Mario Draghi: il tecnico della politica

la coabitazione dei partiti che rende possibile il governo Draghi

politica

Questo non è un governo meramente tecnico: la politica è tornata, poiché la maggior parte dei titolari di dicastero sono politici con una storia ed un partito alle spalle. Quindici ministri politici a fronte di otto tecnici (quasi un rapporto di due a uno).

Al Movimento Cinque Stelle spettano quattro dicasteri, a Lega e PD tre, tre anche a Forza Italia anche se privi di portafoglio, uno a LeU ed uno anche a Italia Viva.

L’unico partito a non ottenere ministeri è ovviamente Fratelli d’Italia che ha per sua espressa volontà scelto di rimanere fuori dalla compagine governativa.

Per un curioso paradosso della storia se quarant’anni fa Giorgio Almirante avesse voluto far parte di una qualsiasi compagine governativa, anche in un momento di emergenza, sarebbe stato escluso a priori da tutto quell’apparato che veniva definito l’arco costituzionale e riteneva la coabitazione governativa con i missini inaccettabile. Dunque la politica continua ad avere un ruolo.

Anche e soprattutto se, senza nulla togliere alla grandissima abilità di Berlusconi che è riuscito a ricavare un peso di tutto rispetto per il suo partito nell’attuale governo. I protagonisti di questa insolita coabitazione, che si giustifica nell’interesse nazionale, sono Matteo Salvini, Nicola Zingaretti e la dirigenza della nebulosa galassia pentastellata.

La partita di Salvini

Salvini ha vinto un’ importante partita, ossia quella di portare il peso del primo partito italiano nelle scelte del governo. Dribblando coloro i quali volevano relegarlo ai margini della politica.

Anche Zingaretti ottiene una vittoria non di poco conto: è stata sfilata la palla di mano a Matteo Renzi. L’ex rottamatore non è più determinante.

Non potrà più infatti l’ex sindaco di Firenze staccare la spina ad alcun governo. E certo non dispiace al segretario del PD il ridimensionamento dell’ex Premier e costante spina nel fianco interna alla sinistra italiana.

Complessa è la situazione dei pentastellati, dove ovviamente prevale tra i parlamentari, visto anche il taglio e la perdita di consensi, la volontà di andare avanti ma la base è in fermento e le leadership sono precarie.

Tra l’anima movimentista e quella governista prima o poi dovrà partire un regolamento di conti. Di Battista alza i toni e Di Maio riconferma, anche se in pochi la mettevano in dubbio, la propria vocazione istituzionale più che rivoluzionaria.

È chiaro che comunque la coabitazione in rapporti di cooperazione per un bene superiore di queste leadership all’interno del governo determineranno non solo le sorti ma anche l’azione.

Non esistono governi tecnici che abbiano una reale capacità di prendere forma e vita propria. In Parlamento non ci sono tecnici, ma attori della politica che supportano o meno soluzioni tecniche. Ma non esiste un governo tecnico che non sia sostenuto dalla politica.

È vero che in situazioni particolari la politica dà fiducia a dei tecnici. Ma vista la chiara maggioranza di dicasteri guidati da politici, si ha l’indicatore palese della volontà della politica di contare in questo momento e partecipare alle decisioni per il futuro del paese.

In un momento storico siamo in mano ad un tecnico che è espressione di una scelta della politica.

 

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