Quando la richiesta di giustizia può diventare strumento inconsapevole di vendettapersonale.
La riforma del reato di violenza sessuale che introduce nel codice penale il principio del “consenso libero e attuale” sembrava destinata a correre liscia verso l’approvazione finale, forte del voto unanime alla Camera e dell’immagine di un presunto patto Meloni–Schlein venduto come la prova che almeno su un tema il Paese riusciva a non dividersi.
Ma l’armonia è durata quanto un comunicato stampa ammesso esistesse realmente un patto del genere. Infatti, al Senato la maggioranza ha alzato il cartellino giallo e rimandato il voto, dissolvendo in poche ore la retorica dell’accordo bipartisan
Giulia Bongiorno, presidente famoso Avvocato penalista onorevole della maggioranza della Commissione Giustizia, ha garantito che la legge arriverà entro febbraio 2026. Un impegno che però suona più come un tentativo di contenere la tempesta che come una reale chiusura del caso.
Sul tavolo resta infatti il nodo che Bongiorno denuncia da settimane: il rischio che l’introduzione del “consenso attuale” produca un’inversione dell’onere della prova, trasformando l’imputato in qualcuno costretto a dimostrare la propria innocenza invece di essere giudicato innocente fino a prova contraria ed èquesto il rischio sottaciuto o volutamenteignorato dell’opposizione. Una preoccupazione rilanciata anche dalla ministra Roccella, che parla apertamente di questioni di costituzionalità e interpretazione
Il passaggio alla Camera, celebrato come un gesto di civiltà, si rivela oggi ad una più attenta lettura in un atto forse troppo rapido, sospinto da un entusiasmo che ha privilegiato il segnale politico rispetto alla precisione giuridica e all’equilibrio giuridico. Ora il Senato, nel pieno delle proprie prerogative, tenta di correggere la rotta. Eppure Elly Schlein grida al tradimento, accusando la premier di aver rimangiato l’intesa. Ma il bicameralismo che la sinistra critica da anni è esattamente ciò che oggi consente a una parte della maggioranza di fermarsi un istante prima di incidere nella legge un concetto che, se mal definito, rischia di aprire scenari ingestibili nelle aule giudiziarie.
Perché la segretaria del PD sceglie di attaccare sul piano simbolico invece di affrontare il merito? Perché quella riforma è diventata una bandiera identitaria, come ormai tutto ciòdi cui si occupa da tre anni a questa parte l’opposizione: un presidio di modernità, una dimostrazione di impegno sui temi di genere
La destra, al contrario, vuole evitare che un testo nato come strumento di tutela finisca per generare una giustizia appesa a dichiarazioni contrapposte, dove ogni rapporto contestato diventa un terreno di prova impossibile. E dove il giudice è chiamato a decidere al buio, come lanciando una moneta.
Il fronte politico si è dunque spaccato non sulla necessità di punire i reati di violenza sessuale – su questo nessuno nella maggioranza o nell’opposizione ha mai espresso dubbi – ma sul modo in cui farlo senza scardinare principi cardine del diritto penale. Scavando sotto la superficie degli slogan, la battaglia non è culturale bensì tecnica: come si dimostra, nella pratica, l’assenza di consenso “attuale” durante un rapporto?
Come si evita che la tutela della vittima si trasformi in uno strumento facilmente manipolabile?
E soprattutto, quali strumenti si danno ai giudici per non trasformare ogni processo in un duello di parole?
È in questo contesto che si inserisce la riflessione finale necessaria: tutelare le vittime è assolutamente giusto, così come è giusto rafforzare il sistema penale, aumentare le pene per chi commette violenze e avvicinarsi agli standard indicati dal Trattato di Istanbul, la convenzione internazionale che chiede agli Stati di prevenire la violenza di genere, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli con strumenti più efficaci.
Ma tutto ciò deve avvenire nel rispetto della Costituzione e del diritto alla difesa, senza creare meccanismi che possano essere utilizzati per accuse infondate
Se il testo resta così, il rischio concreto è che i tribunali vengano sommersi da denunce di dubbio fondamento. Una valanga che, come ogni eccesso punitivo, potrebbe produrre una reazione contraria nell’opinione pubblica, ribaltando il clima iniziale e generando sfiducia proprio nei confronti delle vittime vere.
È ciò che la storia insegna ogni volta che si tenta di imporre un’idea astratta di giustizia: successe nella Francia rivoluzionaria, nei sistemi inquisitori dell’Unione Sovietica e, in versione più attenuata, nel nostro Paese dopo il ciclone Mani Pulite.
Quando la giustizia diventa un campo minato dove basta una parola per distruggere una vita, la società reagisce chiudendosi
E le prime a pagarne le conseguenze sono proprio le donne che davvero cercano tutela, finendo per incontrare scetticismo invece che protezione.
La sfida politica è dunque una sola: trovare un equilibrio. Senza proclami, senza simboli da sbandierare e senza scorciatoie. Perché una buona legge non è quella che fa rumore, ma quella che regge alla prova del tempo e dei tribunali.
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