“Italia sovrana o subalterna?”: Meloni inchioda Pd e Sánchez nella tempesta iraniana
Giorgia Meloni difende con fermezza l’interesse nazionale italiano nel dibattito sulla crisi iraniana, in un contesto europeo segnato da divisioni e da una politica estera spesso priva di bussola.
Un grido sovranista
Nel suo intervento in Aula, Meloni ha messo all’angolo il Pd accusandolo di rifiutare l’appello all’unità nazionale, per poi lanciare una stoccata al premier spagnolo Sánchez, ironicamente definito “campione di democrazia”.
Questa posizione non è mera polemica: rappresenta un sovranismo lucido, che richiama l’Italia a un ruolo di prestigio coerente con la sua storia e posizione geopolitica.
In un Paese che ha perso da tempo la capacità di incidere sulla scena internazionale, Meloni riafferma che la grandezza dell’Italia debba tradursi in decisioni ponderate, anteponendo gli interessi nazionali a logiche ideologiche o subalterne.
Rischi del Medio Oriente
Impegnarsi militarmente in Medio Oriente è oggi una scelta estremamente rischiosa.
Nonostante l’abilità israeliana e la potenza statunitense, l’Iran regge l’urto, forte di un esercito solido, di una produzione di droni all’avanguardia e del sostegno indiretto di Cina e Russia.
Putin si è imposto come mediatore, mentre Donald Trump – riconfermato presidente – non può permettersi un conflitto prolungato: le midterm incombono, i repubblicani mal tollerano impegni costosi e Trump è stato eletto proprio per evitarli.
Netanyahu, al contrario, spinge per un cambio di regime, distinguendosi dalla linea americana che mira a un mutamento interno: una differenza non marginale, ma sostanziale.
La resilienza iraniana
L’Iran non è un avversario fragile come il Venezuela: è un impero millenario con forze armate capaci di protrarre lo scontro per mesi, sul modello siriano, salvo un’improbabile invasione terrestre. Una sollevazione interna era l’unica speranza realistica, ma la militarizzazione dello Stato la rende ardua e pericolosa.
Se Trump fosse costretto a un compromesso con Teheran, il regime ne trarrebbe un trionfo di prestigio, schiacciando gli oppositori interni. Una nuova guida suprema potrebbe tentare riforme, ma il sistema è intrinsecamente refrattario: aprirsi significherebbe innescare una crisi fatale.
Meloni e l’interesse italiano
In questo scacchiere, Meloni guarda all’Italia: valuta cosa convenga realmente al Paese e agisce di conseguenza, dal Piano Mattei al sovranismo alimentare, fino a un ruolo più assertivo in Europa. Trump e Meloni condividono solo il primato dell’interesse nazionale – “Make America Great Again” contro il rilancio dell’Italia – pur provenendo da tradizioni opposte: isolazionismo yankee contro la destra italiana storicamente patriotica.
La leader di Fratelli d’Italia incarna un’idea di Stato e nazione radicatissima, anteponendo il Paese a tutto, anche alla sua parte politica. Per questo guadagna il rispetto di Trump e costringe i leader europei a confrontarsi con lei, rompendo la tradizione italiana di sacrificare gli interessi nazionali per piacer loro.
Un consenso trasversale possibile
Paradossalmente, su questo dovrebbe convergere l’intera nazione: la grandezza dell’Italia è la grandezza di chiunque la governi, un principio che eleva il prestigio collettivo oltre le divisioni partitiche. Meloni lo sta difendendo nel deserto di un dibattito confuso, rilanciando l’Italia come attore sovrano.
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