancate voci critiche e discordi: chi è rimasto perplesso per la “brutalità” del soggetto, quasi si volesse dare una patente di “nobiltà” a personaggi che nella vita reale sono stati feroci assassini immischiati in torbide vicende; chi ha contestato la mancanza di azione vera e propria, chi il tono troppo “aulico” del testo rispetto al soggetto, etc. etc.

Tutte opinioni legittime e più che rispettabili, per carità. Ma … “Il teatro è fatto per essere pieno, non per essere vuoto; ed il mio solo giudice è il pubblico, non la critica”. Ad esprimersi così era Giuseppe Verdi, non precisamente l’ultimo arrivato. E partiamo dunque dal dato di fatto che il teatro era molto affollato ed il successo di pubblico c’è stato: pieno, caloroso, indiscutibile. Già questo, per un’opera “contemporanea” è un risultato non da poco e dimostra se mai che l’opera lirica è viva e vitale quando riesca a comunicare, a “raccontare” qualcosa e a coinvolgere il pubblico, invece di rinchiudersi in “avanguardie” capaci di confezionare oggetti sonori che lo respingono, con la voce umana che viene privata della sua naturale inclinazione al “canto” per essere frammentata in declamati geometrici, asettici o puramente cerebrali.

E comunque; partendo dal libretto di Cataldo, si configura come una sintesi agile e efficace di una vicenda molto più lunga e complessa. Certo, molto è andato perso ma l’intento degli autori non era quello di preparare un “riassunto” di Romanzo Criminale da consegnare alla scena: “Insieme abbiamo deciso che avrei musicato non tanto i crudi fatti della vicenda, bensì la favola che c’è dietro la vicenda stessa: l’ascesa e la rovina di quattro ragazzi che nel primo atto provano a prendersi il mon­do a tutti i costi e si conquistano un trono (trono che campeggia al centro della scena); e nel secondo atto, passo dopo passo, scivolano fra gli sconfitti, i perdenti, i morammazzati,” dichiara ancora Piovani parlando del suo rapporto con il librettista. Personaggi dunque come “archetipi” e non ritratti in modo veristico, anche se poi nella musica le reminiscenze della c.d. “Giovane scuola” non mancano.

E “favola” è qui da intendersi nel senso teatrale della vicenda, con il coro che fa da spettatore e nello stesso tempo commenta la vicenda; personaggio collettivo che rappresenta il popolo di Roma e commenta l’ascesa e la caduta della banda; e che oscilla tra la solennità del coro della tragedia greca e i … cori da stadio, sottolineando la scalata della banda dalle borgate all’illusione del potere assoluto.

Il risultato è uno spettacolo che coinvolge, trascina e a tratti commuove. Gli autori non vogliono affatto “nobilitare” o anche semplicemente alleviare la crudeltà e lo squallore del mondo del crimine. Solo mostrarci cosa c’è dietro, ricercando per dirla in modo manzoniano il “guazzabuglio del cuore umano.”

E lo spettacolo funziona e perfettamente grazie anche alla regia di Massimo Popolizio: l’apparato scenico creato da Margherita Palli si trasforma ora in un bar con flipper, biliardi e biliardini, ora in una questura o in un bordello; il gioco di luci di Pasquale Mari è sempre perfetto e suggestivo, i costumi di Silvia Aymonino  richiamano gli anni settanta ma non in modo troppo marcato, proprio per non obliterare la dimensione simbolica della vicenda; e infine i disegni di Jacopo Stoppa che danno un tocco di graphic novel. Curatissima la recitazione e i movimenti scenici, le coreografie.

La musica di Piovani racconta perfettamente la vicenda, in piena sintonia con il testo sia integrandosi con la poesia sia evocandone suggestioni e stati d’animo. Anche su questo il maestro era stato molto chiaro: “Nel mettere la matita sui penta­grammi, anche per quest’opera mi sono fatto guidare fondamental­mente dai sentimenti del racconto, dall’amore per i personaggi, pe­scando nella mia affollata mente di ascoltatore, gremita di zodiaci les­sicali disparati, di origini lontane e vicine”

La scrittura musicale di Piovani è sicuramente molto ricca e varia reminiscenze pucciniane, anche con vere e proprie “citazioni” nel libretto  e avanti a lui tremava mezza Roma), mascagnane, echi di Nino Rota; ma anche ritmi jazz, ballabili, canzonettistici. Il tutto crea un impasto originale e suggestivo, capace di esprimere al meglio i diversi momenti – concitati, drammatici, passionali – dell’opera. Se prevale la dimensione del continuum musicale, vi sono però momenti indimenticabili come la bellissima canzone della luna del secondo atto. Piovani firma da par suo anche la direzione dell’orchestra, perfettamente assecondato dai complessi del Maggio che hanno eseguito la partitura con la sicurezza e la maestria di sempre, come fosse un’opera di repertorio; e dal coro magistralmente preparato da Lorenzo Fratini.

Di ottimo livello la compagnia di canto: il soprano Vanessa Goikoetxea nel ruolo di Patrizia ha dominato la scena grazie a un’ottima recitazione e al suo strumento duttile, voluminoso, sicuro in acuto e con una assoluta padronanza del fraseggio. Perfettamente centrati anche gli altri due ruoli femminili: il mezzosoprano Valentina Pernozzoli nel ruolo della madre del Libanese, grazie al suo bel timbro scuro e alla voce calda e corposa; e il soprano Ilaria Monteverdi nella parte della giovane prostituta.

Il tenore Anthony Ciaramitaro nel ruolo di Dandi si fa notare per il suo timbro scuro e vellutato e la sicurezza sia nel registro medio che in quello  alto; Carlo Raffaelli è un libanese disinvolto e sicuro sia sul piano scenico che su quello vocale; il baritono William Hernández  nel ruolo del Bufalo risulta violento e … testa calda quanto basta, ottimo anche sul piano vocale grazie al timbro scuro e luminoso. Apprezzati anche Matteo De Sole nel ruolo del commissario Scialoja, Alberto Petricca in quello del Freddo e Davide Zaccherini in quello di Gemito.

Vivissimo il successo del pubblico che ha acclamato sia il direttore – compositore che gli interpreti.

 

[1] Per la presentazione dello spettacolo cfr https://www.adhocnews.it/sangue-e-melodia-la-banda-della-magliana-sale-sul-palco-del-maggio-fiorentino/

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