Tasse, tasse, tasse. È questo il let-motiv del governo giallorosso che ha trovato l’intesa sulla prossima manovra. Se da un lato è vero che è stato scongiurato l’aumento dell’Iva, dall’altro lato Italia Viva ha ottenuto l’azzeramento per le imposte sulle auto aziendali e un rinvio della sugar tax e della plastic tax.

In compenso aumentano la robin tax e le tasse sulle vincite ai cosiddetti ‘gratta e vinci’ e, di fatto, la pressione fiscale sale ancora.

La pressione fiscale a livelli record in Italia

Pressione fiscale che, secondo i dati contenuti nelle ultime “Revenue Statistics” dell’Osce, in Italia ha raggiunto la percentuale ‘monstre’ del 42,1%. Il nostro Paese è settimo su 37, subito dietro all’Austria solo per uno 0,1% in meno di differenza. In vetta a questa classifica c’è la Francia (46%) seguita da Danimarca (44,9%), Belgio (44,8%), Svezia (43,9%), Finlandia (42,7%). Inutile dire che si tratta di Paesi che offrono servizi decisamente migliori rispetto a quelli che ricevono i contribuenti italiani. La media della pressione fiscale nell’area Osce è del 34,3%, mentre gli Stati Uniti, grazie alla ‘cura Trump, vantano una percentuale del 24,3% e l’Irlanda addirittura del 22,3%.

I dati resi noti dalla Cgia di Mestre lo scorso 6 luglio, invece, parlano di una pressione fiscale del 48% anziché del 42,1% calcolato dall’Istat e confermato dall’Osce. La pressione fiscale ufficiale, spiega la Cgia di Mestre, è data dal rapporto tra le entrate fiscali ed il Pil prodotto in un anno. Ma se dal Pil leviamo la quota di sommerso economico che non da alcun introito allo Stato, ecco che il Pil diminuisce determinando un aumento della pressione fiscale che, in tal caso, sarebbe del 48%. “Sebbene negli ultimi anni il peso complessivo delle tasse risulti leggermente in calo – ha affermato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – molti non se ne sono accorti, poiché allo stesso tempo sono cresciute le tariffe della luce, dell’acqua, del gas, i pedaggi autostradali, i servizi postali, i trasporti urbani, etc. Dal punto di vista contabile, queste voci non rientrano nella pressione fiscale. Tuttavia, hanno avuto e continuano ad avere degli effetti molto negativi sui bilanci di famiglie e imprese, in particolar modo per quelle fedeli al fisco”.

Le imprese tartassate dal fisco

Se la situazione attuale è tutt’altro che rosea, il futuro si presenta ancora più nero, stando a quanto prevede Unimpresa, ossia che la pressione fiscale, nel 2020, salirà dal 42% al 42,7% nel 2020-2021 per poi attestarsi al 42,5 nel 2022. “Le tasse aumenteranno, tra il 2019 e il 2022, di 55 miliardi di euro con il gettito tributario in salita da 503 miliardi del 2018 a 559 del 2022 (506 miliardi nel 2019, 535 miliardi nel 2020, 550 miliardi nel 2021). In crescita anche i contributi previdenziali di oltre 18 miliardi di euro. Il totale della stangata fiscale sarà di 76 miliardi”, si legge nel fact checking realizzato dal Centro studi di Unimpresa sul Def del 9 aprile scorso.

Un quadro drammatico, confermato anche dal rapporto ‘Paying Taxes 2020’ realizzato dalla Banca Mondiale e da Pwc, che calcola al 59,1% il carico fiscale sulle imprese italiane. Un dato che preoccupa, soprattutto alla luce del sensibile aumento (+6%) registrato nel 2018. L’Italia è passata da un 53,1% al 59,1%, mentre la media globale è pari al 40,5% e quella europea si ferma al 38,9%. In questa particolare classifica sulle imprese tartassate dal fisco, che prende in considerazione anche le ore necessarie per gli adempimenti fiscali e il numero di pagamenti annui da effettuare, il nostro Paese si colloca al 128esimo posto su 190. Davanti all’Italia c’è il Mozambico (127esimo), mentre subito dietro ci sono Myanmar e Libia. Il primo posto spetta al Bahrein, seguito da Hong Kong e dal Qatar, mentre la medaglia di legno (si fa per dire) va all’Irlanda. Un imprenditore italiano, secondo questo studio, inoltre impiega 238 per sbrigare i vari adempimenti fiscali, mentre la media europea è di 161 ore. E, si sa, che il tempo è denaro, soprattutto se si considera che i pagamenti da effettuare sono 14, a fronte di una media europea di 10,9. Per non parlare del tempo di attesa per ricevere un rimborso dall’amministrazione statale: 62,6 settimane.

Tasse, non si finisce mai di pagarle

Come se non bastasse, dopo l’introduzione della fatturazione elettronica, arrivano gli Isa (Indicatori Sintetici di Affidabilità fiscale) che andranno a sostituire gli studi di settore. “Un nuovo strumento che in fase di applicazione ha messo in gravi difficoltà gli stessi addetti ai lavori, come le associazioni di categoria e i commercialisti; figuriamoci gli imprenditori. Insomma, ci troviamo di fronte a un cambiamento epocale che rischia di tradursi, però, solo in un aumento dei costi legati alla burocrazia fiscale”, osserva la Cgia di Mestre. E se qualche artigiano o imprenditore non ha potuto pagare entro il 18 novembre, lo Stato non sarà mica clemente e benevolo come dimostra di essere davanti alle proprie inadempienze. No, contribuente moroso avrà “una sanzione dell’1 per cento dell’importo da versare al fisco per ogni giorno di ritardo entro il 15° dalla scadenza”. E ancora: “La percentuale sale al 15 per cento se il pagamento viene effettuato entro il 90° giorno dalla scadenza. Per omesso pagamento o per versamento effettuato dopo 90 giorni dal termine previsto per legge, la sanzione sale al 30 per cento dell’importo da versare all’erario. Indipendentemente dal ritardo, sono altresì dovuti gli interessi legali pari allo 0,8 per cento dell’importo da pagare”. Insomma, un vero salasso cui si può rimediare solo facendo il “ravvedimento operoso”, a patto che si paghi sia l’importo omesso sia la sanzione (ridotta) e i relativi interessi. Entro il 2 dicembre, invece, i liberi professionisti e le piccole imprese hanno dovuto sborsare 28 miliardi per la seconda o unica rata degli acconti Irpef, Irap e Inps. Le grandi aziende, invece, hanno pagato la seconda o unica rata dell’acconto Ires e Irap.

Ma ora andiamo a vedere nel dettaglio quali e quante sono le tasse in Italia. Partiamo dall’Iva (Imposta sul Valore Aggiunto) che consta di tre aliquote differenti: 4% (solo per i beni di prima necessità), 10% e 22%. Poi c’è l’Irperf (imposta sul reddito delle persone fisiche) che varia da un’aliquota del 23% fino al 43% per chi guadagna più di 75.000 euro annui. L’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive), invece, che viene pagata dai detentori di partita Iva e ha un aliquota che va dal 4,25% al 8,50%, mentre l’Ires (Imposta sul reddito delle società) è al 33%. E poi ci sono le imposte comunali: Imu (tassa sulla casa), Tari (tassa sui rifiuti) e Tasi (servizi indivisibili). E ancora: il bollo auto, le imposte addizionali sull’energia elettrica, il canone Rai, l’imposta di bollo sui conti correnti, l’imposta di registro per i documenti, le accise sulla benzina, la Tobin tax (tassa su azioni e prodotti derivati). E per finire: tasse sui tabacchi, tasse aree, tassa di soggiorno, imposta di bollo, imposta ipotecaria e imposta catastale, ma anche imposta sulle pubblicità. E chi più ne ha, più ne paghi…

Francesco Curridori per www.ilgiornale.it