Il campo di concentramento di Sachsenhausen, 35 km a nord di Berlino, fu inaugurato nel 1936. Costruito come un triangolo equilatero, si ispirava ad un concetto di architettura del controllo totale, una sola mitragliatrice bastava a tenere sotto controllo tutti i prigionieri. Una crudele particolarità del campo era la “pista di collaudo delle scarpe”.

I prigionieri dovevano testare l’usura delle suole delle scarpe prodotte da industrie tedesche, marciando forzatamente per ore e ore. Aziende come Salamander e Bata inviavano i loro ultimi modelli al campo, era in corso la ricerca di un materiale che potesse sostituire la pelle, razionata in periodo di guerra.

 

La pista per era un tracciato lungo 700 metri, fatto di diversi materiali: 58% calcestruzzo, 12% sabbia, 10% ciottoli, 8% argilla, 4% pietrisco, 4% gaia grossa, 4% sampietrini. Doveva rappresentare le strade di tutta Europa, quelle che i soldati tedeschi calpestavano nelle loro marce di conquista.

Duecento prigionieri dovevano affrontare la distanza giornaliera di 40 km, con in spalla uno zaino di 12 kg, in modo da aumentare la pressione sulle suole. Il grado di usura della suola veniva controllato ogni 10 chilometri. Non di rado uno degli esausti collaudatori crollava a terra sfinito, le guardie, allora, sguinzagliavano i pastori tedeschi per farli rialzare. 

I risultati del collaudo venivano scrupolosamente annotati. Sulla pista morirono circa venti uomini. Al giorno. Per nove anni consecutivi. “Eliminazione attraverso il lavoro” la chiamavano le SS.