Polizia e migranti in fuga: “L’ordine è di non fermarli”

Centri accoglienza siciliani, gli agenti: per evitare rischi le questure ci dicono di lasciarli andare

Polizia e migranti. “Siamo stanchi,  siamo qui per niente”, è il grido disperato degli agenti di polizia che operano nell’Agrigentino per contenere i migranti in quarantena nei tre centri di accoglienza presenti sul territorio della provincia siciliana.

Dall’inizio dell’emergenza Covid centinaia di poliziotti provenienti da tutta Italia sono stati impiegati per questo scopo.

Lo Stato ha speso milioni di euro tra stipendi, indennità di ordine pubblico fuori sede (19 euro al giorno), straordinari (visto che la maggior parte i loro fa due turni nell’arco di 24 ore), hotel che ospitano i poliziotti, ristoranti.

Ma la cosa più grave, secondo quanto raccontano gli agenti, è che tutto ciò viene fatto per niente.

I migranti, in sostanza, secondo quanto risulta da alcune ordinanze delle varie questure, debbono essere trattati «con umanità» qualora fuggano dai centri e debbono essere «invitati a rientrare». Insomma, tu malato di Covid o meno, tenti la fuga e io poliziotto non posso fermarti perché non ho chiare regole di ingaggio, ma anzi devo «invitarti a rientrare».

Clandestini trattati coi guanti bianchi, in sostanza. «Perché la verità che nessuno dice – spiega un agente – è che siccome dal Viminale non sono arrivate regole chiare da seguire e siccome siamo in numero di molto inferiore rispetto agli ospiti dei centri, dalle questure i nostri superiori ci dicono chiaramente di lasciarli andare se dovessimo trovarci in difficoltà.

Altrimenti potrebbe accadere come a Vicenza, dove un nostro collega ora si troverà punito per aver fatto il suo lavoro

Ad Agrigento ci sono 400 aggregati provenienti dai reparti mobili di tutta Italia e con loro 6 funzionari.

Ieri a Villa Sikania, una delle strutture, c’erano 231 ospiti con solo 20 poliziotti a far da guardia. A Casa dei gabbiani 60 persone sempre con 20 agenti e alla Mano di Francesco una settantina di migranti con poche divise. Gente allo stremo, che non può fare neanche bene il suo lavoro perché «in caso di rissa – prosegue uno di loro – prima di entrare perdiamo tempo a indossare tute e dispositivi di protezione».

La paura di ammalarsi? «C’è e non solo di Covid – racconta un poliziotto – ma nessuno fa niente e noi stiamo mesi lontani da casa per questa stratosferica presa in giro che mette a rischio le nostre vite con immigrati che alla fine fanno ciò che vogliono, mantenuti da quegli stessi italiani che ora rischiano di essere infettati».

E parlano di un realtà messa sotto silenzio. «La verità – dicono – è che c’è una macchina dell’accoglienza che fa guadagnare i gestori delle strutture, i proprietari dei furgoncini che trasportano il cibo e molta altra gente.

Si preferisce guadagnare che risolvere il problema.

E noi stiamo a guardare impotenti». «Ieri – chiarisce il segretario generale del sindacato di polizia Sap, Stefano Paoloni – ho scritto al ministro Lamorgese per segnalare questi problemi. Sono certo che oggi in conferenza stampa negherà tutto.

Invece mancano i protocolli operativi. Chi fugge rischia 400 euro di ammenda che da clandestino non pagherà mai.

E se scappa positivo al Covid al massimo può prendere dai 3 ai 18 mesi di carcere.

Non rischiano niente, mentre i colleghi non hanno disposizioni su come contenerli, vanno a buonsenso. La sensazione è che, come successo a Vicenza, si cerchi anche in Italia un caso Floyd».

L’onorevole Gianni Tonelli (Lega), parla di «atteggiamento sbagliato». «Perché qui – continua – si toglie autorevolezza alle divise. L’anello debole della catena sono le forze dell’ordine. Chi fa di testa sua o prova a operare cercando di far rispettare la legge rischia la stessa situazione di Vicenza”.

Chiara Giannini per il Giornale

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