“Orecchie” dal cinema a teatro, quel fischio che racconta le nostre fragilità

“Orecchie” dal cinema a teatro, quel fischio che racconta le nostre fragilità

Ci sono opere che non finiscono quando si spengono le luci di una sala cinematografica

Continuano a vibrare, a risuonare, letteralmente, fino a trovare nuove forme, nuovi corpi, nuove voci.
“Orecchie”, ieri sera a teatro, è stata una di quelle.

La versione teatrale del film di Alessandro Aronadio, andata in scena al Teatro di Cestello, a Firenze, non è una semplice trasposizione.

È una riscrittura emotiva, una distillazione.

Il cinema diventa carne viva, parola detta, risata e silenzio condiviso

La riduzione teatrale di Raffaele Totaro, con la regia di Lorenzo Lombardi, funziona perché ha il coraggio di restare fedele allo spirito dell’opera senza imitarla. La storia dell’uomo che si sveglia con un fischio alle orecchie, con un lutto che non ricorda e con una relazione che scricchiola, diventa sul palco una riflessione ancora più netta sulla difficoltà di stare dentro la vita, di percepirla davvero.

L’acufene non è solo un disturbo

È il rumore di fondo delle nostre esistenze.

È ciò che ci impedisce di ascoltare gli altri, ma soprattutto noi stessi.

E cosi, la compagnia “Futura Teatro” accompagna lo spettatore in un’altalena emotiva sorprendente. Si sorride, si riflette, ci si inquieta nel giro di pochi minuti. L’ironia è sempre intelligente, mai evasiva, l’angoscia è sottile, quotidiana, riconoscibile. Proprio per questo colpisce.

Il teatro, qui, amplifica tutto: lo smarrimento, l’amore che si sfilaccia, la memoria che vacilla, la paura di non essere all’altezza della felicità

E lo fa senza spiegare, senza rassicurare. Ti mette davanti allo specchio e ti lascia lì.

Si esce dalla sala con la sensazione che non sempre il problema sia non sentire, ma non riuscire più a distinguere i suoni importanti da quelli inutili.

E che forse, ogni tanto, quel fischio fastidioso andrebbe ascoltato davvero.
Perché a volte non è un sintomo, è un messaggio.

C’è poi un momento, alla fine, in cui è giusto fare una cosa semplice e necessaria: dire grazie a tutti. Nell’ordine di apparizione: Raffaele Totaro, Chiara Barresi, Elena Guerra, Michele Cimmino, Francesco Fontani, Marco Monciatti, Paolo Bernardini, Mimma Delizia, Stefano Algerini

E una menzione speciale alla presenza musicale di Giacomo Ugolini, che con il suo violoncello accompagna e amplifica emozioni e silenzi.

Un gruppo che funziona come un organismo unico, che respira insieme, che ti prende per mano e ti porta dove magari non avevi previsto di andare.
Quella trascorsa con loro a teatro è un’ora di tempo ben spesa, di quelle che non distraggono ma lasciano qualcosa. Un’ora che risuona anche dopo, quando torni a casa e il rumore di fondo della vita ricomincia.

Li potete tutti trovare anche stasera (piu emozionati che mai, poiché in sala ci sarà uno spettatore d’eccezione, l’autore Alessandro Aronadio) e anche domenica.

E se dovesse essere sold out, fate una cosa semplice e rivoluzionaria, chiedete loro di replicare.
Perché questo spettacolo vale la pena vederlo.

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