IRIS: l’avanguardia dimenticata di Pietro Mascagni. Intervista a Francesco Cilluffo

Il direttore d'orchestra racconta il trionfo dell'opera al Festival di Wexford, superando i pregiudizi della critica e svelando i segreti di un capolavoro che anticipò Puccini e Debussy.

foto di Pádraig Grant (Festival di Wexford)

L’oriente mascagnano conquista l’isola verde.  Il 75° festival di Wexford, un appuntamento davvero straordinario con l’opera meno frequentata ma non necessariamente di minor valore artistico, ha visto quest’anno in cartellone Iris di Pietro Mascagni, il Giocatore di Sergei Prokofiev e l’Equivoco stravagante di Gioacchino Rossini.  Iris è andata in scena da giovedì 15 a sabato 31 ottobre, per un totale di 5 recite.

L’opera “giapponese” di Mascagni fu rappresentata per la prima volta nel 1898 e quindi precede di ben sei anni la più celebre e celebrata Madama Butterfly di Giacomo Puccini. il Giappone di Mascagni – o meglio del librettista Luigi Illica – era più orientato sul versante simbolista e appariva una sorta di paese di sogno (o da incubo, per certi aspetti) ma questo certo non inficia l’alta qualità della musica, come riconobbe tra i primi lo stesso Puccini che espresse se mai pesanti riserve sul libretto: “se anche Domineddio avesse musicato tale libretto, non avrebbe fatto di più di quello che ha fatto Pietro” dichiarò in una lettera ad un amico del gennaio 1899.

L’edizione di Wexford ha visto la regia di Rosetta Cucchi, con scene di Tiziano Santi e costumi di Claudia Pernigotti. La lettura della Cucchi ha evidenziato molto il carattere simbolico del testo facendo della vicenda un percorso onirico. La direzione musicale era affidata a un vero esperto: il maestro Francesco Cilluffo, specialista di quel repertorio che va dalla Scapigliatura al primo Novecento italiano, oltre che del suo amatissimo Benjamin Britten. Cilluffo ha avuto il merito di restituire vita e dignità artistica a capolavori ingiustamente dimenticati come il Nerone di Boito e per quanto riguarda Mascagni è una vera e propria autorità, avendo diretto oltre ad Iris Le Maschere, Guglielmo Ratcliff e Isabeau. La sua analisi delle partiture unisce uno studio meticoloso a una straordinaria capacità interpretativa: anche per Iris la critica ha sottolineato la sua capacità di dare vita a tutti gli straordinari colori della partitura; dal preludio al sinfonico – corale Inno del Sole il maestro ha accesso l’entusiasmo degli orchestrali e del pubblico.  Cilluffo a Wexford è direttore ospite principale e ha diretto e sta dirigendo in molti tra i principali teatri nazionali e internazionali.

Tutto bene? Ovviamente c’è un “ma”. Se la critica inglese ha elogiato sia l’opera che lo spettacolo senza riserve, se il pubblico l’ha accolta con successo ed entusiasmo, in Italia quasi tutte le recensioni hanno … arricciato il naso preoccupandosi di introdurre i soliti distinguo: soprattutto, Butterfly è un’altra cosa, ovviamente!

Ma è davvero così? Lo chiediamo direttamente al maestro.

Maestro, come sempre quando viene eseguita un’opera di Mascagni che non sia Cavalleria, buona parte della critica di sente in dovere di ridimensionarla se non di stroncarla del tutto. Si può parlare di atteggiamento preconcetto? E secondo lei, a cosa è dovuto?

Beh, è un atteggiamento in verità che accomuna la critica di diverse nazioni. Nel caso di quella italiana si spiega più facilmente: un discorso di natura storico -politica. Mascagni sopravvive di un ventennio a Puccini e diventa il musicista di riferimento del regime fascista. Un discorso sbagliato fargliene una “colpa” anche perché la sua adesione fu tutt’altro che acritica e quando compose il suo Nerone ebbe cura di evitare qualsiasi atteggiamento “apologetico”; inoltre difese a spada tratta anche davanti allo stesso Mussolini le opere di Alberto Franchetti – soprattutto il Cristoforo Colombo – cadute in disgrazia dopo le leggi razziali poiché il loro autore era ebreo. C’è quindi una sorta di pregiudizio politico – estetico, per cui si decide che il mondo mascagnano non è degno di figurare accanto ad altri capolavori. Una condanna che per vari motivi colpisce anche il mondo letterario; D’Annunzio naturalmente, ma anche i Crepuscolari che vengono accusati di facile sentimentalismo. Un’altra parte della critica – penso soprattutto a quella francese o inglese – ha invece un altro preconcetto che poi però viene per fortuna cambiato alla prova dei fatti, per esempio proprio grazie a Wexford: il pregiudizio per cui queste opere sarebbero troppo legate a bellurie vocali, a manifestazioni nel complesso superficiali di una melodrammaticità generica già datata nel momento in cui queste opere sono scritte, se si pensa poi che in quel periodo stava nascendo la dodecafonia.  E quello che io chiamo il “darwinismo in opera” ed è a mio parere intollerabile: si presuppone infatti che solo le opere che sono sopravvissute siano abbastanza “forti” e quindi degne di essere ascoltate, mentre proprio anche grazie a Wexford sappiamo bene che non è affatto così e che ci sono opere e autori che sono stati dimenticati per ragioni diverse dal valore musicale.

Quello che del resto è già accaduto nel 2024 con Le Maschere se non erro …

Esattamente; ma nel caso delle Maschere dobbiamo onestamente riconoscere che si tratta di un’opera caratterizzata da uno sperimentalismo molto forte ma non sempre adeguatamente supportato, per cui è   un ‘opera   che va in qualche modo “aiutata”; nel caso di Iris credo invece che sia in assoluto l’opera in cui la perenne volontà di sperimentazione che anima il compositore sia bene allineata con l’ispirazione musicale.  Per me è si tratta di un capolavoro. Senza contare poi di quanto anticipi anni di scelte ed estetiche non solo italiane: penso al Debussy del Pelleas che è di quattro anni dopo, oltre che ovviamente a Butterfly.

Parlando del libretto: si tratta di un testo che è stato molto criticato e contestato; Puccini poi lo stroncò in pieno, ma sappiamo che talvolta era un po’ incline alla malignità …

E al furto! Mascagni lo accusava di “copiarlo: in effetti ci sono momenti del duetto Iris – Osaka del secondo atto di Iris che con poche note cambiate sono diventate il duetto del primo atto di Butterfly; siamo al limite della citazione. Il libretto? Intanto è un qualcosa di unico nel suo genere, mai visto prima nell’opera italiana; non ha una “fonte”, un testo letterario o teatrale preesistente.  È un soggetto originale, creato apposta da Illica per questo esperimento. È un libretto volutamente poetico; non soltanto cioè una “tela”, per usare il termine verdiano per indicare l’azione teatrale, ma una vera e propria opera a sé stante, tant’è vero che ogni atto ha delle introduzioni estremamente dettagliate, fatte per essere lette. Poi naturalmente Mascagni traduce meravigliosamente questo mondo in musica – pensiamo all’introduzione del terzo atto – ma è un libretto che nasce anche come oggetto di lettura poetica, per essere letto di per sé. Un testo che si confronta poi con grande mondo dell’esotismo e dell’orientalismo, tanto in voga in quel periodo; mi viene però da dire che qui l’esotismo è solo un “colore”, perché al di là dei nomi poi non c’è molto di giapponese, contrariamente a quanto accade in Butterfly.  Ma soprattutto, questo è il primo omaggio che un letterato italiano fa a una figura fondamentale di quel periodo, ovvero Maurice Maeterlinck : un testo che trasuda amore per il simbolismo francese. Lo ritengo pertanto un libretto interessante e talmente “nuovo” che mi sembra assurdo che lo si possa liquidare come datato; se ne facciamo una questione linguistica, che dire allora del tedesco dei libretti di Wagner o della stessa Parisina di D’Annunzio?

Possiamo definirlo, proprio per questa questione delle didascalie e della autonomia letteraria, un libretto un po’ “boitiano?

Sì certo e non solo per le didascalie; come per Nerone possiamo anche qui parlare di “metaopera”. Siamo ancora a fine Ottocento e anche in questo caso c’è un libretto in cui non succede praticamente nulla, e dove addirittura un intero atto, il terzo, è solo una sorta di proiezione psicologica della protagonista morente che tocca una serie di questioni che vengono poi trasfigurate musicalmente da Mascagni, quali il teatro della crudeltà e dell’assurdo. L’espressionismo poi giunge a delle vette incredibili come nella scena dei cenciaioli che rovistano la spazzatura trovando anche il corpo di Iris, scena di una modernità sconvolgente. Qui a Wexford quest’anno facciamo anche il Giocatore di Prokofiev, ma in Iris sembra di sentire presagi dello stesso Prokofiev e di Dmitrij Šostakovič… e siamo nel 1898!

E parlando proprio della musica: spesso di parla di orientalismo di facciata, del solito melodista superficiale etc; cosa dice invece a chi la dirige la partitura di Iris?

La partitura è molto affascinante, ha delle scelte timbriche assolutamente nuove che poi sappiamo sono state riprese da Puccini; non tanto però in Butterfly ma paradossalmente in Turandot.  La scrittura del coro: pensiamo all’Inno del sole (e non al sole come comunemente si dice, non è un testo di Akenaton!): questo inno presagisce Turandot, la ripresa dell’inno diecimila anni al nostro imperatore che ritorna nel coro finale dell’opera insieme al tema del nessun dorma, nella stessa tonalità. Questo era già previsto negli abbozzi di Puccini per il finale dell’opera ed è un omaggio, un ricordo di Iris.  Si tratta di una partitura straordinaria: avendo ormai una certa frequentazione con Mascagni, penso ad esempio ad Isabeau e ad altre partiture più tarde in cui l’ispirazione è più frammentaria: al contrario c’è in Iris una sensazione di unità data dal materiale: ad esempio il tema del sole che attraversa tutta l’opera in modo wagneriano, una strumentazione che risente moltissimo del gusto francese. C’è tanto Debussy in questa partitura ma prima che il compositore francese giunga a maturazione, quindi siamo difronte ad un’opera che è avanguardia e per me Mascagni rimane un “avanguardista”; per non parlare dei russi. Mascagni conosceva bene Ciajkovski e Dvořák: come direttore d’orchestra era stato il primo a proporre questi autori in Italia. La scrittura orchestrale guarda in parte a Wagner ma in una angolazione totalmente sua: siamo lontanissimi del mondo di Cavalleria Rusticana, ma si comprende che il compositore è lo stesso e che sta semplicemente aggiornando il suo linguaggio. È dunque una partitura ricchissima che richiede un’orchestra molto grande e che sia “virtuosistica”: a parte alcuni momenti come le arie, è una partitura in perenne cambiamento, in una proliferazione per così dire “cellulare” di elementi nuovi, senza momenti di stasi.

A questo proposito, da quanto si evince sia dalle registrazioni che dalle recensioni, l’intesa a Wexford è stata perfetta …

Sì certo. Io poi sono arrivato a Wexford proprio con Guglielmo Ratcliff di Mascagni dieci anni fa, e devo dire che l’orchestra ormai ama moltissimo questo repertorio: già dopo le prime letture gli orchestrali apprezzano moltissimo questa musica e chiedono perché non si esegua più spesso. Questa orchestra che è soprattutto irlandese giudica la musica per quello che è, senza pregiudizi o preconcetti di sorta.  Si tratta poi di un complesso che ha grande esperienza di sinfonismo di fine Ottocento- inizio Novecento. Quindi gli orchestrali hanno un po’nel sangue autori come Sibelius ed Elgar, per cui comprendono certi passaggi di Mascagni, soprattutto di quello più sperimentatore a livello internazionale, meglio di chi invece per partito preso lo vede come una sorta di continua emanazione del verismo.

La regia di Rosetta Cucchi ha puntato molto sull’elemento onirico-simbolico; lei si è trovato a suo agio in questa visione?

Assolutamente; abbiamo convenuto che l’elemento giapponese era una sorta di “scusa estetica” per un certo tipo di visione, mentre poi la musica oscilla tra simbolismo e espressionismo in un contesto volutamente non narrativo; quindi l’idea è che l’elemento centrale sia in un certo senso il sogno.  Iris parla sempre solo di sogni dall’inizio alla fine, non di realtà; c’è poi il lato simbolico della trasformazione del personaggio in sole, un po’ come la Daphne di Strauss si trasforma appunto in pianta alla fine oppure il catasterismo di Calisto. C’è questa sorta di elemento simbolico della trasformazione o metamorfosi che è quanto più lontano si possa immaginare da qualunque sorta di verismo o realismo; quindi in questo senso sì c’è stata sicuramente una sintonia di pensiero, nell’idea di usare veramente tutta la violenza e la modernità della scrittura di Mascagni senza fare sconti.

E meno male che Mascagni sarebbe l’autore di un solo capolavoro …

Nel caso … Iris!

Foto concessa dal maestro per la pubblicazione

 

 

 

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