LA MEMORIA SELETTIVA DI RENZI

terza dose

LA MEMORIA SELETTIVA DI RENZI

Renzi che fa le pulci allo 0,1% di deficit è come uno che per anni ha guidato contromano e poi si mette a dare lezioni di codice della strada.

Lo 0,1% e l’arte della memoria selettiva

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel dibattito di queste ore sui conti pubblici italiani. Il rapporto deficit/PIL per il 2025 si attesta al 3,1%: sopra la soglia del 3% fissata dalle regole europee, sì, ma per uno scarto minimo. Eurostat ha chiarito che, per rientrare formalmente sotto la soglia, il deficit avrebbe dovuto scendere almeno al 2,95%. Un dato che, isolato dal contesto, può diventare un’arma politica. Inserito nella realtà, racconta una storia diversa.

Perché la realtà è fatta di numeri, ma anche di eredità e condizioni materiali. Il debito pubblico italiano si colloca attorno al 137% del PIL e i conti continuano a scontare l’impatto del Superbonus, la cui coda di spesa si trascina nel tempo. A questo si aggiunge un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche e pressioni energetiche che hanno investito l’intera Europa.

Dentro questo quadro, il 3,1% assume una dimensione meno ideologica e più concreta: non un crollo, ma un equilibrio fragile costruito in condizioni difficili

Eppure, nel dibattito pubblico, questo 0,1% si trasforma improvvisamente in una linea di demarcazione morale. Ed è qui che emerge la contraddizione più evidente.

Il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ha definito il dato una “brutta notizia” e ha parlato di “fallimento” del governo. Una posizione legittima sul piano politico. Meno convincente se confrontata con la memoria storica recente.

Vale la pena tornare all’autunno del 2014, quando era proprio Renzi a guidare il Paese

In quel momento l’Italia si muoveva sul filo della procedura di infrazione europea, con i conti sotto pressione e la necessità di restare entro i parametri. La soluzione non passò soltanto da interventi su spesa o entrate, ma anche da un elemento meno visibile e più tecnico: il ricalcolo del PIL.

Con l’introduzione dei nuovi criteri europei di contabilità nazionale, il cosiddetto SEC 2010, il prodotto interno lordo venne rivalutato includendo anche una stima delle attività illegali come prostituzione, traffico di droga e contrabbando.

L’effetto fu un aumento del PIL di circa lo 0,9%. Un aggiornamento metodologico deciso a livello europeo, valido per tutti i Paesi, ma che in Italia ebbe un impatto politico tutt’altro che neutro

Il meccanismo è semplice: il deficit è un rapporto tra il disavanzo e il PIL. Se il denominatore cresce, il rapporto migliora automaticamente, anche a parità di spesa. In termini concreti, quell’adeguamento avrebbe consentito margini aggiuntivi di bilancio senza intervenire direttamente sul deficit nominale. Non un artificio contabile, ma una lettura delle regole orientata alla flessibilità. Esattamente la linea politica sostenuta allora: le regole europee non come vincoli rigidi, ma come strumenti da interpretare in funzione della crescita e delle riforme.

Lo stesso Renzi rivendicava apertamente questa impostazione, ricordando come altri Paesi, Germania inclusa, avessero in passato superato i limiti per sostenere cambiamenti strutturali. Il principio era chiaro: chi riforma può permettersi margini maggiori.

Una posizione legittima, condivisa nel dibattito europeo

Ma proprio per questo colpisce il cambio di prospettiva attuale. Perché oggi quel margine interpretativo sembra scomparso, sostituito da una lettura rigidamente contabile di uno scostamento minimo.

Il risultato è una dinamica ricorrente nella politica italiana: i parametri economici diventano strumenti polemici a geometria variabile. Quando conviene, si invoca la flessibilità. Quando cambia il quadro politico, si invoca il rigore assoluto.

E allora viene quasi spontaneo dirlo senza troppi giri di parole: vedere chi per anni ha negoziato margini di manovra a Bruxelles — e non disdegnò di sfruttare ogni leva disponibile, incluso l’allargamento del denominatore del PIL — trasformarsi oggi nel custode inflessibile dello 0,1% di deficit somiglia molto a chi ha guidato a lungo contromano e poi si mette a dare lezioni di codice della strada

Non è una questione di maggioranze o opposizioni. È una questione di coerenza. E, soprattutto, di credibilità.

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