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Home Politica

Più agenti, ma senza reprimere: il doppio binario di Sala sulle piazze in fiamme

di Simone Margheri
22 Ottobre 2026
In Politica
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Più agenti, ma senza reprimere: il doppio binario di Sala sulle piazze in fiamme
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Più agenti, ma senza reprimere: il doppio binario di Sala sulle piazze in fiamme

C’è una contraddizione nelle parole di Beppe Sala sugli scontri di Milano, e va messa in chiaro.

Sabato 17 ottobre la città ha vissuto violenze, danneggiamenti e saccheggi, e il sindaco ha giudicato insufficienti le forze dell’ordine schierate. Martedì 20 ottobre, però, ha avvertito che non si può affrontare tutto con la sola repressione, invitando la politica a occuparsi anche delle cause del disagio sociale

Sia chiaro: discutere delle cause sociali della violenza è legittimo. Ma una cosa è capire un fenomeno, un’altra è finire, anche involontariamente, per spostare l’attenzione da chi ne è responsabile. Ed è qui che il discorso di Sala non regge.

Se gli agenti erano pochi, bisogna rafforzare i dispositivi di sicurezza. Ma se quegli stessi agenti intervengono per fermare devastazioni e saccheggi, la repressione della violenza non può diventare il problema da mettere sotto accusa. Il loro operato va valutato sui fatti e sulle eventuali responsabilità individuali, non con il pregiudizio ideologico. L’uso della forza deve restare proporzionato e finalizzato a ripristinare la legalità: questo vale sempre, ma non fa dei poliziotti gli imputati.

La domanda è semplice: perché il dibattito pubblico si concentra sempre sulla necessità di comprendere chi scende in piazza, e quasi mai sulla responsabilità concreta di chi devasta, aggredisce e saccheggia?

Le responsabilità, non soltanto il disagio

Sala invoca il superamento della sola repressione, ma «senza buonismi, senza indulgenze?». Una precisazione importante, che però dovrebbe tradursi in una posizione altrettanto netta sui fatti.

Chi ha organizzato le manifestazioni? Chi ha convocato i partecipanti? Chi ha incitato alla violenza? Chi ha spaccato le vetrine e approfittato del caos per rubare? E soprattutto: esiste una regia dietro quella che sembrava una protesta spontanea?

Sono domande legittime, non accuse preventive

Vale anche per eventuali finanziamenti, della CGIL o di altre organizzazioni, a gruppi coinvolti nelle mobilitazioni. Se emergessero, bisognerebbe chiarire a chi sono andati i soldi, per quali scopi e con quali collegamenti con gli episodi violenti. Trasformare un finanziamento in prova di complicità senza riscontri sarebbe scorretto, ma lo è altrettanto considerare sconveniente persino la domanda.

Lo stesso discorso riguarda i cosiddetti maranza e i gruppi giovanili che si aggregano sui social. Parlare genericamente di disagio non basta: bisogna capire chi mobilita, con quali obiettivi e attraverso quali canali.

La prevenzione non è soltanto più pattuglie in strada. Si fa con le indagini, con l’intelligence, con il monitoraggio delle comunicazioni nei limiti consentiti dalla legge, con un’attività investigativa che individui i responsabili prima che passino dalle parole ai fatti. La repressione non è l’alternativa alla prevenzione: ne è una componente, insieme alla certezza delle conseguenze per chi viola la legge.

Le ombre russe e il ruolo dei social: piste da verificare

Su questo punto è rilevante quanto pubblicato da Open il 21 ottobre. Secondo fonti vicine al dossier, alcuni messaggi che avrebbero alimentato la mobilitazione violenta a Milano sarebbero partiti dal territorio russo, con tracce individuate dall’intelligence e comunicazioni la cui provenienza sarebbe stata schermata con strumenti informatici.

Attenzione: è una pista da approfondire, non una verità giudiziaria. Lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha precisato a Open che al momento non c’è un’evidenza materiale chiara e certa di una regia dietro le manifestazioni violente, pur riconoscendo elementi da verificare.

Ma se fosse confermato che soggetti stranieri hanno cercato di soffiare sul fuoco attraverso TikTok, Telegram o altre piattaforme, saremmo di fronte a qualcosa che va ben oltre l’ordine pubblico: un tentativo di sfruttare tensioni reali o presunte per destabilizzare il Paese, amplificare le divisioni e trasformare la protesta in uno strumento di interferenza

Proprio per questo servono indagini serie, informazioni verificabili e trasparenza istituzionale. Non slogan, non accuse senza prove. E nessuno potrà comunque cancellare la responsabilità individuale di chi decide di partecipare a un saccheggio, anche se qualcuno avesse cercato di manipolarlo.

A Firenze, sabato 24 ottobre: la preoccupazione di Funaro diventi prevenzione

E adesso tocca a Firenze

Per sabato 24 ottobre è stata annunciata sui social una mobilitazione del cosiddetto «Movimento 17 ottobre», con ritrovo in piazza Santa Maria Novella alle 15. L’iniziativa gira online, ma le cronache del 21 ottobre riferivano che non c’erano ancora conferme ufficiali sul corteo né sui suoi organizzatori. La sindaca Sara Funaro ha detto di dover approfondire con la prefetta e ha ribadito che Firenze non tollera la violenza.

La preoccupazione è comprensibile. Ma dopo quanto accaduto a Milano e Torino, auspicare che vada tutto bene non è una strategia

Manifestare è un diritto costituzionale. Non è un lasciapassare per devastare il centro storico, aggredire gli agenti, saccheggiare negozi e mettere in pericolo cittadini estranei alla protesta.

Se emergessero elementi concreti che fanno temere disordini, la sindaca dovrebbe portare subito la questione in prefettura e in questura, chiedendo tutte le misure preventive consentite dalla legge. Ove ne ricorressero i presupposti, potrebbe anche sollecitare una diversa collocazione o modalità dell’iniziativa, nel rispetto delle competenze delle autorità di pubblica sicurezza e del diritto di manifestare.

E se sabato Firenze dovesse conoscere devastazioni, Funaro non potrebbe cavarsela con il rammarico a posteriori

Dovrebbe spiegare quali iniziative preventive ha chiesto, quali rischi sono stati valutati, quali misure sono state adottate.

Nessuno può attribuire oggi alla sindaca la responsabilità di violenze future. Ma chi amministra una città ha il dovere di prepararsi ai rischi prevedibili, non solo di commentarli quando si sono già materializzati.

Il garantismo non può valere solo per chi scende in piazza

Il punto, alla fine, è tutto qui. Non si può chiedere allo Stato di garantire la sicurezza e poi trattare ogni intervento delle forze dell’ordine come un problema politico. Non si possono invocare più agenti quando la situazione sfugge di mano e, nello stesso tempo, ridurre il dibattito sulle violenze alla necessità di comprendere il disagio di chi le commette.

Comprendere le cause è doveroso. Giustificare i comportamenti criminali in nome delle cause sociali è tutt’altra cosa

Né si può pretendere che il governo risolva da solo problemi complessi, mentre le amministrazioni locali si limitano a chiedere rinforzi e a distribuire colpe quando le cose vanno male. La sicurezza richiede collaborazione istituzionale, prevenzione, indagini e rispetto per chi è chiamato a garantire l’ordine pubblico.

A Sala non si chiede di rinunciare all’analisi sociale. Gli si chiede coerenza: se la repressione da sola non basta, come sostiene, indichi quali responsabilità intende accertare, quali iniziative concrete propone e come intende evitare che le prossime piazze diventino l’occasione per nuovi saccheggi.

A Funaro si chiede di non scambiare la fiducia nella tradizione pacifica di Firenze per un piano di sicurezza. La storia di una città non è una garanzia per il futuro.

La democrazia protegge il diritto di manifestare, non il diritto di devastare. E la prevenzione comincia quando si smette di cercare i responsabili soltanto dopo che le vetrine sono andate in frantumi.

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