La sinistra Italiana festeggia Budapest. Peccato che Budapest l’abbia cacciata dal parlamento
C’è qualcosa di involontariamente comico e patetico nella scena andata in onda domenica sera tra social e televisioni italiane: esponenti della sinistra in festa per una vittoria ungherese… in cui la sinistra ungherese non esiste più. Letteralmente.
I dati parlano chiaro e non si prestano a interpretazioni creative. Con il 96,89% delle schede scrutinate, la distribuzione dei 199 seggi dell’Assemblea Nazionale è questa:
138 seggi a Tisza, partito di centro-destra europeista guidato da Magyar
55 seggi a Fidesz di Orbán
6 seggi all’estrema destra di Mi Hazánk
Il risultato è semplice: il nuovo parlamento ungherese sarà composto da tre soli partiti, tutti collocati nell’area della destra o dell’estrema destra
Nessuna presenza progressista.
E la sinistra ungherese?
La Coalizione Democratica, unico partito di sinistra presentatosi autonomamente, si è fermata tra l’1,2% e l’1,6% dei voti. Ben lontana dalla soglia di sbarramento del 5%.
Non è una semplice sconfitta
È un’annientamento politico.
Per la prima volta nella storia repubblicana ungherese, nessun partito riconducibile all’area socialdemocratica o progressista entra in Parlamento.
Questo dato basterebbe da solo a chiudere ogni discussione sull’interpretazione del voto. Eppure non basta
Elly Schlein ha dichiarato che “il tempo dei sovranisti e delle destre nazionaliste è finito” e che “hanno perso Meloni e Salvini”.
Ma allora come si spiega il fatto che, nel cacciare Orbán, gli ungheresi abbiano eliminato anche la sinistra?
La risposta sta nella storia e nella geografia.
In Europa centrale, la parola “sinistra” richiama ancora il comunismo, la pianificazione statale, i decenni di influenza sovietica. Non è propaganda: è memoria storica.
Gli ungheresi non hanno cercato un’alternativa a sinistra di Orbán, perché quella alternativa — culturalmente — non esiste. Hanno cercato, e trovato, una destra diversa
Una destra europea, più istituzionale, più compatibile con il Partito Popolare Europeo. Non quella di Salvini o Le Pen.
Il passaggio è chiaro: da una destra sovranista a una destra europeista.
Non da Orbán alla sinistra.
Chi non coglie questa distinzione non sta analizzando il voto ungherese: lo sta usando per leggere la politica italiana
C’è poi un ultimo punto, scomodo ma necessario.
Le opposizioni italiane che oggi festeggiano non sono immuni, al loro interno, da ambiguità passate nei rapporti con Mosca
E il governo guidato da Giuseppe Conte, nel momento più delicato della crisi geopolitica europea, non ha lasciato un ricordo unanime per fermezza atlantica.
Gli ungheresi, nel bene o nel male, hanno fatto una scelta chiara.
Sarebbe più onesto riconoscerla per quello che è.
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