Nagorno-Karabakh, l’affondo di Čarnogurský a Pellegrini: «La Slovacchia non chiuda gli occhi»

Nagorno-Karabakh, l’affondo di Čarnogurský a Pellegrini: «La Slovacchia non chiuda gli occhi»

L’ex premier slovacco critica la visita del presidente in Azerbaigian e gli chiede un’iniziativa diplomatica per la liberazione degli ex dirigenti del Nagorno-Karabakh detenuti a Baku. «I diritti umani devono restare al centro della politica estera slovacca»

BRATISLAVA — La visita di Stato del presidente slovacco Peter Pellegrini in Azerbaigian riapre in Slovacchia una questione politicamente delicata: quale debba essere il rapporto tra le relazioni diplomatiche con Baku e la difesa dei diritti umani e delle popolazioni coinvolte nel conflitto del Nagorno-Karabakh

A sollevare pubblicamente la questione è l’ex primo ministro slovacco Ján Čarnogurský, che in una lettera indirizzata a Pellegrini il 28 agosto critica apertamente il tono e i contenuti della visita presidenziale, chiedendo al capo dello Stato di assumere una posizione più netta sulle conseguenze della guerra e dell’esodo della popolazione armena dalla regione.

Secondo Čarnogurský, nelle dichiarazioni pubbliche pronunciate durante la visita sarebbe mancata una sufficiente attenzione alle responsabilità dell’Azerbaigian e alla dimensione umanitaria della crisi. Un’omissione che, a suo giudizio, rischia di entrare in contraddizione con i principi che la Slovacchia afferma di sostenere nella propria politica estera e nell’ambito dell’Unione europea

Il nodo del Nagorno-Karabakh

Nella sua lettera, l’ex premier ricostruisce il lungo conflitto intorno al Nagorno-Karabakh e richiama l’esodo della popolazione armena seguito all’offensiva azera del 2023. Čarnogurský sottolinea come oltre 100.000 armeni abbiano lasciato la regione e sostiene che il timore per la propria sicurezza abbia rappresentato una delle ragioni fondamentali dell’esodo.

La questione, secondo l’ex premier, non può essere separata dalla storia delle tensioni tra armeni e azeri e dal rapporto strategico tra Azerbaigian e Turchia.

Čarnogurský richiama inoltre il riconoscimento da parte del Consiglio nazionale slovacco del genocidio degli armeni del 1915, sostenendo che tale memoria storica avrebbe dovuto essere considerata anche nel corso della visita presidenziale.

La scuola dedicata a Štefánik e il peso della storia

Uno dei passaggi più controversi della visita riguarda l’inaugurazione ad Aghdam di una scuola intitolata al generale Milan Rastislav Štefánik, figura centrale della storia slovacca.

Čarnogurský non contesta il valore simbolico dell’omaggio a Štefánik, ma invita a non separare il gesto dal contesto storico del luogo. A suo giudizio, la città di Aghdam è indissolubilmente legata alla storia militare del conflitto e alle operazioni contro il Nagorno-Karabakh.

Da qui l’appello a una maggiore prudenza da parte della Presidenza slovacca nella preparazione delle visite internazionali. Per l’ex premier, i gesti diplomatici non possono essere valutati soltanto sul piano protocollare: devono tenere conto della memoria storica e delle sensibilità delle popolazioni coinvolte.

La proposta più audace: intervenire per i detenuti

Ma è sulla sorte degli ex dirigenti del Nagorno-Karabakh detenuti in Azerbaigian che la lettera assume un tono ancora più diretto.

Čarnogurský cita gli ex presidenti Bako Sahakyan, Arayik Harutyunyan e Arkadi Ghukasyan, l’ex ministro di Stato Ruben Vardanyan, l’ex ministro degli Esteri Davit Babayan, il presidente del Parlamento Davit Ishkhanyan e gli ex comandanti militari Davit Manukyan e Levon Mnatsakanyan.

L’ex premier chiede a Pellegrini di compiere un passo diplomatico concreto: rivolgersi direttamente al presidente azero Ilham Aliyev per chiedere la concessione della grazia ai detenuti

La proposta va oltre la semplice richiesta di clemenza. Čarnogurský ipotizza infatti che la loro liberazione possa essere accompagnata dall’espulsione dall’Azerbaigian e dall’accoglienza in Slovacchia attraverso la concessione di asilo politico.

Una sfida alla diplomazia slovacca

È una proposta politicamente ambiziosa, che metterebbe Bratislava di fronte a una scelta precisa: limitarsi a sviluppare le proprie relazioni con Baku oppure utilizzare quelle stesse relazioni per esercitare una pressione diplomatica su una questione umanitaria controversa.

Per Čarnogurský, la seconda strada rappresenterebbe un’opportunità per la Slovacchia di trasformare la propria presenza diplomatica nel Caucaso meridionale in un’iniziativa concreta

Il messaggio rivolto a Pellegrini è dunque chiaro: la diplomazia non dovrebbe fermarsi ai gesti simbolici, alle cerimonie e agli accordi bilaterali. Dovrebbe, secondo l’ex premier, affrontare anche le conseguenze umane e politiche di un conflitto ancora segnato da profonde ferite.

La richiesta di Čarnogurský mette così il presidente slovacco davanti a una questione scomoda ma difficilmente eludibile: quanto può essere pragmatica la politica estera di Bratislava senza perdere di vista i principi che essa stessa dichiara di difendere?

Ed è proprio su questa linea di confine, tra realpolitik e diritti umani, che la visita di Pellegrini in Azerbaigian rischia ora di trasformarsi da episodio diplomatico in un vero caso politico interno alla Slovacchia.

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