L’equivoco del Centro
Il panorama politico italiano continua a soffrire di un’irrisolvibile illusione ottica che deriva dalla convinzione che esista, nel corpo elettorale, un immenso bacino di elettori moderati e liberali in attesa di essere rappresentati da una terza forza autosufficiente. Ogni ciclo politico sforna l’ennesimo tentativo di edificare il “Polo Liberale”, salvo poi assistere allo sgretolamento repentino delle leadership e dei partiti che dovrebbero sostenerlo. Oggi la spaccatura al centro si ripropone sul dilemma strategico. Guardare a destra o restare ancorati all’alveo riformista del centrosinistra? Può Carlo Calenda sterzare verso la maggioranza di governo senza autodistruggersi? E infine può Luigi Marattin intercettare quei voti d’area che spingono per un’intesa col centrodestra? Per rispondere bisogna partire dall’analisi dei flussi e dei consensi, abbandonando ogni velleità idealistica per fare i conti con la cruda realtà della legge elettorale e del bipolarismo italiano.
Per Carlo Calenda l’ipotesi di un riposizionamento strategico verso il centrodestra guidato da Giorgia Meloni rappresenta una trappola senza via d’uscita. Il profilo sociologico e politico dell’elettorato di Azione è chiaro, definito e difficilmente negoziabile. Si tratta prevalentemente di un elettorato urbano, ad alto reddito, con un elevato livello d’istruzione, fortemente legato all’europeismo istituzionale, al garantismo giudiziario e alle riforme di stampo draghiano. Sono persone che hanno abbandonato il Partito Democratico di Elly Schlein a causa delle posizioni considerate troppo sbilanciate a sinistra o per la vicinanza tattica e strategica al Movimento 5 Stelle, ma che nutrono al contempo un’avversione ideologica e culturale profonda nei confronti delle spinte sovraniste della Lega e delle posizioni conservatrici sul piano dei diritti e della società della destra di governo.
Se Calenda decidesse di compiere il “salto di specie” alleandosi organicamente con il centrodestra, subirebbe un duplice colpo letale. Da un lato verrebbe rapidamente assorbito da Forza Italia, che in quella coalizione ricopre già costituzionalmente il ruolo di ala moderata e liberale, lasciando ad Azione solo le bricole della visibilità politica. Dall’altro, provocherebbe una fuga immediata e massiccia dei propri elettori. Una consistente quota di quell’elettorato rifiuterebbe categoricamente la convivenza ideologica con la Lega di Matteo Salvini o con le componenti più tradizionaliste della destra sociale, preferendo rifugiarsi nell’astensionismo o tornando a votare turandosi il naso per il Partito Democratico. Ecco perché Carlo Calenda, al netto delle sue quotidiane polemiche e delle smanie di autonomia, è strutturalmente costretto a rimanere nell’area dem e di centrosinistra. Pur mantenendo una postura critica e rivendicando la propria specificità riformista, la sua presenza politica è sostenibile unicamente come spina nel fianco riformista dell’opposizione.
Dall’altra parte della barricata, con la frattura definitiva consumatasi nel campo liberaldemocratico, Luigi Marattin ha scelto di percorrere una strada diametralmente opposta a quella di Calenda, guardando alla costruzione di un’ala liberale capace di interloquire o federarsi direttamente con il centrodestra. La domanda politica centrale che tutti gli osservatori si pongono è se Marattin possa davvero intercettare i voti di chi desidera spingere il centro verso il governo. La risposta richiede una distinzione netta tra il peso politico-parlamentare e la massa critica reale del consenso elettorale. Da un lato il profilo dell’elettorato target è costituito da ceti produttivi, professionisti, imprenditori delusi da Forza Italia e liberisti rigoristi che chiedono meno tasse e meno Stato. Dall’altro i limiti strutturali sono evidenti. Si tratta di un bacino oggettivamente ridotto, frammentato e storicamente incline all’astensionismo.
Marattin possiede indubbiamente una solida competenza tecnica e un profilo economico rigoroso e coerente con le sue battaglie storiche. Tuttavia, la sua sfida incontra un ostacolo storico. In Italia l’elettorato liberale puro, quello rigorosamente fedele ai manuali di economia di mercato, taglio drastico della spesa pubblica e concorrenza spinta senza sconti corporativi, è quantitativamente limitato e privo di una vera radice popolare. Inoltre, il centrodestra di governo copre già le esigenze di protezione e rappresentanza di buona parte di quel mondo attraverso la mediazione fiscale e corporativa di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Marattin rischia così di parlare a una ristretta cerchia di opinion leader e intellettuali piuttosto che a un blocco sociale capace di spostare gli equilibri reali alle urne, rischiando di ridursi al ruolo di cespuglio all’interno di una coalizione dominata da logiche ben diverse.
La vicenda dell’ennesima scissione centrista conferma ancora una volta una grande lezione politica. Il sistema elettorale e la dinamica della politica italiana spingono inevitabilmente e inesorabilmente verso una logica bipolare. Chi sceglie di posizionarsi nel mezzo senza un radicamento territoriale è condannato all’irrilevanza o alla subalternità. Calenda ha preso atto della realtà, capendo che fuori dai due grandi poli si finisce per evaporare; restando ancorato all’area di centrosinistra, cerca di presidiare quello spicchio di elettorato moderato spaventato dall’asse tra Schlein e Conte, pur accettando il prezzo di continue e logoranti frizioni con gli alleati progressisti. Marattin tenta invece la via spericolata della contaminazione del centrodestra, una strada intellettualmente coerente con le sue idee economiche ma dai margini di manovra strettissimi. Senza una struttura organizzata capillarmente sul territorio e in un sistema che penalizza strutturalmente i piccoli partiti personali, intercettare quella quota di voti potrebbe rivelarsi una scalata in salita verticale.
Il Centro autonomo e autosufficiente, coltivato per anni come il sogno proibito della politica italiana, si conferma dunque un esperimento affascinante sulla carta ma fallimentare nella pratica. La cruda realtà odierna impone a chiunque si muova in quell’area una scelta di campo netta e irrevocabile. Chi sta al Centro deve decidere quale dei due grandi blocchi condizionare dall’interno, accettando compromessi e contraddizioni. Calenda ha convenienza a scegliere la trincea di confine del centrosinistra per sopravvivere politicamente, mentre Marattin scommette tutto sulla possibilità di ritagliare uno spazio operativo a destra. Saranno le prossime scadenze elettorali, con i loro verdetti a stabilire quale dei due leader abbia calcolato meglio le idee dei rispettivi elettori, scrivendo l’ennesimo capitolo della tormentata e irrisolta storia dei moderati in Italia.
Silvia Castellani
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