L’UE sempre più Meloniana e sempre meno socialista
Bruxelles cede, Roma incassa: i rimpatri diventano legge europea
Strasburgo ha votato. Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva il nuovo regolamento sui rimpatri dei cittadini di Paesi terzi irregolari, 418 sì, 218 no, 30 astenuti. Numeri che raccontano più di mille comunicati: per la prima volta su un dossier strutturale del Patto migrazione e asilo, la maggioranza non nasce dal solito asse centrista, ma da popolari, conservatori, patrioti e sovranisti.
La sinistra europea resta a guardare, sconfitta nel merito prima ancora che nei numeri
Il testo introduce un meccanismo di riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio tra Stati membri, consente il trattenimento fino a 24 mesi – prorogabile di altri sei in presenza di nuovi elementi o di una collaborazione migliorata con il Paese terzo – e soprattutto apre la strada ai centri di rimpatrio fuori dai confini dell’Unione. È quest’ultimo il punto che ha fatto saltare i nervi a sinistra, perché è il punto in cui l’Europa ammette, finalmente, che l’Italia aveva ragione.
Giorgia Meloni lo ha detto senza giri di parole, da Evian, a margine del G7: un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano
E ha avuto l’onestà intellettuale di rivendicare la paternità politica della soluzione: la strada è quella aperta dal protocollo con l’Albania, una soluzione innovativa che la sinistra italiana ed europea ha tentato di affondare in ogni sede – tribunali compresi – e che oggi diventa strumento a disposizione di tutta l’Unione. Chi per due anni ha bollato il modello Albania come una bizzarria costosa e giuridicamente fragile dovrebbe oggi spiegare perché Bruxelles lo ha appena trasformato in diritto comunitario.
Le opposizioni, va detto, non si sono nascoste
Il Pd ha parlato di un accordo figlio di un’alleanza di destra che baratta i diritti dei più vulnerabili con l’illusione della sicurezza.
Il M5S è andato oltre, definendo il regolamento uno strumento che tratta le persone come oggetti, salvo poi inciampare nella propria stessa polemica: gli eurodeputati pentastellati hanno fatto notare che, se l’Albania completerà l’adesione all’Unione entro il 2029, i centri di Gjadër e Shëngjin perderanno automaticamente lo status di “Paese terzo” su cui si fonda la base giuridica del regolamento
Un’osservazione tecnica corretta, trasformata però in una richiesta surreale: smantellare oggi una struttura che funziona per un problema che, semmai, si porrà fra tre anni – e che comunque riguarderà la diplomazia, non la sicurezza dei cittadini italiani.
Sul fronte istituzionale, il commissario europeo alla Migrazione Magnus Brunner ha salutato il voto come un passo per mettere ordine nella casa comune europea.
Difficile immaginare un endorsement più lontano dalla narrazione securitaria e xenofoba con cui per anni si è liquidata ogni proposta italiana sui rimpatri
Ora tocca al Consiglio dare l’approvazione formale, passaggio considerato sostanzialmente di routine: le norme sui centri esterni e sulla valutazione dell’età dei minori entreranno in vigore subito dopo, mentre per il resto degli adeguamenti gli Stati membri avranno dodici mesi di tempo.
Resta da capire quanto di questo risultato sia davvero merito di una linea italiana coerente e quanto sia evoluzione che l’Unione avrebbe comunque imboccato, spinta dal fallimento ormai conclamato dei rimpatri volontari.
Ma la cronaca politica, quella vera, non si scrive con i condizionali: oggi un governo che la sinistra ha descritto per tre anni come l’incarnazione del sovranismo più becero ha riscritto, voto dopo voto, le regole dell’immigrazione in Europa.
E lo ha fatto portando dalla propria parte anche il partito che la sinistra europea considera ancora, erroneamente, una casa amica: il PPE.
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