Marianna Madia, l’addio al PD e il Naufragio dei Riformisti.
Il terremoto era nell’aria, ma la magnitudo ha comunque scosso le fondamenta del Nazareno. Marianna Madia, volto simbolo del riformismo “renziano” della prima ora, ma anche figura di mediazione istituzionale negli anni dei governi Gentiloni e Letta, ha ufficializzato il suo addio al Partito Democratico.
Una decisione che non è solo il cambio di casacca di una singola deputata, ma il manifesto plastico di una crisi profonda, quella di un’intera area politica che nel PD di Elly Schlein non riesce più a trovare né cittadinanza né ossigeno
Con una missiva indirizzata alla capogruppo alla Camera, Chiara Braga, la Madia ha messo nero su bianco i motivi di una distanza ormai incolmabile. Non si tratta di una “fuga”, dicono i suoi fedelissimi, ma di una presa d’atto. “Provo da un’altra prospettiva a costruire un pezzo di centrosinistra”, ha scritto l’ex ministra. Ma la verità è più amara.
Il PD a trazione Schlein, spostato su asse marcatamente movimentista e vicino alle istanze del Movimento 5 Stelle, ha finito per marginalizzare quella cultura di governo, pragmatica e liberale, che la Madia incarnava
L’uscita di scena di Marianna Madia è solo la punta dell’iceberg. Dietro di lei, una folta schiera di amministratori locali, quadri dirigenti e militanti della “base pensante” si sente orfana. La crisi dei riformisti nel PD nasce da un equivoco di fondo, basata sulla convinzione che si potesse convivere sotto lo stesso tetto pur avendo visioni opposte su temi cruciali come il Jobs Act, la giustizia e la politica estera.
I riformisti rimasti si trovano oggi in una terra di nessuno
Da un lato c’è la fedeltà al partito e la paura dell’irrilevanza esterna; dall’altro la consapevolezza che ogni voto in Direzione Nazionale è una rinuncia a un pezzo della propria identità. La Madia ha rotto il tabù, scegliendo la strada dell’indipendenza verso Italia Viva, segnalando che il tempo della “resistenza interna” è scaduto.
La segreteria Schlein ha impresso una direzione chiara. Identità forte, meno compromessi, sguardo rivolto a sinistra
Una strategia che paga nei sondaggi di opinione ma che, inevitabilmente, produce esiliati. Per i riformisti, il PD è diventato un luogo dove “si può stare, ma non si può contare”. La Madia, che pure aveva tentato di dialogare, non ha retto alla pressione di un partito che sembra voler cancellare l’eredità degli anni 2014-2018, trattandoli quasi come una parentesi di errore storico.
L’approdo di Marianna Madia verso l’area di Matteo Renzi riaccende i riflettori sulla necessità di un polo riformista autonomo
“Con Renzi rafforziamo l’area riformista”, ha dichiarato la deputata. Questo movimento suggerisce che la frammentazione del centrosinistra non è destinata a ricomporsi brevemente. Se il PD diventa il partito del “No” a tutto ciò che sa di moderazione, lo spazio al centro si allarga, ma resta il dubbio. Basteranno i nomi di peso per convincere un elettorato stanco di scissioni?
Il PD perde un pezzo di storia e di competenza tecnica
Marianna Madia non era solo “una dei tanti”, ma la rappresentante di quella borghesia romana e nazionale che aveva creduto nel progetto di un partito a vocazione maggioritaria.
Oggi quel progetto appare tramontato, sostituito da una confederazione di correnti in lotta dove chi non urla abbastanza forte finisce per essere dimenticato
L’addio della Madia è il segnale. I riformisti non si ritrovano più, e forse, per molti di loro, la porta di uscita è l’unica rimasta aperta.
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