Arriviamo nella città di Homs, nella Siria centro-occidentale, vicino al confine col Libano e non lontano dal Mar Mediterraneo. Terzo centro del Paese per grandezza dopo Damasco ed Aleppo, prima della guerra contava circa 800.000 abitanti, famosi per celebrare, ogni mercoledì dell’anno, l’Aid al Majnin, ovvero la “Festa dei pazzi”, una ricorrenza che ricorda lo stratagemma con il quale la gente di Homs riuscì ad evitare l’invasione mongola. La leggenda dice che all’arrivo del potente esercito nemico, gli abitanti decisero di tentare una carta quanto mai originale: fingersi pazzi. Ogni singolo cittadino iniziò a comportarsi come un folle e fu così che gli occupanti, impauriti da questa apparente pazzia collettiva, girarono i tacchi e se ne andarono. A differenza di molte altre città siriane, in quel caso Homs si salvò. 

Nella guerra attualmente in corso la città ha purtroppo dovuto subire opposto destino, restando tra quelle maggiormente coinvolte nelle sommosse dalle quali è scaturito il conflitto. Non è un caso che i ribelli l’abbiano definita “la culla della rivoluzione”. Nel 2011, prevalentemente nella piazza dell’orologio, iniziano a svolgersi alcune dimostrazioni contro il Governo e la cittadinanza si divide: alcuni aderiscono, molti altri diffidano, restando nelle proprie case soprattutto perché, ci raccontano, erano forti i dubbi nutriti sull’ autenticità delle proteste. Parlando con la gente si scopre che a Homs circolavano degli agenti provocatori, soggetti incaricati di elargire denaro per convincere i giovani a scendere in piazza, con compensi crescenti in relazione all’ impegno profuso e alla violenza impiegata.

L’intento di chi ha fornito questi finanziamenti era chiaramente quello di destabilizzare, non di rivoluzionare o migliorare la società siriana, si parla di grosse cifre di denaro provenienti dai Paesi economicamente interessati ad un cambio di Governo in Siria, come l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia, con la supervisione attiva di USA, Francia e Gran Bretagna. La strategia comprendeva anche il fomentare settarismi religiosi: distruggere uno dei valori fondanti della Siria di Assad, la laicità, tentando di ingannare con la propaganda la popolazione sunnita, affinché impugnasse le armi contro le minoranze Cristiane ed Alawite. In Siria la gente dice spesso “prima della guerra nessun siriano chiedeva all’altro di quale religione fosse, siamo tutti siriani, uniti nella Patria”. Rompere questa fratellanza interreligiosa è stato fin da subito uno degli obiettivi di chi avrebbe voluto assistere ad una sorta di nuova balcanizzazione. Fortunatamente molti sunniti, a partire dal Gran Muftì della Siria Ahmad Badreddin Hassoun, non sono caduti nel tranello, denunciandolo e combattendolo a loro volta.

Visitare questi luoghi è un’esercizio di verità e libertà, si capisce immediatamente che l’escalation è stata pianificata in modo capillare. La gente comune racconta che le fantomatiche “manifestazioni per la democrazia” si sono ben presto trasformate in occasioni per attaccare la autorità del Paese: vengono prese di mira caserme, soldati, uffici pubblici, spesso con la finalità di scatenare una reazione dell’esercito, così da sovvertire la realtà, trasformando un’aggressione fatta in una subita, anche grazie alla complicità del sistema mediatico occidentale, schieratosi fin da subito dalla parte dei fondamentalisti. La città finisce dunque nel caos, interi quartieri vengono sottratti alle legittime istituzioni finendo sotto l’occupazione armata dei ribelli, molti dei quali completano il proprio processo di radicalizzazione confluendo nel Jabhat Al Nusra, il ramo siriano di Al Qaeda. Damasco a quel punto non può che rispondere con determinazione, viene inviato l’esercito che prima aiuta la popolazione civile a lasciare la città e successivamente da il via ad un massiccio attacco militare al fine di liberarla dall’occupazione terroristica.

 

Alcuni quartieri vengono immediatamente riconquistati, per altri ci vorranno anni. Nella primavera del 2014 i ribelli si arrendono e dopo una trattativa lasciano il centro scortati dall’ONU… Resta però in periferia una sacca jihadista molto pericolosa. Qualche settimana dopo la riconquista dei quartieri centrali, durante una delle nostre missioni solidali, ci capitò di dover passare molto vicino alla zona di al-Waer, al tempo una di quelle ancora occupate dalle milizie islamiste, poi liberata alla fine del 2015 tra grandi festeggiamenti dei residenti. I nostri accompagnatori ci dissero che probabilmente qualche cecchino ci stava tenendo nel proprio mirino ma che la tregua in corso in quei giorni avrebbe dovuto garantirci sicurezza. In quei momenti provi una sensazione strana, dopo aver visto tanta distruzione e conosciuto lo spirito di chi ha saputo affrontare tanta violenza a testa alta, non ti senti in diritto di essere preoccupato per te stesso e maturi gli stimoli a fare sempre di più. 

Oggi Homs è una città completamente libera, nel 2018 si sono ritirate anche le ultime sparute sacche che occupavano una zona nord sulla strada per Hama, per la quale sono stati già ripristinate tutte le strade di collegamento. Abbiamo visitato una delle piazze principali, quella che ospita la Moschea dedicata al famoso conquistatore arabo musulmano Khālid ibn al-Walīd, il video che segue l’ho girato tra le macerie, camminando in un assordante silenzio.