Prima gli italiani, poi gli stranieri. Le priorità di una nazione sana

PRIMA GLI ITALIANI

Prima gli italiani – Non fanno in tempo a sbarcare clandestinamente in Italia che già chiedono diritti, assistenza, casa e moschea. S’imbarcano su navi criminali, a noi tocca salvarli, portarli a casa nostra, rifocillarli, rimetterli in piedi, vestirli, dotarli di telefonino e di un piccolo assegno, stabilizzarli.

Poi la casa gratis. E se non la diamo, loro la occupano, e se li vuoi sfrattare devi prima pensare dove alloggiarli, sicché d’ora in poi diventerà una prassi, se vuoi avere una casa occupane una a caso, e poi ne avrai una pubblica.

Da un abuso maturerai un diritto, anzi una prelazione. Gli edifici pubblici che possono essere requisiti dal prefetto per ospitare i migranti clandestini, sono un pericoloso, autoritario criterio.

No, non voglio tirare in ballo le solite cose: i diritti che vengono prima dei doveri, la pretesa di essere rispettati nelle loro abitudini e tradizioni senza invece rispettare le leggi e le consuetudini del nostro paese, le richieste sindacali appena si affacciano da noi, l’assistenza sanitaria ingolfata dai flussi migratori, le pensioni riscosse da noi e magari trasferite all’estero; e poi le proteste e le ribellioni, e guai a chi li tocca se sono violenti, per non dire infine dell’alto tasso di delinquenza, di violenze sessuali e no, di rischio terrorismo che portano inevitabilmente con loro come mostra un ampio campionario di esempi (prendete la vicina Francia, dalle banlieu agli atti di terrorismo).

Tutto vero, tutto risaputo.

D’altra parte è pure vero che è impossibile frenare il flusso, si può solo rallentare, governare, scaglionare. Così come, davanti a profughi, bisognosi, bambini dobbiamo dimostrare umanità, pietà e solidarietà. E salvarli se non in pericolo di vita.

Tutto giusto, sia il pro che il contro, ma quel che manca nel nostro paese, e non solo nel rapporto tra italiani e immigrati, è una regola elementare di buon senso: la priorità. Se l’Italia l’adottasse in ogni campo sarebbe un paese migliore, più vivibile, più giusto.

Cosa vuol dire la priorità? Che per una comunità, per una nazione, per uno stato, vengono prima i connazionali bisognosi e poi gli altri. Prima i concittadini, poi gli stranieri. Prima i vecchi e i bambini, poi gli adulti. Prima i capaci e i meritevoli poi gli altri. Prima chi tutela l’ordine e la sicurezza, poi chi li mette a rischio. Prima le persone oneste, poi i delinquenti. Prima le famiglie, poi i single o le altre unioni. Prima.

La politica dovrebbe servire a questo, a stabilire le priorità, a partire dal criterio di prossimità. È una legge naturale, che ci tocca da vicino, e comincia dal nostro amore per i nostri cari. Prima gli italiani.

Non si tratta di odiare, disprezzare nessuno, non c’è alcuna fobia e tantomeno razzismo; c’è solo una gerarchia d’amore e di priorità da rispettare. Altrimenti le comunità, le città, gli stati si sfasciano.

Se in Italia si stabilisse questo criterio generale e poi lo si articolasse meglio, precisando ambiti, contesti, regole ed eccezioni, si vivrebbe meglio. Ci sentiremmo tutti più garantiti.

Così tornando agli okkupanti, a chi specula demagogicamente su di loro e a chi lucra sottobanco sui loro bisogni e le loro case, basterebbe che si stabilisse quella priorità.

Quanto agli altri migranti, a chi dopo lungo tempo sul nostro territorio non lavora, non si integra nel nostro tessuto, nelle nostre leggi, nelle nostre consuetudini ma protesta, pretende tutto da noi, perfino le moschee, non c’è che una strada: tornare a casa sua, nel suo habitat naturale e culturale, nessuno lo ha richiesto.

Con una sola eccezione: la minoranza dei veri profughi. Per gli altri che si integrano, lavorano, rispettano le nostre leggi, vengano immessi nelle nostre graduatorie per la casa e per ogni altro genere di assistenza.

Ma dopo gli italiani.

 

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