Quando un mese fa sono ripartito per l’Italia non mi sarei mai immaginato di finire di scrivere questo reportage durante un’escalation militare come quella in corso nel nordest della Siria, con la Turchia all’attacco delle postazioni dell’ SDF e l’esercito arabo siriano del Presidente Assad impegnato a correre in aiuto dei curdi e a difendere l’integrità territoriale del Paese. Ci sarebbe da scrivere della storia di ognuno degli attori in gioco in questo ennesimo ribaltamento del conflitto ma essendo arrivati all’ultima parte del mio reportage di cinque articoli, ho deciso di chiudere la serie come precedentemente previsto, con soltanto qualche piccola integrazione. 

Il nostro viaggio arriva ad Aleppo da sud dopo una notte passata nella città di Hama. La Capitale del nord è maestosa, quando l’orizzonte te la pone davanti non è difficile intuire la devastazione di una guerra in un contesto del genere. L’estensione è imponente, ci sono zone con palazzi molto alti e ravvicinati, la densità abitativa si capisce subito essere notevole. Con la nostra Onlus Solidaritè Identitès ero qua poche settimana dopo la sua liberazione, al termine della famosa battaglia di Aleppo di est, una di quelle che ha segnato in modo determinante la storia del conflitto. La strada per la famosa “Cittadella”, luogo simbolo del centro storico cittadino, abitato da più di 5.000 anni, si presentava come una lunga scia di macerie che aumentava addentrandosi nella parte orientale.

Oggi le distruzioni sono ancora visibili ma la coltre di fumo e polvere che avvolgeva la città non c’è più, molti blocchi stradali sono stati rimossi, le persone sono in strada e i militari rilassati, nonostante che, a differenza della Capitale Damasco ormai lontanissima dai combattimenti, l’ultima roccaforte dei terroristi si trovi proprio nella confinante provincia di Idlib. Di notte infatti, se ci si sposta ad ovest, si viene accompagnati dal rumore dei cannoneggiamenti e dal bagliore dei traccianti. La vita però, nonostante ciò, scorre regolarmente, per i cittadini di Aleppo questo è niente rispetto a quanto vissuto tra il 2012 e il 2016.

La lunga e faticosa liberazione di questa città, primo polo industriale del Paese e centro commerciale importantissimo per l’economia nazionale, ha rappresentato uno scontro epocale, che ha visto coinvolti tutti gli attori in gioco sullo scacchiere siriano. Da una parte l’esercito arabo siriano, protagonista assoluto della vittoria sul terrorismo grazie al sacrificio di migliaia di Martiri, affiancato da russi, iraniani e le forze di Hezbollah. Dall’altra quelli che i giornalisti occidentali per anni hanno vergognosamente chiamato ribelli moderati (coinvolti oggi al fianco dei turchi nell’attacco ai curdi), coadiuvati dai terroristi dell’Isis, dai miliziani del Front al-Nusra ed da altre formazioni jihadiste minori. Il lettore a questo punto si chiederà come abbiano fatto dei miliziani, per quanto tanti, determinati e ben armati, a competere con un esercito nazionale e relativi alleati. La risposta è semplice: i suddetti miliziani fondamentalisti hanno ricevuto appoggio diretto, anche sul campo, dalle maggiori potenze occidentali e dai loro alleati mediorientali.

Nella prima foto: Mc Cain appena arrivato attraverso la Turchia nella Siria del nord per una visita ai ribelli. 

Indicativo, solo per fare un esempio, quanto reso noto da Bashar Jaafari, rappresentante permanente della Repubblica araba di Siria presso l’Onu. Il 18 dicembre 2016, al Consiglio di sicurezza, lo stimato diplomatico siriano si presentò ai microfoni, svelando che nella parte di Aleppo ancora occupata dai terroristi erano stati scovati dodici agenti stranieri, lì presenti non in qualità di singoli combattenti ma alle dipendenze dei rispettivi paesi d’origine. Ovviamente la notizia in Europa rimane pressoché silenziata ma l’impatto per gli addetti ai lavori è comunque forte: sapere che a coordinare i terroristi contro uno stato sovrano vi sono 1 agente americano, 1 israeliano, 1 turco, 6 sauditi, 1 giordano e 1 marocchino, dei quali vengono indicati pubblicamente nomi e cognomi, ha un significato politico chiaro, specie in una guerra subdolamente giustificata come rivolta spontanea di un popolo.

Ma di presenze imbarazzanti ad Aleppo Est non vi sono state solo queste. Massicciamente impiegati sono stati anche gli “White Helmets”, che rappresentano un altro caso da analizzare per capire la misura della volontà occidentale di destabilizzare la Siria per mezzo dei fondamentalisti. I “caschi bianchi” sono stati creati nel 2013 da James Le Mesurier, personaggio con una carriera che non lascia spazio a dubbi: ufficiale dei servizi segreti britannici, lavora anche per agenzie private di sicurezza, ovvero quelle, giusto per capirci, che spediscono mercenari armati in giro per il mondo a fare gli interessi di chi paga meglio. Decisamente strana un’associazione che pretende di chiamarsi “difesa civile siriana” essendo stata creata in Gran Bretagna da un soggetto attivo in tutte le recenti guerre imperialiste della NATO.

Anche l’ambito operativo risulta essere molto ambiguo: i sedicenti volontari si trovano solo nei territori controllati dai terroristi, Jabath al-Nusra (ramo siriano di al Quaeda) in primis e vengono ritratti con armi in pugno e mentre calpestano sorridenti cadaveri di soldati siriani uccisi. Nelle loro mansioni c’è poco che assomigli alla tradizionale attività di una protezione civile, agiscono piuttosto come una sorta di Ministero della propaganda jihadista: sono loro ad aver realizzato quei veri e propri set cinematografici utilizzati dai ribelli al fine di accusare il Governo siriano di bombardamenti illegali in realtà mai avvenuti. Scenografie holliwoodiane ricavate in modo macabro, spesso utilizzando cadaveri presi altrove, smembrandoli e sistemandoli in modo che la sceneggiata potesse sembrare credibile, con falsi feriti truccati ad hoc e inseriti in scena. Fu proprio a causa di una di queste sceneggiate, realizzata nella città di Duma nell’aprile del 2018, che si rischiò un’escalation, con gli Stati Uniti che colsero l’occasione per bombardare la Siria. Un’azione illegittima e criminale, visto che poco dopo però gli ispettori OPEC dissero che nessuna arma chimica era stata usata dal Governo siriano e che si era trattato di una subdola messinscena.

 

Ogni qual volta Damasco si accinge a riconquistare una delle città occupate, puntualmente escono fuori video volti a denunciare presunti usi di armi non convenzionali. Notizie inventate di sana pianta, come è stato più volte dimostrato, ma che i mainstrean media occidentali hanno l’ordine di rilanciare ossessivamente, con il solo fine fine di depotenziare l’immagine di Assad di fronte alla comunità internazionale.

 

Lucia Goracci, inviata della Rai, insieme ai ribelli islamisti e la loro bandiera

Sarà quindi un caso, o forse no, che questa strana ONG sia ingentemente sostenuta da finanziamenti governativi provenienti proprio da occidente, in prevalenza britannici e statunitensi (questi ultimi hanno destinato ben 23 milioni di dollari agli White Helmets attraverso il “fondo per l’esportazione della democrazia”) ma con quote provenienti anche da U.E, Turchia, Qatar e altri. I dubbi sul fatto che questa ONG sia soltanto uno strumento per far arrivare fondi e supporto ai terrroristi anti Assad, pur di raggiungere l’obiettivo di cacciare un Governo che non permette a Londra, Washington e alleati di fare i propri comodi nella ricca regione del Vicino Oriente, appaiono abbastanza fondati.
Significativi anche i premi ricevuti da questi presunti paladini della solidarietà: con estrema disinvoltura e nel generale silenzio passano dal veder premiato con l’Oscar un contrometraggio che li riguarda (ovviamente britannico), al ricevere un premio-ringraziamento dai tagliagole di “Tahrir al-Sham” nella provincia di Idlib. Tutto facilmente riscontrabile in rete.

Adesso li ritroviamo a sostegno della Turchia nell’attacco alla minoranza curda, dopo che gli Stati Uniti hanno deciso, almeno per adesso, di defilarsi dal conflitto. Gli Usa, come sono soliti fare, avevano messo in pratica il vecchio concetto della “guerra surrogata”, sfruttando più giocatori per cercare di controllare meglio il gioco, salvo poi abbandonarli secondo necessità strategiche. Questo è esattamente ciò che sta succedendo ai curdi, ora costretti a chiedere aiuto ad Assad dopo aver cercato, col supporto statunitense, di balcanizzare la Siria proclamando un’improbabile indipendenza. 

Ad Aleppo la storia è anche il presente, quanto avvenuto qui diventerà materia di studio nei prossimi secoli. Questa è davvero una città che ti prende il cuore, non la smetteresti mai di passeggiare tra i suoi grandi viali che si intrecciano con antiche stradine, per raccontarla a dovere servirebbe scrivere un libro. Una città di 2.000.000 di abitanti un tempo ricca, florida, vivace, piena di slanci culturali. Uno dei luogo simbolo del modello di convivenza tra religioni della Siria di Assad, dove prima della guerra vivevano circa 300.000 Cristiani.
Oggi Aleppo è un gigante ferito ma orgoglioso, al termine della sua risurrezione tornerà a tutto il suo splendore. Ciò che non verrà mai cancellato è la responsabilità storica di chi ha pianificato questa catastrofe.