L’Europa si sveglia sulla linea Meloni, e il campo largo perde la bussola
Mentre a Bruxelles si convoca in tutta fretta una riunione straordinaria dei ministri dell’Interno, la fotografia politica di queste ore racconta una realtà che la propaganda del campo largo italiano fatica a digerire: sono 22 su 27 gli Stati membri dell’Unione europea che hanno firmato la lettera promossa da Giorgia Meloni insieme alla premier danese Mette Frederiksen, chiedendo una risposta comune, rapida e coordinata sulla crisi migratoria esplosa a Ceuta.
Il testo, indirizzato ai vertici delle istituzioni europee, non usa mezzi termini: occorre impedire attraversamenti di massa incontrollati, contrastare le reti dei trafficanti, ed evitare che scelte come le regolarizzazioni di massa si trasformino in un incentivo a nuove partenze irregolari
Un richiamo che arriva dritto alla sentenza della Corte Suprema spagnola, che ha aperto la strada a una regolarizzazione su larga scala e che diversi governi europei considerano un pericoloso segnale di debolezza.
La sostanza politica del successo italiano.
Al netto delle polemiche di questi giorni, il dato politico è netto: la linea che l’Italia sostiene ormai da anni, cioè quella di rimpatri più rapidi, cooperazione rafforzata con i Paesi di origine e transito, liste di Paesi terzi sicuri, valutazione di hub di rimpatrio esterni all’Unione sul modello già sperimentato con l’Albania, oggi non è più una posizione isolata o “di destra”
È condivisa da 22 governi su 27, di orientamento politico assai diverso tra loro.
Ed è proprio qui che si consuma il paradosso più scomodo per l’opposizione italiana. A promuovere l’iniziativa insieme a Meloni non è un governo sovranista, ma quello della socialdemocratica Mette Frederiksen, da anni fautrice in Danimarca di una delle politiche migratorie più rigide d’Europa. Un’intesa che nasce, secondo quanto ricostruito dalla stampa, da una telefonata diretta tra le due premier, e che dimostra come la difesa delle frontiere esterne dell’Unione sia ormai percepita, da sinistra a destra, come una responsabilità comune e non come una battaglia ideologica di appannaggio della destra europea.
Il cortocircuito del campo largo
Per anni il centrosinistra italiano ha raccontato le politiche migratorie del governo Meloni come un’anomalia reazionaria, isolata in Europa e priva di sponde internazionali. La sintonia tra Roma e Copenaghen smentisce clamorosamente questa narrazione. Se una premier socialdemocratica come Frederiksen sposa e rilancia in prima persona l’impianto che l’Italia propone da tempo, diventa difficile continuare a presentare quelle stesse proposte come espressione di un’destra xenofoba fuori dal mainstream europeo.
È la stessa Meloni, del resto, a rivendicare pubblicamente il risultato: la linea sostenuta dall’Italia è oggi condivisa da un numero crescente di nazioni europee. Un endorsement de facto che arriva non da un alleato di area, ma da una leader di un partito gemello di quelli che in Italia compongono il campo largo.
Cosa resta da fare
Va detto con onestà: il vertice è un successo politico e diplomatico, non ancora un risultato normativo. L’accelerazione sul Regolamento europeo sui rimpatri, il rafforzamento della cooperazione con i Paesi terzi, l’ipotesi di centri di rimpatrio congiunti extra-Ue, la piena applicazione della lista dei Paesi di origine sicuri: sono tutti dossier che richiedono ancora il passaggio dalle istituzioni comunitarie e, soprattutto, un’attuazione concreta da parte dei singoli Stati membri. Il consenso politico è un primo passo, non un traguardo.
Ma la sostanza politica resta: mentre a Roma le opposizioni chiedono che la premier riferisca in Parlamento e c’è chi liquida la stretta sui confini come “pericolosa buffonata”, in Europa 22 governi, compresi diversi guidati da forze socialiste e progressiste, si allineano su un impianto che fino a poco tempo fa veniva descritto come marginale. Difficile, a questo punto, continuare a raccontare l’Italia come isolata sul tema migratorio.
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