L’ETICA DELLA RESPONSABILITÀ E IL LABIRINTO DEL POTERE
Nelle ultime ore, le fibrillazioni interne alle forze di maggioranza e il dibattito sulla riorganizzazione degli equilibri di governo hanno riportato a galla un’indiscrezione che ciclicamente infiamma le colonne della stampa e i corridoi dei palazzi romani.
L’ipotesi è quella di un ritorno di Matteo Salvini alla guida del Ministero dell’Interno
La riflessione su un tale scenario deve sollevarsi verso un’altitudine puramente istituzionale, focalizzandosi su un principio cardine che la politica contemporanea sembra aver smarrito che deve fare i conti con la dottrina dell’opportunità politica.
Nel quadro dello Stato di diritto, la responsabilità penale è, per esplicito dettato costituzionale, rigorosamente personale
Le vicende giudiziarie che interessano il nucleo familiare della compagna del leader della Lega (nello specifico il recente rinvio a giudizio di Denis Verdini per l’inchiesta sulle commesse Anas e il patteggiamento del figlio Tommaso) appartengono esclusivamente alla sfera della magistratura, davanti alla quale ogni cittadino ha il diritto di difendersi fino all’ultimo grado di giudizio. Nessuna “colpa per associazione” può essere surrettiziamente imputata al ministro.
Tuttavia, se la legalità formale si esaurisce nei codici, l’etica delle istituzioni richiede qualcosa in più
Esige la tutela della percezione pubblica della terzietà dello Stato. Il Viminale non è un dicastero qualunque; è il cuore pulsante della sicurezza nazionale, l’organo supremo da cui dipendono la Polizia di Stato, l’ordine pubblico e il coordinamento delle forze di vigilanza. Sorge dunque una domanda laica ed equilibrata.
E’ opportuno che al vertice della macchina che sovrintende alla sicurezza del Paese sieda un leader politico legato da stretti vincoli familiari a soggetti sottoposti a indagini e processi per reati contro la Pubblica Amministrazione?
C’è stato un tempo, nella storia della nostra Repubblica, in cui la politica comprendeva che il potere non deve solo essere esercitato nel rispetto delle leggi, ma deve anche apparire indiscutibile, limpido, privo di ombre o potenziali corto circuiti emotivi e logici. Quando questa linea di demarcazione si fa sfocata, l’effetto immediato non è solo il logoramento del singolo esponente politico, ma l’indebolimento della fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni e, ancor peggio, la pressione indiretta esercitata sugli stessi apparati dello Stato.
Immaginare la Polizia di Stato, i corpi investigativi e l’intera prefettura nazionale coordinati da un ministro il cui nucleo familiare si trova al centro di delicate indagini per corruzione rischia di generare una tensione etica insostenibile
Quale serenità d’azione avrebbero gli investigatori nel portare avanti accertamenti sensibili, sapendo che il loro vertice politico condivide la quotidianità affettiva con soggetti lambiti da quelle stesse inchieste? L’autonomia e la statura morale delle forze dell’ordine sono un patrimonio collettivo che va preservato da qualsiasi forma di imbarazzo istituzionale, ed è proprio in questo solco che si inserisce il valore del “passo di lato” come atto di rispetto verso la divisa e lo Stato.
Per rintracciare i contorni di questa grammatica istituzionale è necessario sfogliare le pagine della storia repubblicana, recuperando esempi di statisti che non attesero sentenze definitive, e nemmeno avvisi di garanzia personali, per rassegnare le proprie dimissioni, guidati unicamente dal senso del decoro pubblico
Ne cito due, forse i più famosi. Nel maggio del 1980, Carlo Donat-Cattin, esponente di primissimo piano della Democrazia Cristiana e allora vicesegretario del partito, si dimise da ogni incarico e si ritirò provvisoriamente dalla scena pubblica. Il motivo non risiedeva in un suo illecito, bensì nel sospetto che il figlio Marco fosse coinvolto nelle attività eversive dell’organizzazione terroristica Prima Linea.
In quell’epoca, la Polizia di Stato e le istituzioni godevano di una statura morale immensa, e il solo timore che la presenza del padre ai vertici della politica potesse in qualche modo opacizzare l’azione degli inquirenti o far ipotizzare una fuga di notizie spinse lo statista a un doloroso ma inevitabile arretramento.
Fu un atto di puro rispetto per lo Stato.
L’onorabilità delle forze dell’ordine valeva più di una carriera
In un’epoca più vicina alla nostra, Clemente Mastella scelse la via delle dimissioni da Ministro della Giustizia a seguito dell’ordinanza di custodia cautelare che aveva colpito la moglie, Sandra Lonardo. Pur rivendicando con forza l’innocenza della consorte poi pienamente confermata dagli esiti processuali a distanza di anni, Mastella colse l’intrinseca inopportunità di rimanere a capo del dicastero che governa l’amministrazione della magistratura e l’organizzazione dei tribunali mentre la propria famiglia era sotto la lente degli stessi magistrati.
Anche in quel caso, il gesto non fu una resa, ma il riconoscimento di un confine invisibile che separa l’interesse privato dalla sacralità della funzione pubblica
La dottrina dell’opportunità ha guidato anche le scelte dei padri fondatori e dei massimi vertici dello Stato, dimostrando che la rinuncia alle più alte cariche, dalla Presidenza del Consiglio al Quirinale , è stato spesso il sigillo della più alta fedeltà alla Patria.
L’esempio più limpido e doloroso di questa attitudine rimane quello di Giovanni Leone. Nel giugno del 1978, il sesto Presidente della Repubblica si dimise con sei mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato, travolto da una violentissima campagna giornalistica e politica che lo accostava allo scandalo Lockheed e sollevava dubbi sulla condotta dei suoi familiari.
Leone era totalmente estraneo ai fatti (le accuse si rivelarono anni dopo completamente false e calunniose) ma comprese che il Quirinale, in quanto simbolo dell’unità nazionale, non poteva permettersi di essere logorato dal sospetto. Il suo fu un sacrificio d’onore immolato sull’altare dell’igiene istituzionale.
Anche Antonio Segni, nel corso della sua intera parabola e in particolare durante i drammatici giorni della sua malattia da Capo dello Stato, interpretò il potere come un servizio rigidamente vincolato al principio di dignità. Il tempismo e la discrezione delle sue dimissioni furono calcolati al millimetro con l’unico obiettivo di evitare che la Presidenza della Repubblica venisse esposta a speculazioni politiche o a condizioni di debolezza istituzionale
Ma andando alle origini della nostra democrazia, Alcide De Gasperi rifiutò a più riprese di blindare la propria permanenza a Palazzo Chigi attraverso compromessi o alleanze che potessero anche solo minimamente appannare la dirittura morale dell’esecutivo. Per lo statista trentino, l’Italia uscita dalle macerie della guerra doveva presentarsi al mondo con una veste di assoluta impeccabilità etica. La perdita del potere era considerata un prezzo accettabile, se il fine era la salvaguardia del prestigio internazionale della Nazione.
Se confrontiamo queste pagine di storia con il panorama politico odierno, emerge con chiarezza una preoccupante inversione di tendenza. I ministeri e le cariche dello Stato vengono troppo spesso interpretati nel dibattito pubblico alla stregua di bandierine identitarie, di risarcimenti politici interni ai partiti o di palcoscenici per il rilancio del consenso elettorale
Ma le istituzioni della Repubblica non sono una proprietà privata né beni di scambio per equilibri di coalizione.
In un momento storico delicatissimo, in cui il Paese è chiamato a gestire partite complesse sul fronte della sicurezza interna, della gestione dei flussi migratori e della trasparenza amministrativa, la nomina di un leader al Viminale in una condizione di potenziale imbarazzo familiare rappresenterebbe un corto circuito logico e un vulnus d’immagine internazionale che l’Italia non può permettersi.
L’onestà intellettuale impone di ribadire che la linea di demarcazione tra chi ha il dovere di investigare e controllare e chi si trova sotto processo deve rimanere netta, visibile e geometricamente perfetta
Quando questa linea si sfoca, crolla la fiducia dei cittadini nella neutralità delle istituzioni economiche e giudiziarie del Paese. La riflessione sull’opportunità politica non deve quindi essere brandita come un’arma di distruzione faziosa, bensì custodita come il più alto strumento di forma democratica, l’unico capace di garantire che lo Stato rimanga integro e onestamente solerte.
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