L’inversione di tendenza nei sondaggi sul referendum sulla giustizia: dal dominio del Sì alla parità incerta
In un clima politico sempre più polarizzato, il referendum confermativo sulla riforma della giustizia, calendarizzato per il 22 e 23 marzo 2026, sta riservando sorprese agli osservatori. Solo un mese fa, a inizio gennaio, i sondaggi delineavano un quadro netto a favore del “Sì”, con percentuali che oscillavano tra il 48 e il 59 per cento contro un “No” relegato al 30-41 per cento.
Oggi, a undici febbraio, la distanza si è drammaticamente assottigliata: il “Sì” si attesta tra il 38 e il 52 per cento, mentre il “No” è salito al 37-47 per cento, con diversi istituti che parlano apertamente di parità o margini risicati
Questa inversione, che ha visto il fronte favorevole alla conferma della riforma Nordio perdere tra i 10 e i 15 punti percentuali, solleva interrogativi cruciali sulla campagna referendaria e sulle sorti del governo Meloni.
La riforma al centro del voto, approvata dal Parlamento lo scorso anno e ora sottoposta a conferma popolare, introduce misure epocali come la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la scomposizione del Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare.
L’assenza del quorum – chi prende di più vince – rende il confronto puramente maggioritario, ma l’affluenza alle urne rimane il jolly decisivo: stime variano dal 35 al 50 per cento, con impatti potenzialmente devastanti sui risultati. A gennaio, la supermedia YouTrend per Sky TG24 del 15 gennaio indicava un “Sì” al 58,9 per cento (+2,2 rispetto a dicembre), mentre Adnkronos riportava il 48,7 per cento contro il 30 per cento del “No” secondo Emg
Il Foglio e Corriere Nazionale confermavano un “Sì” oltre il 50 per cento, trainato da un consenso trasversale contro le inefficienze giudiziarie.
Il turning point si è verificato nelle prime settimane di febbraio. L’Ipsos del 3 febbraio segnalava un “Sì” quasi alla pari, mentre Only Numbers per “Porta a Porta” il 4 febbraio lo dava al 52,5 contro 47,5. Bidimedia, aggregando Eumetra, Emg, Demopolis, Piepoli e altri, rilevava un calo del 3,6 per il “Sì” (al 54,5) a beneficio del “No” salito al 45,5. Il colpo di scena arriva con Swg per TgLa7 del 9-10 febbraio: 38 per cento “Sì” contro 37 “No”, indecisi al 25 per cento e affluenza prevista tra 46 e 50.
Fanpage.it e Il Fatto Quotidiano sottolineano come il “No” stia rosicchiando consensi, specie tra gli astenuti potenziali
Quali i fattori principali di questo declino? Innanzitutto, l’impennata degli indecisi, passati dal 21 al 25 per cento, che riflette una campagna percepita come confusa e astratta. La narrazione del “No”, sostenuta da magistrati e opposizione di sinistra, ha enfatizzato rischi per l’indipendenza giudiziaria e “logiche rovesciate” nella propaganda del “Sì”, come denunciato da Roberto Oliveri del Castillo su Il Fatto Quotidiano.
Eventi come i fatti di Torino hanno riacceso il dibattito, ma senza galvanizzare il fronte governativo. Inoltre, l’affluenza bassa favorisce il “No”: YouTrend dell’11 febbraio avverte che al 46,5 per cento, il “No” potrebbe prevalere
Il fronte del “Sì” paga errori strategici evidenti. La comunicazione sulla riforma Nordio è rimasta tecnica e poco incisiva: il 51 per cento degli intervistati, secondo Demopolis del 2 febbraio, la ritiene insufficiente per migliorare il sistema. Meloni e Fratelli d’Italia hanno puntato su accuse di “buonismo” giudiziario – Galeazzo Bignami ha twittato “basta scarcerazioni facili” – ma senza contrastare efficacemente le contro-narrazioni dell’Anm sulle affissioni nelle stazioni, criticate dalla premier stessa.
Andrea Cangini, ex senatore FI, ha commesso passi falsi interpretando endorsement inesistenti, come quello presunto a Sergio Mattarella
Ristretti Orizzonti lamenta “mistificazioni” nella campagna, che ha polarizzato senza convincere gli elettori moderati. Il calo del 6,2 per cento in Only Numbers riflette questa débâcle comunicativa.
Se il trend persiste, le conseguenze potrebbero essere rovinose per il centrodestra. Con il “No” in rimonta costante – +3,1 Ipsos, +6,2 Only Numbers – e affluenza sotto il 45 per cento, la bocciatura della riforma è plausibile, vanificando l’operato parlamentare e colpendo la credibilità del governo su un tema bandiera. Anche vincendo di misura (come il 52,5 di Fanpage dell’8 febbraio), un “Sì” risicato minerebbe l’autorità di Meloni, specie con l’ombra di Vannacci che ruba voti al fronte conservatore secondo Swg.
Il Sole 24 Ore e Il Giornale avvertono: la vittoria dipenderà dall’affluenza, ma la tenuta del “Sì” appare fragile
Resta da vedere se una virata comunicativa – magari focalizzata su sicurezza e efficienza – possa invertire la rotta nelle tre settimane residue. Altrimenti, questo referendum rischia di diventare il primo inciampo serio per l’esecutivo rieletto.
