Libia: la Turchia entra in guerra. L’Egitto si schiera contro Erdogan.

l Parlamento di Ankara ha approvato la mozione che autorizza l’invio di militari turchi in Libia, come richiesto dal governo del premier libico Fayez al-Serraj. Lo ha riferito l’agenzia di stampa ‘Anadolu’. L’obiettivo della mozione sostenuta dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan è quello di rafforzare la presenza militare a sostegno del governo di accordo nazionale per fermare l’avanzata dell’autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, impegnato da aprile in un’offensiva per prendere il controllo di Tripoli.

L’uomo forte della Cirenaica punta a rovesciare il governo Serraj, stabilendo il controllo sulla tripolitania e sugli stabilimenti petroliferi del nord. Un’aggressione che ha già causato oltre 3mila morti tra i civili e i combattenti del Governo di unità nazionale. Le Nazioni Unite hanno riferito che sono 342mila le persone costrette ad abbandonare le proprie case da aprile scorso, per questo hanno lanciato un appello ai donatori affinché siano stanziati 115 milioni di dollari per la Libia, necessari al Piano umanitario del 2020 di assistenza ai profughi.

La mozione votata oggi da Ankara autorizza il dispiegamento delle truppe in Libia per un anno ed è stata sostenuta dall’Akp e dagli alleati del Partito nazionalista Mhp. Contrari sono invece il principale partito di opposizione, il repubblicano Chp, il partito Iyi e i filo-curdi dell’Hdp.

La proposta di Ankara ha destato molte reazioni della comunità internazionale, impegnata a organizzare una conferenza a Berlino per accelerare il processo di pace promosso dall’Onu, per spingere le parti in guerra e gli attori internazionali a raggiungere una tregua e nuove elezioni.

I delegati della Lega araba hanno inoltre espresso preoccupazione per una ulteriore escalation militare nel Paese nordafricano, che “rischia di peggiorare ulteriormente la crisi” nonche’ “la sicurezza dei Paesi vicini”. Il timore è che alle truppe di Ankara si uniscano gruppi jihadisti siriani fedeli alla Turchia.

A opporsi all’intervento della Turchia sono principalmente l’Egitto e la Francia, insieme a Tunisia e Algeria.

L’Egitto ha condannato la decisione del parlamento turco bollandola come una “violazione del diritto internazionale”. Per l’Egitto si tratta di un’iniziativa che “complicherà la situazione nel Mediterraneo Orientale”. Il generale Al Sisi che dal Cairo sostiene le milizie di Aftar vedono nell’interferenza turca una pericolosa minaccia a sostegno delle forze islamiste. 

Dello stesso avviso il ministro degli Esteri algerino Sabri Boukadoum, ribadendo che l’Algeria è contraria alla presenza di forze straniere in Libia.

“La decisione del Parlamento turco sulla Libia è un’autentica catastrofe per l’Europa e per l’Italia” scrive Pier Ferdinando Casini sul suo profilo Facebook. “Da tempo avevo sottolineato la necessità di iniziative più consistenti sullo scenario libico. La sorditá dell’Europa ha prodotto questo risultato, che rischia di ridurre drasticamente l’influenza italiana ed europea“.

La missione Ue proposta dall’Italia è sempre più importante per chiedere a tutti gli attori di rispettare l’embargo Onu, far tacere le armi, ridare voce alla politica” ha scritto su Twitter il vice ministro agli Esteri, Marina Sereni facendo riferimento alla missione in programma il 7 gennaio in Libia.

Intanto sul campo di battaglia si intensificano gli scontri alla periferia di Tripoli. Le forze fedeli al governo di accordo nazionale libico hanno annunciato di aver catturato 25 uomini armati affiliati all’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar.

In una nota diffusa dal centro media dell’operazione ‘Vulcano di rabbia’ si legge che le forze di Tripoli hanno catturato “25 combattenti affiliati al tenente generale in pensione Khalifa Haftar” che tentavano di infiltrarsi nella capitale. Tra le persone catturate figurano anche “mercenari”.

Il rischio è che il conflitto tra i vari signori della guerra libici trasformi la Libia nella nuova Siria. Gli ultimi sviluppi delle crisi mediorientali sono stati al centro di un colloquio telefonico tra Erdogan e Donald Trump.

Il governo di accordo nazionale libico guidato dal premier Fayez al Serraj non nutre grandi speranze nella conferenza di Berlino e “tantomeno nella comunità internazionale” sostiene il presidente dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, Khalid al-Mashri, in un’intervista rilasciata all’emittente al- Jazeera.

Al-Mashri giustifica poi l’accordo militare con Ankara come un modo per creare “un equilibrio nel campo” dal punto di vista militare, dato che il rivale, generale Khalifa Haftar, gode dell’appoggio dell’asse Egitto e Emirati Arabi Uniti. Per quanto riguarda la presunta presenza russa in Libia, al-Mashri afferma che le autorità di Mosca, che “riconoscono il Gna, non hanno mai annunciato di sostenere militarmente Haftar”, ma si tratta di un ruolo svolto da “società private russe”.

I cosiddetti mercenari, a differenza delle truppe regolari, consentono di intervenire senza che la Russia debba assumersi la responsabilità ufficiale dell’intervento. La notizia è stata confermata dal governo americano e da articoli nel New York Times e nel Washington Post.

E l’Italia con chi sta? Manteniamo truppe a Misurata, città controllata da Al Sarraj, e gli interessi energetici italiani sono in gran parte basati nella Tripolitania sotto attacco e se il generale Khalifa Haftar dovesse vincere la guerra sarebbero a rischio. Una posizione ondivaga che sulla Libia (ma non solo) ci contraddistingue dal 2011 quando con la Nato rovesciammo il regime del colonnello Gheddafi, il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo che sei mesi prima avevamo ricevuto in pompa magna a Roma. 

Ora droni degli Emirati arabi uniti bombardano per conto del generale Haftar l’aeroporto di Misurata che tra le altre cose contiene un ospedale da campo tenuto in funzione e presidiato da trecento soldati italiani.

Le tensioni in Libia finiranno per avere una ripercussioni sulle rotte migratorie. Intanto dai dati delle Nazioni Unite relative al 2019 si evince come l’ultimo anno sia stato quello che conta il minor approdo di immigrati sulle coste europee, 125mila contro i 140mila del 2018 e il milione del 2015.

Per l’Italia in particolare si contano 11mila sbarchi via mare contro i 23mila del 2018 e i 181mila del 2016.

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