Nel nome di Edo: aiutiamo i nostri giovani a non cadere nell’abisso della disperazione

Un bellissimo libro di una madre che racconta il suo dramma, perchè altri ragazzi possano salvarsi

la copertina del libro (per gentile concessione dell'editore)

Un ragazzo in gamba, che si apre alla vita, pieno di interessi e di successi faticosamente meritati. Come può una cosa del genere trasformarsi in un inferno?

È quello che purtroppo è accaduto a una famiglia di Piacenza, che ha tragicamente perso un figlio che, preso nella spirale della depressione, ha messo fine alla sua vita il 27 aprile del 2019, a soli 23 anni. Adesso la madre, Maria Teresa Papamarenghi, ha trovato la forza di raccontare quanto accaduto al figlio Edoardo in un libro che è prima di tutto una sofferta testimonianza e un messaggio: Dove l’amore non arriva; Edo e la luce che resta, pubblicato dalla casa editrice La Vela di Lucca.

Il libro ripercorre alcuni momenti della vita di Edo, studente in medicina e brillante musicista percussionista, in una sorta di meditazione e ripensamento di quelle che sono state le sue tappe principali. L’autrice ci restituisce il quadro di una famiglia serena e unita, un contesto appunto in cui cose del genere non dovrebbero capitare. Per di più, Edo ci viene presentato come un ragazzo che affrontava la vita con gioia e disponibilità, benvoluto dagli amici, generoso e sempre disponibile all’aiuto: “un ragazzo a cui riusciva tutto”, per citare il titolo di un capitolo.

Forse troppo? Non possiamo pretendere da una madre che ha vissuto una simile tragedia una diagnosi “spassionata” che neppure chi di dovere ha saputo fare. Fatto sta che a un certo momento qualcosa nell’equilibrio del ragazzo si è rotto. Dopo l’ultimo esame del primo anno di medicina, dunque un nuovo traguardo raggiunto: “Edoardo era tur­bato. Aveva negli occhi qualcosa di diverso, di rallenta­to, forse una scena che rifiuta di farsi mettere al passa­to. Disse poco. Disse che era stato male. Disse che si sa­rebbe abituato. Mi abituerò.”

Da allora inizia una parabola discendente, fatta di silenzi, di umore instabile, di perdita di fiducia in se stesso. Edoardo cerca di reagire, consulta uno psichiatra e tre psicologi che però non si dimostrano all’altezza e anche un sacerdote di cui il ragazzo si fidava lo delude profondamente. Una discesa nell’abisso che purtroppo non conosce una risalita.

Maria Teresa Papamarenghi però non è alla ricerca di “colpevoli” o non cerca di addossare a qualcuno la responsabilità di quanto accaduto. C’è se mai il doloroso dubbio di “non avere fatto abbastanza” o di non essere stata all’altezza della situazione: cose che qualsiasi genitore degno di tale nome si chiederebbe in circostanze del genere.  Il valore del libro non sta tuttavia nel ricordo di una esperienza terribile, ma nel messaggio che esso vuole trasmettere.  Intanto, un grido d’allarme: la depressione è un male oscuro che può colpire chiunque, non soltanto persone “problematiche”. E soprattutto i giovani, personalità particolarmente fragili anche quando a uno sguardo superficiale possono sembrare “granitiche” perché ancora in fieri, e quindi più facilmente preda di angosce, dubbi improvvisi e inspiegabili, senso di inadeguatezza. Questo accade più facilmente alle nature particolarmente sensibili come era appunto Edo, punto di riferimento per molti ma che non ha trovato nessuno che lo supportasse davvero nel momento del bisogno. E qui il secondo, importantissimo messaggio: Maria Teresa, come mamma, si è sentita sola, non ha trovato nessuno che la aiutasse veramente a capire cosa stava accadendo e che potesse darle un valido aiuto; proprio perché in certe circostanze l’amore, pur se necessario, può non rivelarsi sufficiente.  Ed ecco il punto: in una società spietatamente competitiva come quella attuale, chi rimane indietro viene lasciato solo. Di qui l’auspicio di una rete di solidarietà che possa davvero, con competenza ma soprattutto con una presenza forte e continuata, aiutare chi cade in questo tunnel terribile e essere un valido supporto a chi sta loro vicino. E da questo punto di vista, la famiglia di Edo ha fatto anche qualcosa di molto concreto: nel giugno dello stesso anno della tragedia ha fondato l’associazione “Edoardo Lusardi, il ritmo del cuore” con un duplice obbiettivo: offrire borse di studio per la musica a ragazzi molto dotati o con difficoltà economiche, ma anche aiutare i giovani a far emergere il malessere che spesso mina il loro equilibrio.

E così l’autrice rivolge un appello a tutti, alle famiglie e alle istituzioni – in particolare la scuola – perché non abbassino la guardia, prendano coscienza del problema e lo affrontino in modo adeguato. Bisogna guardare i nostri ragazzi negli occhi, vedere se nella luce che spesso caratterizza il loro sguardo non c’è qualche zona d’ombra, che se trascurata rischia di prevalere e spegnerla del tutto. Un libro da leggere con la testa e con il cuore e che certo non sarà una facile lettura, pur essendo scritto benissimo e impreziosito da una bella appendice fotografica. Non facile, perché mette davanti a una realtà sgradevole e a una esperienza tra le più dure che un genitore possa affrontare; ma come dice Maria Teresa, bisogna attraversare il dolore e imparare a conviverci. Ma proprio per questo, è un grido d’allarme che non si può e non si deve ignorare. Lo dobbiamo a chi è passato attraverso questa terribile esperienza, ai nostri ragazzi e alle loro famiglie. Un libro dunque che non è solo una dolorosa testimonianza, ma anche una battaglia di umanità e civiltà: nel nome di Edoardo Lusardi.

 

Maria Teresa PAPAMARENGHI, Dove l’amore non arriva; Edo e la luce che resta, Lucca, La Vela, 2026, pp. 156, € 18,00.

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