Le “testate” del presidente del Q5 Ferraro
Il fasciocomunismo nel Q5 non ammette errori narrativi
Altro che scivolone. Qui siamo davanti a un metodo. Riascoltando la trasmissione su Lady Radio, il profilo che emerge del presidente del Quartiere 5, Filippo Ferraro, è fin troppo chiaro: al dissenso non si risponde, lo si ridicolizza; alle critiche non si replica, si etichetta.
Le “testate”, le “boiate”, la “sagra delle bischerate”, fino al “vaffa…” finale non sono uscite isolate, ma la grammatica abituale di chi ha smesso di distinguere tra ruolo istituzionale e sfogo da bar
Il punto non è il turpiloquio. È la funzione. Un presidente di quartiere non è un opinionista in cerca di applausi facili: rappresenta anche chi non lo vota, anche chi lo contesta, soprattutto chi porta problemi scomodi come sicurezza e degrado.
Quando quel cittadino viene interrotto, deriso o liquidato come un fastidio, il messaggio è brutale: non sei interlocutore, sei un bersaglio
E quando il tono scivola verso l’aggressione, anche solo verbale, il confine tra istituzione e prepotenza si assottiglia fino a sparire.
Poi c’è il rifugio morale, tirato fuori come uno scudo: l’antifascismo di rito, usato come etichetta salvifica. Ma qui sta il cortocircuito. Perché se nei comportamenti riaffiorano dinamiche precise — delegittimare l’altro, banalizzare il dissenso, alzare lo scontro — allora il problema non è più l’etichetta politica, ma il metodo. E quel metodo somiglia pericolosamente a ciò che si dice di combattere.
Non serve fare esercizi di memoria selettiva. La storia del Novecento è già lì, con tutto il suo carico di repressione e intolleranza da più parti. Liquidarla con una battuta (“mi faccia il nome di un comunista responsabile di crimini”) non è provocazione brillante: è ignoranza ostentata o, peggio, rimozione comoda
Ma il punto resta sempre lo stesso: quando qualcuno si sente dalla parte “giusta” della storia, smette di sentire il bisogno di rispettare chi la pensa diversamente.
Arrivano poi le scuse. Tardive, inevitabili, calibrate. Linguaggio “non istituzionale”, distanza dalla violenza, appello al confronto civile
Tutto corretto, sulla carta. Ma le scuse non cancellano il fatto che quelle parole non sono state un incidente: sono la conseguenza diretta di un atteggiamento ripetuto. E le scuse che arrivano solo quando il caso esplode non sono un atto di responsabilità: sono gestione del danno.
E infatti il passaggio successivo è ancora più rivelatore. In consiglio di quartiere non si apre una riflessione, non si riconosce un errore politico, non si prova a ristabilire un minimo di credibilità
No. Si ribalta tutto. Il problema non è chi ha parlato di “testate”, ma chi ha osato farlo notare. “Macchina del fango”, “propaganda becera”, “teatrino social”: il lessico usato per difendere l’indifendibile. Le parole del presidente diventano “poco piacevoli”, quasi un dettaglio di stile. La sostanza sparisce. La responsabilità evapora.
È qui che il quadro si chiude: non è solo Ferraro. È un sistema che si autoprotegge. Il silenzio a Palazzo Vecchio, la difesa minimalista, la linea Coppi in quartiere: stesso copione, stessa fuga
Non si guarda il problema, si attacca chi lo evidenzia. Chi critica diventa un nemico, chi documenta un bugiardo, chi chiede rispetto un provocatore.
E così il Quartiere 5, che dovrebbe essere il primo livello di contatto tra cittadini e istituzioni, diventa il luogo dove il cittadino impara a stare zitto. Non per mancanza di problemi, ma per mancanza di ascolto. La distanza non è più politica: è culturale.
Alla fine resta una domanda semplice, che nessuno nella maggioranza ha il coraggio di affrontare: può rappresentare tutti un presidente che reagisce così al dissenso?
Se la risposta è no — e lo è — allora le scuse sono solo l’inizio. Ma continuare a negarlo, o peggio coprirlo, trasforma un errore in un marchio. E a quel punto non è più una gaffe: è una linea.
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