La luce ritrovata: i fratelli Gioli e la pittura a Pisa fra ’800 e ’900
C’è qualcosa di profondamente giusto nel fatto che Palazzo Blu, con la sua pittoresca facciata che si affaccia sull’Arno, ospiti oggi la riscoperta di due pittori che di quel paesaggio — la luce della pianura pisana, il fiume, le coste sabbiose del Gombo — fecero il proprio mondo visivo.
La mostra I fratelli Gioli e la pittura a Pisa fra ’800 e ’900, curata dallo storico dell’arte Stefano Renzoni con una sezione di disegni affidata a Bianca Cerrina Feroni, presenta 105 dipinti in un percorso che ambisce a essere non soltanto una celebrazione, ma una vera riconsiderazione critica di una stagione artistica troppo a lungo marginalizzata dalle grandi narrazioni dell’arte italiana moderna.
Il contesto: la Toscana dopo la Macchia
Il percorso espositivo si articola in sei sezioni che ricostruiscono il contesto artistico tra Ottocento e Novecento: dalla Scuola di Staggia con la bottega di Carlo Markò, alla Macchia con i protagonisti che influenzarono i Gioli (Fattori, Lega, Cabianca), passando per Intorno alla Macchia con artisti come Vittorio Corcos ed Ernesto Rayper, fino a Post-Macchiaioli e L’eredità pisana.
L’architettura della mostra è ambiziosa e condivisibile: si vuole restituire ai Gioli non già una nicchia di provincia, ma un posto preciso all’interno di una genealogia artistica rigorosa
La scelta di aprire con Markò e con i macchiaioli non è reverenziale, è contestuale — serve a misurare la distanza percorsa e il debito contratto.
In questo quadro si inserisce con intelligenza la presenza di Il Gombo (1864) di Ernesto Rayper, proveniente dalla Galleria d’Arte Moderna di Genova: un’opera che documenta come quella striscia di costa tra Bocca d’Arno e il Gombo fosse già, a metà Ottocento, un laboratorio di ricerca sul vero.
L’intento è quello di avviare una nuova riflessione su quella esperienza artistica chiamata Scuola di Bocca d’Arno, sviluppatasi tra Marina di Pisa e il Gombo. Rayper diventa così un anello di congiunzione, un testimone della stessa luce che i Gioli avrebbero continuato a scrutare per decenni.
Francesco Gioli: il peso del reale
Francesco è il fratello più studiato, e la mostra lo conferma come la voce più complessa del duo. Pesca a sciabica (1887, olio su tela, collezione privata) è l’opera simbolo dell’esposizione — e non senza ragione.
La composizione orizzontale, la fatica collettiva degli uomini che tirano le reti, la superficie del mare resa con tocchi rapidi e sicuri: tutto converge verso una pittura del lavoro che non è populismo sentimentale ma osservazione antropologica. C’è una materialità nella resa dei corpi e delle corde che rimanda a Courbet più che a qualsiasi tradizione locale.
Eppure, Francesco non è mai pittore di un solo registro. Il nonno cieco (1880, Museo di Palazzo Reale, Pisa) rivela la sua capacità di introspezione psicologica: il vecchio assorto, la luce che cade obliqua, la scena domestica che si carica di silenzio. E poi Fiori di campo (1896, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Palazzo Pitti), con quella leggerezza cromatica che sembra già respirare aria simbolista, e In giardino (1871, collezione privata), precoce nella freschezza della pennellata.
Albereta di pioppi, Fauglia (studio, 1890 ca.) chiude il cerchio: è pittura allo stato puro, studio en plein air dove il soggetto quasi sparisce nella vibrazione della luce tra i tronchi.
Luigi Gioli: la città e gli animali
Luigi è forse il fratello meno noto al grande pubblico, e la mostra compie un’operazione meritoria nel restituirgli la giusta dimensione. L’Arena di Pisa (1878, collezione privata) è una delle opere più sorprendenti in mostra: la veduta urbana è costruita con una padronanza della prospettiva e un senso della luce meridiana che fa pensare a certi Impressionisti francesi degli stessi anni, con i quali Luigi condivide, se non la frequentazione diretta, certo qualcosa di simile nello sguardo. Via del passeggio a Livorno (Hotel Palazzo) (1885, collezione privata) è altrettanto rivelatore: la città come luogo moderno, animato da figure in movimento, resa con tocco sciolto e scansione luminosa.
La sezione grafica: quando il disegno parla
La scelta curatoriale di dedicare una sala intera ai disegni, evocando l’atmosfera dello studio di Villa Gioli, è tra le più felici dell’intera mostra. I fogli preparatori — dallo Studio per l’Acquaiola di Francesco agli Studi di cavalieri e allo Studio per vendemmia a Fauglia di Luigi — non sono semplici documenti di processo: sono opere a sé stanti, dove il segno è già pensiero. Come scrive la stessa curatrice Bianca Cerrina Feroni, “tracciando e fissando linee sulla carta, l’artista cerca la sintesi migliore, interroga la realtà e impara a comprenderla”.
La sezione dedicata ai disegni presenta per la prima volta al pubblico un nucleo di opere inedite provenienti dall’archivio di famiglia e da collezioni private, un patrimonio grafico che documenta le diverse fasi del processo creativo, restituendo una dimensione intima e finora sconosciuta del loro lavoro. Lo Studio compositivo per Pesca a sciabica (1887 ca.) in particolare è straordinario: mostra come Francesco lavorasse per sottrazione, cercando l’essenziale prima ancora di stendere il colore.
Qualche riserva…
La mostra soffre di una certa tensione irrisolta tra vocazione enciclopedica e approfondimento critico. Centocinque dipinti, sei sezioni, numerosi artisti di contorno: il rischio è che i Gioli stessi finiscano per scomparire nel panorama che li circonda. Artisti come Nomellini, Costa, Carlini e Viviani meriterebbero ciascuno una mostra autonoma; qui rischiano di diventare comparse.
Il curatore Renzoni ha certamente le competenze per sostenere questa costruzione storiografica, ma il visitatore meno avvezzo potrebbe uscire disorientato, ricco di suggestioni ma povero di certezze
Va detto anche che alcune delle opere più attese — soprattutto nel corpus di Francesco — provengono da collezioni private e non sempre il prestito ha consentito la presenza dei lavori di maggiore ambizione formale. La mostra è dunque rappresentativa, ma non esaustiva.
Conclusioni
I fratelli Gioli e la pittura a Pisa fra ’800 e ’900 è una mostra necessaria e, nei suoi momenti migliori, commovente.
Necessaria perché restituisce dignità storiografica a una stagione artistica che le grandi narrazioni centrate su Firenze e Milano hanno spesso trascurato
Commovente perché rivela, attraverso i disegni soprattutto, due uomini che hanno guardato il loro paesaggio con amore e rigore, senza mai cedere alla facilità.
La luce della pianura pisana, quella luce bassa e diffusa che si riverbera tra i pioppi di Fauglia e le reti da pesca del Gombo, è ancora viva su queste tele. Bisogna solo avere la pazienza di fermarsi a guardarla.
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