L’Europa che dice basta: rimpatri, ora si fa sul serio
Strasburgo ha messo la parola fine a quindici anni di ipocrisia normativa. Con 418 voti a favore, 218 contrari e 30 astenuti, il Parlamento europeo ha varato il nuovo regolamento sui rimpatri, e per chi segue queste vicende da Bruxelles era difficile aspettarsi un’approvazione così netta su un tema che fino a ieri spaccava l’aula in due fazioni inconciliabili.
Per capire la portata del voto basta guardare i numeri di partenza: su quattro decisioni di espulsione, mediamente solo una veniva eseguita davvero. Le altre tre restavano lettera morta, tra ricorsi infiniti, sistemi nazionali scoordinati e Stati membri lasciati a gestirsi da soli un fenomeno che riguarda tutti. Quella distanza tra ciò che l’Europa decideva e ciò che riusciva concretamente a fare è il vero oggetto della riforma.
Cosa prevede il testo
Il regolamento sostituisce la vecchia direttiva del 2008 e introduce, per la prima volta, un meccanismo uniforme in tutta l’Unione. Non più ventisette sistemi paralleli, ma regole comuni che valgono da Lisbona a Helsinki.
I punti chiave:
– obbligo di cooperazione per chi riceve un ordine di allontanamento;
– riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio tra Stati membri, attraverso un vero e proprio ordine europeo di espulsione;
– possibilità di istituire centri di rimpatrio in Paesi terzi, i cosiddetti *return hub*, anche sulla base di intese informali e non solo di accordi bilaterali formali;
– trattenimento amministrativo fino a 24 mesi, prorogabile fino a 30 in caso di mancata collaborazione, rischio di fuga o pericolo per la sicurezza;
– possibilità per le autorità di effettuare perquisizioni, anche in abitazioni private, per rintracciare chi si sottrae al rimpatrio;
– fine della sospensione automatica dell’espulsione in caso di ricorso: deciderà il giudice, caso per caso.
Resta fuori dal meccanismo dei centri esterni una sola categoria: i minori non accompagnati. Le famiglie con figli, invece, potranno essere trasferite negli hub.
Il modello Albania diventa modello europeo
Chi ha seguito la politica migratoria italiana degli ultimi anni riconoscerà in filigrana l’impianto dei centri di Gjader e Shengjin. Non è un caso. Il governo Meloni aveva costruito quel modello in solitudine, tra le critiche di chi lo bollava come irrealizzabile o addirittura illegale. Oggi quello schema diventa la base operativa per tutta l’Unione.
La premier non si è lasciata scappare l’occasione di rivendicarlo: ha parlato di “provvedimento storico” e ha ricordato che l’Italia aveva promesso di cambiare l’Europa, non di subirla. Il commissario europeo alla Migrazione Magnus Brunner ha usato un’immagine altrettanto netta, parlando di un passo per “mettere ordine nella nostra casa europea”. Parole diverse, stesso significato: la linea che per anni a Bruxelles veniva trattata come marginale o sospetta è ora il perimetro condiviso da Popolari, Conservatori, Patrioti e persino le destre più radicali.
Una maggioranza che racconta più di mille analisi
Il dato politico più interessante non è il risultato del voto, ma la sua composizione. La cosiddetta maggioranza Ursula, quella nata per tenere insieme popolari, socialisti e liberali, su questo dossier semplicemente non esiste più.
Il testo è passato grazie all’asse tra PPE e blocco conservatore, mentre socialisti, verdi e sinistra hanno votato compatti contro. In Italia il copione si è ripetuto fedelmente: plauso di Fratelli d’Italia e Lega, durissima opposizione di PD e M5S, che hanno parlato senza mezzi termini di “deportazioni” e di persone “trattate come oggetti”
Sono critiche legittime nel metodo, ma che ignorano il punto centrale: un sistema che rimpatria un quarto di chi dovrebbe rimpatriare non è un sistema più umano, è semplicemente un sistema che non funziona. E un sistema che non funziona finisce per scaricare il costo dell’inefficienza proprio sulle persone più vulnerabili, quelle che restano in un limbo amministrativo senza diritti certi né doveri certi.
Cosa significa davvero questo voto.
Per un decennio il dibattito europeo sull’immigrazione è stato prigioniero di un assioma morale: ogni misura di controllo veniva letta come un cedimento ideologico, ogni richiamo alle regole come un’apertura alla destra estrema. Il voto di Strasburgo certifica che quell’assioma è saltato. L’immigrazione resta una risorsa quando è legale e regolata; quando è incontrollata, va governata con strumenti che funzionino, non con buoni sentimenti.
Restano nodi aperti, e sarebbe disonesto negarlo: il via libera definitivo del Consiglio è ancora formalmente necessario, anche se considerato una formalità dopo l’accordo già raggiunto a inizio giugno; e la sorte dei centri italiani in Albania è tutt’altro che scontata, visto che l’adesione di Tirana all’Unione, prevista per il 2029, li priverebbe dello status di “Paese terzo” su cui si fonda l’intera costruzione giuridica
Ma il punto politico è già scritto, e non si torna indietro. L’Europa ha smesso di vergognarsi delle proprie frontiere. E lo ha fatto seguendo, con qualche anno di ritardo, la strada che l’Italia aveva tracciato da sola.
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