La guerra è già cominciata? I frigoriferi hackerati, le minacce filorusse e le prove generali di una guerra ibrida
Non servono carri armati e bombardamenti per mettere in ginocchio un Paese. A volte basta entrare nei sistemi informatici che regolano la conservazione degli alimenti, mettere in difficoltà le mense, colpire i servizi essenziali e seminare insicurezza. Quello che sta accadendo in Europa potrebbe essere molto più di una semplice incursione informatica.
All’inizio sembrava una notizia quasi curiosa: frigoriferi e congelatori dei supermercati hackerati, temperature alterate da remoto, prodotti alimentari da buttare
Un episodio che, letto superficialmente, poteva sembrare opera di qualche pirata informatico in cerca di notorietà.
Poi gli episodi si sono moltiplicati. Francia, Belgio, Svezia, Paesi Bassi, Estonia, Lussemburgo, Finlandia, Irlanda e Italia. In Italia sono stati interessati diversi esercizi commerciali e anche la società fiorentina SIAF, che gestisce la ristorazione collettiva per scuole, aziende e strutture ospedaliere. Fortunatamente, a Firenze l’anomalia è stata individuata tempestivamente e non ha compromesso la continuità dei servizi.
Ma il quadro è cambiato ulteriormente il 4 novembre.
Due gruppi hacker filorussi, Noname057(16) e Z-Pentest, hanno rivendicato attraverso un video diffuso sui social gli attacchi ai sistemi di refrigerazione europei
Non si sono limitati ad attribuirsi le operazioni: hanno accompagnato la rivendicazione con una minaccia esplicita, dichiarando che le loro capacità di intervento potrebbero estendersi ai sistemi di approvvigionamento idrico, alle centrali elettriche, agli impianti industriali e ai depositi alimentari.
Non è una minaccia da sottovalutare.
I due gruppi hanno dichiarato di aver sfruttato le funzionalità integrate nei sistemi, senza nemmeno ricorrere a malware. La rivendicazione, naturalmente, deve ancora essere verificata indipendentemente e non dimostra da sola che tutti gli episodi europei siano riconducibili agli stessi autori. Ma il messaggio politico e strategico è inequivocabile: questi gruppi vogliono dimostrare di poter colpire infrastrutture civili occidentali.
Non è più soltanto un problema di frigoriferi
È un problema di sicurezza nazionale.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva già parlato il 3 novembre di un’iniziativa presumibilmente coordinata a livello europeo, caratterizzata da un’evidente ostilità. A Palazzo Chigi si era svolta una riunione con Alfredo Mantovano, i vertici dell’intelligence e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.
Anche la Commissione europea è intervenuta, riunendo ENISA, Europol e le autorità nazionali per coordinare la risposta
Il 4 novembre ha diffuso una comunicazione congiunta, confermando che gli episodi interessano diversi Stati membri e che le indagini sono in corso.
La Commissione ha giustamente evitato di attribuire la responsabilità a uno Stato. Anche il Cremlino, attraverso il portavoce Dmitrij Peskov, ha respinto le accuse di un coinvolgimento russo, definendole infondate.
È bene mantenere questa prudenza: una rivendicazione di un gruppo filorusso non equivale alla prova di un ordine impartito da Mosca. Ma non significa neppure che l’ipotesi di una regia geopolitica debba essere esclusa.
Gerasimov aveva descritto proprio questo scenario?
Nel febbraio 2013 Valery Gerasimov, generale russo e capo di Stato maggiore delle Forze armate della Federazione Russa, pubblicò un intervento intitolato «Il valore della scienza nella previsione».
Quel testo è diventato uno dei riferimenti più discussi negli studi occidentali sulla guerra ibrida. La cosiddetta «dottrina Gerasimov» non è una dottrina militare ufficiale formalmente codificata, ma una definizione utilizzata per descrivere una concezione del conflitto nella quale strumenti militari e non militari vengono integrati.
Il concetto fondamentale è che gli obiettivi strategici possono essere perseguiti anche senza una dichiarazione formale di guerra e senza ricorrere immediatamente alle armi convenzionali
Disinformazione, propaganda, sabotaggio, pressione economica, operazioni informatiche, interferenze politiche e destabilizzazione sociale possono diventare strumenti di confronto tra Stati.
La distinzione tra pace e guerra diventa così sempre più sfumata. Si può colpire un avversario senza attraversarne i confini con un esercito, sfruttandone le vulnerabilità interne e mettendo sotto pressione la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Ecco perché gli attacchi ai sistemi di refrigerazione meritano una lettura più ampia
Potrebbero rappresentare un test sulle capacità di reazione, sulla protezione delle reti e sulla vulnerabilità di servizi che la popolazione considera scontati.
Oggi sono i frigoriferi. Domani potrebbero essere i sistemi di distribuzione dell’acqua, le reti elettriche, gli aeroporti, le ferrovie, gli ospedali o le telecomunicazioni.
Le vulnerabilità occidentali sono già state individuate
Il 5 novembre è arrivata un’ulteriore conferma dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Il direttore generale Andrea Quacivi, intervenendo in audizione parlamentare, ha spiegato che gli attacchi sono stati favoriti da software non aggiornati, in alcuni casi non più aggiornabili perché fuori mercato, e dalla possibilità di gestire gli impianti da remoto.
Questo particolare è fondamentale. Non siamo necessariamente di fronte a tecnologie sofisticatissime o a strumenti informatici sconosciuti. In molti casi sono bastate vulnerabilità già presenti nei sistemi e carenze nella protezione degli accessi.
È proprio questo che dovrebbe preoccupare
Se un gruppo di hacker riesce a modificare a distanza la temperatura dei congelatori di un supermercato, dobbiamo chiederci quanto siano protetti gli altri impianti industriali che utilizzano sistemi analoghi.
Non è necessario provocare immediatamente un disastro. Si possono prima individuare le vulnerabilità, verificare i tempi di reazione, misurare la capacità di risposta delle autorità e dimostrare di poter interrompere servizi essenziali.
La rivendicazione dei due gruppi hacker, con l’esplicito riferimento ad acquedotti e centrali elettriche, rende questa prospettiva ancora più inquietante.
La nuova guerra fredda si combatte anche nelle nostre case
Questa è l’evoluzione del confronto geopolitico contemporaneo. Una guerra fredda che non si combatte soltanto con eserciti, missili e armamenti, ma anche attraverso il terreno digitale, economico, energetico e informativo.
Il cittadino comune rischia di accorgersene soltanto quando il danno diventa concreto: quando salta la corrente, quando un ospedale non riesce a garantire un servizio, quando un aeroporto sospende le attività o quando una rete ferroviaria si blocca.
Eppure la sicurezza nazionale riguarda anche queste cose
C’è poi un paradosso che dovrebbe far riflettere. Mentre una parte della popolazione scende in piazza sventolando bandiere di Paesi coinvolti nei conflitti internazionali, spesso senza avere piena consapevolezza delle implicazioni geopolitiche e strategiche, il confronto tra potenze si sta già giocando sulla sicurezza delle infrastrutture e sulla stabilità delle società europee.
La libertà di manifestare è sacrosanta. Ma sarebbe auspicabile che alla passione per le bandiere si accompagnasse anche una maggiore consapevolezza di ciò che accade nel mondo.
Una popolazione disinformata, polarizzata e facilmente manipolabile può diventare essa stessa uno strumento nelle mani di chi vuole destabilizzare le democrazie.
E il rischio è che, davanti a una crisi provocata o alimentata dall’esterno, una parte dell’opinione pubblica finisca per attribuire le responsabilità alle istituzioni democratiche del proprio Paese, alimentando proprio quella sfiducia che un’operazione di guerra ibrida potrebbe voler produrre
Anonymous, l’altra faccia della guerra informatica.
In questo scenario c’è un precedente che merita di essere ricordato: Anonymous.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, account riconducibili al collettivo hacker diffusero una dichiarazione pubblica inequivocabile: Anonymous era ufficialmente in guerra informatica contro il governo russo.
Il collettivo dichiarò di schierarsi contro l’aggressione di Putin e a sostegno del popolo ucraino
Nei giorni successivi rivendicò attacchi informatici contro siti istituzionali russi, compresi quelli del Cremlino e del Ministero della Difesa. Furono colpiti anche siti di agenzie di stampa e testate russe, tra cui TASS, dove comparvero messaggi contro l’invasione e la propaganda del Cremlino. Vennero inoltre rivendicate operazioni contro emittenti televisive russe, con la diffusione di contenuti favorevoli all’Ucraina.
Anonymous non è un’organizzazione gerarchica, ma un movimento decentralizzato: non tutte le operazioni attribuite al suo nome sono verificabili indipendentemente. Tuttavia, la sua presa di posizione pubblica all’indomani dell’invasione fu chiara.
In un mondo nel quale gli attacchi informatici possono diventare strumenti di aggressione tra Stati, anche la capacità di contrastare la propaganda e rendere visibili le operazioni ostili assume un valore strategico
La speranza è che la comunità internazionale e le forze digitali capaci di opporsi alle aggressioni autoritarie non rimangano spettatrici. Ma la difesa delle infrastrutture europee deve soprattutto essere affidata alle istituzioni democratiche, alle intelligence e alle strutture specializzate nella sicurezza informatica.
Quando il bersaglio diventa la popolazione civile, non siamo più davanti a un semplice sabotaggio.
Un attacco coordinato e deliberato contro ospedali, aeroporti, ferrovie, reti elettriche, sistemi idrici e telecomunicazioni, se finalizzato a paralizzare i servizi essenziali, provocare vittime e terrorizzare la popolazione, potrebbe configurare un vero e proprio atto terroristico, oltre che un gravissimo sabotaggio e un’aggressione alla sicurezza nazionale.
Non sarebbe più una questione di computer violati o frigoriferi fuori uso. Sarebbe un attacco alla vita quotidiana, alla sicurezza e alla libertà di milioni di cittadini
L’Europa deve prepararsi adesso, non dopo il prossimo attacco. Servono intelligence, cooperazione internazionale, protezione delle infrastrutture critiche, investimenti nella cybersicurezza e una cultura della prevenzione che coinvolga anche imprese e cittadini.
Perché la guerra del XXI secolo potrebbe non cominciare con un’invasione, ma con una serie di anomalie che molti continueranno a considerare episodi scollegati.
E quando ci accorgeremo che il bersaglio non erano i frigoriferi, ma la nostra sicurezza collettiva, potrebbe essere già troppo tardi.
Leggi anche:
SEGUICI SU GOOGLE

