• Politica
  • Attualità
  • Cultura
  • Cronaca
  • Relax
  • Sport
oAdHoc News Quotidian
  • Politica
  • Attualità
  • Cultura
  • Cronaca
  • Relax
  • Sport
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • Politica
  • Attualità
  • Cultura
  • Cronaca
  • Relax
  • Sport
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
AdHoc News Quotidiano
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Home Firenze

La politica degli slogan: quando l’ignoranza dell’economia diventa una rivendicazione sindacale

di Simone Margheri
1 Novembre 2026
In Firenze
0
Le comunità musulmane si distanzino dal terrorismo
23
VISITE
CondividiTwitta

La politica degli slogan: quando l’ignoranza dell’economia diventa una rivendicazione sindacale

Circa 10.000 ieri a Firenze in piazza per chiedere meno armi

Ieri mattina Firenze ha visto sfilare migliaia di persone dietro uno striscione con scritto ‘Contro guerra e caro vita blocchiamo tutto’, partite dalla Fortezza da Basso. Le prime stime parlano di un numero compreso tra i cinquemila e i diecimila partecipanti, con le sigle di base Usb, Cobas e Slai davanti e subito dietro gli studenti reduci dalle occupazioni delle scuole. Trecento agenti a presidiare, e una manifestazione colorata e pacifica. Va detto, dopo gli scontri di sabato scorso sul ponte Santa Trinita e le tensioni di lunedì al corteo studentesco contro il ministro Valditara.

Dall’Usb Firenze, Dario Furnari ha riassunto la giornata così: “In piazza c’è il paese”. Magari. In piazza c’era una parte del paese, rispettabilissima, con il diritto di protestare. Noi abbiamo quello di fare i conti. Perché i conti, in quelle parole d’ordine, non c’erano. “No al riarmo”, “risorse ai servizi, non alle armi”, “più salari, meno guerra”. Presi uno per uno, gli slogan toccano esigenze vere e preoccupazioni legittime. Messi insieme, diventano una visione del mondo che di realtà ne contiene pochissima.

Manifestare per salari più alti, scuole che funzionano e una sanità finanziata a dovere è sacrosanto. Pretendere che tutto questo arrivi spostando qualche voce di bilancio, come se i soldi pubblici fossero infiniti e le scelte politiche non avessero conseguenze, è un’altra faccenda.

Qualcuno continua a credere che la ricchezza si stampi, si decreti o si ottenga con una rivendicazione sindacale. Non funziona così. Lo Stato non crea ricchezza aumentando la spesa. La ricchezza nasce da lavoro, investimenti, imprese, produttività. Ogni euro speso in un capitolo non può finire in un altro. È l’ABC dell’economia, evidentemente non materia d’esame per chi vuole dettare l’agenda al Paese.

E l’Italia non parte esattamente da una posizione comoda. Il debito pubblico è previsto intorno al 138% del PIL nel 2026 e siamo ancora sotto procedura europea per disavanzo eccessivo. Una fetta enorme di risorse se ne va nel servizio del debito, e ogni scelta di spesa fa i conti con vincoli concretissimi.

Colpa del governo Meloni? No. È l’eredità di decenni di bilanci irresponsabili, spesa improduttiva e promesse elettorali pagate dalle generazioni successive. Reddito di cittadinanza e Superbonus 110%, coi loro costi enormi e gli effetti che pesano ancora sui conti, sono i monumenti di una stagione in cui si pensava che bastasse distribuire incentivi per generare prosperità. Il conto è arrivato, puntuale.

Eppure c’è chi continua a chiedere tutto a tutti, senza dire dove trovare i soldi, cosa tagliare e quali conseguenze accettare.

Il punto più grave, però, è la politica estera

Il “no al riarmo “viene urlato come se vivessimo in un mondo pacificato, con esercito, marina e aeronautica ridotti a ferrivecchi di un passato da dimenticare. La realtà racconta altro. Da oltre quattro anni l’Ucraina subisce l’invasione russa. Non una disputa astratta tra due Paesi, ma una guerra di aggressione che ha messo in discussione sovranità, integrità territoriale e sicurezza dell’intero continente. La Russia non si è fermata e nessuno garantisce che un disarmo unilaterale la convincerebbe a farlo.

La pace è un obiettivo politico e diplomatico. La deterrenza è una delle condizioni perché quell’obiettivo non crolli al primo test. Confondere le due cose vuol dire non aver imparato neppure le lezioni più elementari della storia europea.

E non si tratta solo di Ucraina. L’Italia vive di export, import e traffici nel Mediterraneo, e le sue rotte commerciali sono vulnerabili. Basta guardare al Mar Rosso, dove gli attacchi degli Houthi alle navi mercantili hanno reso necessaria la missione europea EUNAVFOR ASPIDES. La Marina Militare italiana ha avuto un ruolo di primo piano, compreso il comando tattico, proteggendo il traffico da missili e droni con preparazione, professionalità e tecnologia di altissimo livello.

Allora la domanda è questa. Chi oggi chiede di tagliare le risorse alla difesa è lo stesso che fino a ieri pretendeva che la Marina italiana andasse davanti alle coste israeliane a garantire la sicurezza dei flottiglieri?

La contraddizione è lampante. Quando serve la Marina per una causa gradita, diventa indispensabile. Quando si tratta di sicurezza nazionale, rotte commerciali e difesa europea, le armi diventano uno spreco. La sicurezza non è un servizio a chiamata, da attivare secondo le simpatie ideologiche di chi scende in piazza.

Nessuno sostiene che ogni euro speso per la difesa sia speso bene, né che sfugga al controllo democratico. Ma credere che l’Italia possa fare a meno di Forze Armate moderne è semplicemente irresponsabile. Persino l’Europa, preso atto del nuovo scenario, ha concesso margini di flessibilità sui vincoli di bilancio per investire nella difesa, e l’Italia ha chiesto di usarli. Si tratta di una deroga temporanea e condizionata, non di un liberi tutti, ma dice quanto la sicurezza sia tornata al centro.

Ecco l’altra contraddizione. Si invoca un’Europa che garantisca diritti, welfare e protezione sociale, ma la si vorrebbe incapace di difendersi. Come se la libertà si conservasse da sola, senza qualcuno disposto e attrezzato a proteggerla

Un Paese non si governa coi desideri. Si governa con le risorse che ci sono, con la credibilità finanziaria e con la fiducia di chi compra il nostro debito. Anche le misure fiscali, come l’esenzione dal bollo per alcune categorie di veicoli prevista per il 2027, hanno bisogno di copertura. Non sono regali, non sono denaro piovuto nelle casse dello Stato. Sono scelte che qualcuno paga.

Il governo Meloni, con tutti i limiti che gli si possono contestare, ha tenuto una linea di prudenza che ha preservato la fiducia dei mercati e la possibilità di rifinanziare il debito. Per un Paese con una zavorra simile non è poco. Si può discutere se abbia fatto abbastanza su salari, scuola, sanità e famiglie, ed è giusto pretendere di più. Ma una critica seria dovrebbe ammettere che non si può spendere all’infinito ciò che non si ha. Questa è la differenza tra una proposta politica e uno slogan.

Dei ragazzi che hanno sfilato dietro lo striscione, in fondo, si può capire quasi tutto

È giusto che i giovani si appassionino, contestino i governi e pretendano un futuro migliore. Devono però imparare a distinguere una rivendicazione da una soluzione, un desiderio da una possibilità concreta. La storia, l’economia e la politica internazionale non si studiano sugli slogan dei cortei né sui social.

Molto meno comprensibile è che le stesse semplificazioni arrivino da adulti, sindacati e forze politiche che dovrebbero avere ben altra preparazione e ben altra responsabilità. Quella “rabbia sociale che va ascoltata” di cui parla l’Usb si ascolta, certo. Ma ascoltare non significa darle ragione su tutto, e soprattutto non significa smettere di chiedere dove siano i soldi.

Quello che preoccupa è la cultura politica che ci sta dietro: la pace attraverso il disarmo unilaterale, il benessere attraverso la spesa senza coperture, la giustizia sociale attraverso risorse che dovrebbe produrre qualcun altro. Sono gli stessi che, appena si avvicinano le elezioni, tornano a promettere assegni, bonus e regalie, fino a immaginare 15.000 euro a ogni diciottenne senza spiegare con quali soldi

La lezione di anni di bonus e sussidi, che ha lasciato un conto pesantissimo sui conti pubblici, evidentemente non è bastata.

Il rischio è che il prossimo anno, davanti alle urne, una parte dell’elettorato ci ricaschi. A quel punto la colpa non sarà solo di chi racconta le favole, ma anche di chi ci crede.

La democrazia non chiede che tutti la pensino allo stesso modo. Chiede cittadini capaci di separare la propaganda dalla realtà, le promesse dalle coperture e il pacifismo di facciata dalla difesa concreta della libertà. Un Paese può permettersi molte cose, ma non di farsi governare dall’ignoranza economica, dalla nostalgia ideologica e dalla memoria corta.

E se gli italiani dovessero dimostrare ancora una volta di avere la memoria di un pesce rosso, il problema non sarebbe solo la politica che promette l’impossibile

Sarebbe la maturità civile di chi continua a premiarla. E per ultimo ma non per importanza il problema sarebbe che il Paese non ha più le risorse e capacità di sostenere un altro 110% e dopo non rimarrebbe che attendere un nuovo Monti dopo l’ennesi crisi o peggio il default.

Leggi anche:

https://www.adhocnews.it/

www.facebook.com/adhocnewsitalia

SEGUICI SU GOOGLE

Tags: ARMIFIRENZEITALIAPRIMO PIANOSLOGAN
Articolo precedente

Nasce la Rete “Punti Bosco Rosso®”: la sostenibilità, la prevenzione urbana e il contrasto al degrado e alla violenza partono dall’economia di vicinato

Prossimo articolo

La Domenica dell’Arte

Prossimo articolo
La Domenica dell’Arte

La Domenica dell’Arte

Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • Contatti e informazioni AdHoc News
  • Partners & Advertising
  • Privacy policy
  • Cookie policy

© 2026 JNews - Premium WordPress news & magazine theme by Jegtheme.

Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • Politica
  • Attualità
  • Cultura
  • Cronaca
  • Relax
  • Sport

© 2026 JNews - Premium WordPress news & magazine theme by Jegtheme.