La pace senza libertà non è pace: la lezione di Leila alla piazza fiorentina
A Firenze una donna ha fatto ciò che molti non hanno il coraggio di fare: ha rotto il rito comodo dell’ideologia.
Leila Farahbakhsh, attivista iraniana esule da quindici anni, ha fermato il corteo contro l’intervento americano sfilando davanti alla bandiera della pace.
Non per provocare
Ma per dire una verità semplice: parlare di “pace” senza nominare la repressione del regime iraniano è una falsificazione.
Mentre in piazza si gridava contro gli Stati Uniti, in Iran internet veniva oscurato, le linee telefoniche cadevano, le famiglie si salutavano con la paura di non risentirsi più. Leila ha amici arrestati, giovani accecati, medici fermati per aver curato feriti. Parla di esecuzioni, di repressione sistematica. Non di teoria. Di persone.
E allora la domanda è brutale ma necessaria: che pace è quella che non considera chi vive sotto una teocrazia che reprime, imprigiona, impicca?
Non è la prima volta che accade. Lo abbiamo visto anche nelle manifestazioni della sinistra pro-Maduro: piazze italiane che pretendevano di spiegare ai venezuelani cosa dovessero pensare della cattura di Nicolás Maduro, come se chi è fuggito dalla fame, dalla repressione e dal collasso economico avesse bisogno di lezioni ideologiche dall’Europa.
La stessa dinamica si ripete: si parla sopra le vittime, invece di ascoltarle
A Firenze è successo lo stesso. Una manifestazione “per la pace” che evita accuratamente di interrogarsi su cosa significhi pace in Iran oggi. Per milioni di persone significa silenzio imposto, diritti negati, libertà cancellate. Significa sottomissione.
Il problema non è manifestare contro la guerra
Il problema è farlo in modo selettivo, trasformando la complessità in slogan e ignorando la realtà di chi quella repressione la vive sulla propria pelle.
Leila non è un’estremista
È una donna che chiede coerenza. Se si parla di pace, si parli anche di libertà. Se si invoca la fine delle armi, si abbia il coraggio di nominare chi opprime.
Altrimenti la piazza non è solidale
È autoreferenziale.
E questo, per chi lotta davvero per “Donna, Vita, Libertà”, è il vero tradimento.
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