Le “testate” del presidente del Q5 Ferraro
Il metodo Ferraro non si placano le polemiche: quando l’antifascismo diventa solo un’etichetta
Non è più uno scivolone, né una battuta infelice sfuggita in diretta.
È uno stile riconoscibile.
Riascoltando la trasmissione su Lady Radio, il quadro che emerge attorno al presidente del Quartiere 5, Filippo Ferraro, è netto: di fronte al dissenso non c’è confronto ma derisione, non ascolto ma etichettatura
Le “testate” evocate, le “boiate”, la “sagra delle bischerate”, fino al “vaffa…” in chiusura non sono episodi isolati, ma tessere coerenti di un repertorio che poco ha a che fare con il profilo richiesto a una figura istituzionale.
Il punto, infatti, non è il gusto personale o il linguaggio colorito. Il punto è la funzione. Un presidente di quartiere non è un commentatore né un militante:
rappresenta tutti, anche chi lo contraddice, anche chi sbaglia, anche chi insiste su temi scomodi come sicurezza e degrado. Quando il cittadino che interviene viene interrotto, ridicolizzato o liquidato come “di fuori”, si rompe il patto minimo tra istituzioni e comunità.
E quando la risposta diventa aggressiva, il messaggio che passa è semplice: il dissenso non è legittimo, è un fastidio da zittire
C’è poi un cortocircuito più profondo, quello tra parole e comportamenti. Il richiamo all’antifascismo, sventolato come patente morale, perde significato se non si traduce in pratica quotidiana.
Perché il fascismo non è stato soltanto un’ideologia storica, ma un metodo: delegittimare l’avversario, banalizzare le opinioni altrui, alzare lo scontro fino all’intimidazione verbale e fisica
Quando un rappresentante pubblico scivola su questo terreno, anche inconsapevolmente, il problema non è la collocazione politica dichiarata, ma il modo in cui interpreta il potere che esercita.
Non è un tema accademico
Nel 2019 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla memoria storica che condanna i totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo inclusi, proprio per il tratto che li accomuna: la repressione del dissenso e delle libertà individuali.
Una presa di posizione ampia, ma non unanime, che ha visto divisioni anche nel gruppo dei Socialisti e Democratici, dove siedono gli eurodeputati del Partito Democratico
Segno che il tema resta scomodo e spesso affrontato in modo selettivo.
In questo contesto suona fuori fuoco la sfida lanciata in diretta agli ascoltatori: “mi faccia il nome di un comunista responsabile di crimini”.
La storia europea del Novecento, tra dittature, repressioni e violenze politiche, è ampiamente documentata e non ha bisogno di essere liquidata con una battuta.
Il punto non è stilare classifiche, ma riconoscere un dato: quando un’ideologia si ritiene depositaria della verità, il rischio di scivolare nell’intolleranza diventa concreto, indipendentemente dal colore
Lo stesso vale per la polemica sulla toponomastica. A Firenze esiste Via Unione Sovietica, e nessuno ne propone seriamente la rimozione. Non perché si ignorino le ombre storiche di quel regime, ma perché i nomi delle strade sono il riflesso di un contesto, non slogan da riscrivere a ogni stagione politica.
È lo stesso criterio con cui va letta una via dedicata a Reginaldo Giuliani: contestualizzare, non usare la memoria come arma polemica
Ora sono arrivate le scuse. Ferraro ha riconosciuto il linguaggio “non istituzionale”, ha preso le distanze da ogni forma di violenza, anche verbale, e ha rivendicato un’idea di confronto pubblico “aperto e sereno”. Un passo dovuto, e per questo apprezzabile. Scusarsi, in politica, non è mai un segno di debolezza.
Ma le scuse, da sole, non chiudono il problema
Arrivano dopo giorni di polemiche e soprattutto dopo parole che non sono state un incidente isolato, ma l’espressione di un atteggiamento ripetuto. Ed è su questo che si misura la credibilità.
Perché il nodo non è l’errore – che può capitare – ma la coerenza tra ruolo e comportamento.
Chi rappresenta un’istituzione non può permettersi di oscillare tra l’insulto e il richiamo ai valori democratici a seconda del momento
Non può chiedere rispetto senza praticarlo. Non può rivendicare superiorità morale e poi scivolare negli stessi meccanismi che dice di combattere.
Per questo le scuse, pur necessarie, rischiano di apparire tardive e insufficienti. In politica esiste un gesto più forte delle parole: assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie azioni
E in casi come questo, la conseguenza più lineare sarebbe una riflessione seria sulla permanenza nel ruolo, che può tradursi in dimissioni o in una presa di posizione chiara da parte del suo partito.
Perché la questione, alla fine, resta una sola: può chi ha mostrato questo livello di gestione del dissenso continuare a rappresentare tutti i cittadini?
Se la risposta è no, allora le scuse sono solo l’inizio. Non la conclusione.
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